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Come si muove la galassia delle sigle sindacali, da destra a sinistra
La sfera dei sindacati autonomi, il corpaccione del sindacalismo confederale e la cronica disunità tra Cgil e Cisl. Il ridisegnamento della rappresentanza e degli equilibri politici
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10 APR 26

© foto Ansa
Si parla in questi giorni di rottura del monopolio della rappresentanza sindacale e datoriale. L’obiettivo è stato lanciato dal sottosegretario al Lavoro, il leghista Claudio Durigon, ex operaio Pfizer, con l’intenzione di creare una piccola constituency. Utile per il consenso elettorale ma adatta anche a bilanciare la componente nordista nel suo partito. In verità il monopolio, almeno quello sindacale, è stato già ampiamente superato e oggi ci troviamo con un fronte destro coperto dalla galassia dei sindacati autonomi più l’Ugl, un corpaccione centrale formato dai confederali e un’ala sinistra incarnata da Cobas e Cub. Gli autonomi hanno trovato negli ultimi anni uno spazio d’azione crescente con la stipula dei contratti pirata, una pratica low cost che ha complicato la mappa delle relazioni industriali e diffuso il lavoro povero. Non tutto il sindacalismo autonomo si può racchiudere in questa formula, ci sono in diversi settori – dalla scuola ai trasporti – storici presìdi di rappresentanza che hanno saputo barcamenarsi meglio tra consenso della base e interlocuzione con le controparti. Gara a sé poi fa la Fabi, che è leader nel suo segmento di mercato (i bancari) e gode di grande visibilità perché investe molto in comunicazione ed eventi. Anche se il grosso dei lavoratori iscritti ai sindacati autonomi vota per il centrodestra non c’è una stretta dipendenza dalla politica: a minacciare lo sciopero dei dipendenti di Palazzo Chigi contro Giorgia Meloni sono state piccole organizzazioni indipendenti. L’Ugl con il governo amico ha tentato di fare un salto di qualità, non sempre riuscendoci. Il contratto dei rider firmato in solitaria con l’Assodelivery si è rivelato un mezzo infortunio ed è stato sventrato dalle inchieste della magistratura milanese.
Il corpaccione del sindacalismo confederale non avrebbe timori di sgambetti se agisse in una logica unitaria. Dove lo fa, nelle grandi e medie imprese, non ce n’è per nessuno e porta a casa ottimi risultati. L’unico contratto low cost che può essere imputato loro riguarda la vigilanza privata. Le crescenti divisioni tra Cgil e Cisl, generate soprattutto dalla segreteria Landini, rendono i confederali meno sicuri di sé. Nei giorni scorsi la Cisl, da sempre sovrana dentro Poste italiane, ha dovuto ingoiare il doppio boccone amaro della nomina nel Cda di Salvatore Muscarella (dirigente Ugl) e di Francesco Scacchi (storico legale della stessa Ugl). Del resto, alla Cisl Giorgia Meloni aveva già concesso la nomina di Luigi Sbarra a plenipotenziario per il Sud e ha giudicato che bastasse. Ma al di là di questi episodi il mancato coordinamento tra Cgil, Cisl e Uil ha fatto sì che la legge sulla partecipazione promossa dalla Cisl fosse avversata dalla Cgil e che ai referendum sul lavoro promossi da Landini la Cisl si opponesse con forza (e ragione). Comunque, nonostante la loro forza e radicamento i confederali non sono riusciti negli anni dell’inflazione a imporre una vera “vertenza salari”.
Un jolly le tre sigle continuano ad averlo in mano grazie al reciproco riconoscimento di cui godono con Confindustria. La “via emiliana alle relazioni industriali” professata da Emanuele Orsini e dal suo vice Maurizio Marchesini non prevede rotture con la Cgil e così obbliga i confederali a essere uniti almeno nei rapporti con Viale dell’Astronomia. In nome poi del valore assoluto dei contratti firmati dalle organizzazioni più rappresentative una sponda ai confederali è venuta dalla Confcommercio di Carlo Sangalli – non proprio un vietcong – che vuole buttar fuori dai tavoli che contano i firmatari dei contratti pirata. Gli iscritti di Cgil-Cisl-Uil una volta votavano in larga prevalenza per il centro-sinistra, oggi non più. Gli operai si riversano su Lega e FdI, gli insegnanti preferiscono il partito di Elly Schlein. Al Sud c’è un significativo apporto di voti Cgil al Movimento 5 stelle.
Arriviamo, infine, all’ala sinistra della rappresentanza sindacale: i Cobas e i Cub. Sono forti tra i portuali, nella logistica, nelle fabbriche cinesi di Prato e tra i lavoratori extracomunitari. Sono protagonisti degli sciagurati venerdì neri del trasporto pubblico che bloccano le città con percentuali ridicole di adesione agli scioperi. Talora tentano di spostare la Cgil ancor più a sinistra ma vengono snobbati come nel caso dello sciopero generale indetto il 28 novembre scorso. E così il 6 e 7 maggio i Cobas hanno indetto uno sciopero della scuola contro il contratto firmato nei giorni scorsi unitariamente dai confederali. Quando sono chiamati alle urne gli iscritti ai sindacati di base scelgono per lo più Potere al Popolo o Avs. O si astengono.