Minacce evocate, speranze impreviste, cortocircuiti latenti, strategie che saltano, alleanze che si scompongono, equilibri che si rompono, orizzonti che si aprono. Il ministro
Guido Crosetto, pochi giorni fa, ha tenuto una lezione su un tema delicato: quali sono i nuovi confini della cultura della difesa e che differenza c’è tra provare a proteggere un paese e tentare di alimentare uno spirito guerrafondaio. Crosetto ha accettato di dialogare a lungo con il Foglio su questo tema e la nostra conversazione con il ministro parte da qui per poi arrivare ad alcuni temi che riguardano il presente dell’Italia e il futuro del governo.
Crosetto ha detto che la cultura della difesa non è cultura della guerra. Chiediamo dunque al ministro: siamo sicuri che gli italiani, in questa fase storica, colgano davvero la differenza?“No, non la colgono fino in fondo, ed è un problema perché rende difficile dare le risposte che il periodo storico richiede. Per troppi anni abbiamo raccontato la difesa come se fosse una parentesi tecnica, un capitolo scomodo del bilancio, un inutile spreco, una materia da lasciare agli specialisti. Ma la difesa è un’altra cosa: è protezione. Protezione del territorio, delle istituzioni, delle infrastrutture critiche, dell’energia, delle filiere industriali, dei dati, perfino della qualità del dibattito pubblico. Oggi la guerra non comincia più quando vedi il carrarmato attraversare un confine. Comincia molto prima: quando dipendi da altri per le materie prime, quando non controlli le tecnologie decisive, quando la tua opinione pubblica diventa permeabile alla propaganda, quando ti convinci che la sicurezza sia un tema volgare, secondario, quasi imbarazzante. La cultura della difesa non è l’elogio della forza. E’ la consapevolezza della vulnerabilità”.
Se Crosetto dovesse dare un nome al momento che stiamo vivendo, quale sceglierebbe?
“Lo chiamerei assedio. Ma un assedio molto diverso da quelli che abbiamo studiato nei libri di storia. A est c’è la Russia, che continua a ricordare all’Europa che la potenza militare non è un reperto del Novecento. A sudest c’è l’Iran che, sommando le vicende mediorientali alla totale instabilità africana, mostra quanto il Mediterraneo allargato sia la vera frontiera della nostra sicurezza. A ovest, oggi, c’è una novità, c’è l’incertezza americana, che non significa antiamericanismo ma presa d’atto di una realtà: quando anche l’alleato più forte diventa imprevedibile, l’alleanza deve diventare più adulta. E poi ci sono gli assedi invisibili: la guerra ibrida, la disinformazione, gli attacchi cibernetici, la pressione economica, la capacità di orientare paure e percezioni. Noi siamo abituati a pensare alle minacce come a qualcosa che arriva da fuori. Invece oggi la minaccia entra anche da dentro, sfruttando le nostre lentezze, le nostre divisioni, la nostra stanchezza morale”.
Partiamo dall’est, dunque. La Russia, per molti europei, resta un problema lontano. Inizia a esserlo anche per lei?
“Per me no, e non dovrebbe esserlo per nessun europeo serio. L’errore più grande che possiamo fare è geograficizzare il pericolo, come se ciò che accade a Kyiv riguardasse solo Kyiv, ciò che accade a Varsavia riguardasse solo Varsavia, ciò che accade nel Baltico riguardasse solo il Baltico. La Russia non è una minaccia perché è vicina a qualcuno. E’ una minaccia perché ha riportato al centro dell’Europa l’idea che i confini si possano cambiare con la forza, che la sovranità altrui si possa violare in nome di una missione storica, che la produzione industriale possa essere piegata stabilmente alla guerra. Questo cambia tutto. Cambia la nostra agenda, il nostro modo di fare deterrenza, il rapporto tra spesa, industria, intelligence, tecnologia. E cambia anche la psicologia collettiva: perché costringe l’Europa a uscire dalla fiction secondo cui la pace sia un bene naturale, automatico, autosufficiente”.
E a sud? L’Iran ci ha fatto capire che Hormuz non è affatto lontano. Eppure c’è chi considera la guerra in quel quadrante come qualcosa di alieno.
“Esatto. Uno dei grandi autoinganni europei è credere che alcune crisi siano ‘regionali’. Hormuz non è regionale. E’ una vena del metabolismo economico globale. Quando lì si ferma qualcosa, l’effetto arriva nelle bollette, nelle fabbriche, nella logistica, nei prezzi, nella vita quotidiana delle famiglie. Ecco perché dico che non si può ragionare su quello Stretto come se fosse una faccenda di marina militare e basta. Certo, c’è un tema di sicurezza marittima. Ma prima ancora c’è un tema politico: nessun paese europeo, da solo, può pensare di garantire la libertà di quel passaggio o di gestire le conseguenze di una sua chiusura prolungata. Servono una cornice multilaterale, una legittimazione robusta, una linea europea comune, e possibilmente una capacità di iniziativa che non sia improvvisata quando la crisi è già esplosa. Il punto non è mostrare i muscoli. Il punto è evitare che il mondo entri in una spirale in cui ogni snodo energetico diventa un ricatto geopolitico”.
Lei parla di assedio anche a ovest, cioè di Trump. Non è un paradosso dire – sopratutto per questo governo – che una pressione sull’Europa arriva anche dall’America?
“E’ un paradosso, ma i paradossi vanno guardati in faccia. Nessuno mette in discussione ciò che l’America ha rappresentato per la libertà europea. La nostra democrazia, la nostra sicurezza, la nostra stessa storia del Dopoguerra sarebbero incomprensibili senza gli Stati Uniti. Ma proprio per questo dobbiamo essere franchi: esistono momenti in cui alcuni problemi sono posti anche da paesi alleati e amici. E in quei momenti la risposta non può essere né la rottura isterica né la subordinazione infantile. Deve essere la maturità. Significa tenere ferme le alleanze strategiche e inscindibili, ma anche ricordare che esistono regole, procedure, sovranità, interessi europei. Il rafforzamento autonomo dell’Europa non è un dispetto antiamericano: è l’unico modo serio per restare alleati senza essere dipendenti. Se l’Europa non cresce in responsabilità, ogni oscillazione di Washington diventerà per noi una crisi esistenziale”.
L’assedio invisibile, invece, riguarda le nostre democrazie, sempre più sotto stress. Cosa intende il ministro Crosetto quando considera assediate le nostre democrazie e l’idea di società aperta? “Intendo che noi continuiamo a discutere di sicurezza con categorie troppo vecchie. Pensiamo che la democrazia si difenda soltanto nelle urne o nei tribunali. Certo, anche lì. Ma oggi si difende pure nelle reti, nei cavi sottomarini, nei satelliti, nei server, nei sistemi di pagamento, nelle piattaforme, nell’ecosistema informativo. Le democrazie sono forti, ma sono anche più esposte, perché sono aperte. E l’apertura, se non è accompagnata da consapevolezza, diventa una fragilità sfruttabile. Le campagne di influenza non servono per convincerci a diventare tutti filorussi, filoiraniani o filocinesi. Servono a qualcosa di più semplice e più efficace: farci dubitare di noi stessi, farci percepire la difesa come sospetta, l’Occidente come colpevole in sé, la fermezza come fanatismo, la lucidità come escalation. E’ questa la guerra ibrida: spostare l’equilibrio psicologico delle società democratiche”.
E qui arriviamo al pacifismo. Lei pensa davvero che in Europa – e in una certa misura anche in Italia – il pacifismo abbia trasformato la difesa in un orpello inutile?
“Penso che una certa caricatura del pacifismo abbia prodotto questo effetto. La cultura della pace è una cosa nobile che va preservata e custodita. Ma quando la pace viene raccontata come il semplice contrario della preparazione, allora diventa una favola pericolosa. La pace si protegge. Non si eredita. Non si conserva da sola. Non basta desiderarla. E soprattutto non si difende umiliando l’idea stessa di difesa. In questi anni abbiamo spesso equiparato ogni investimento militare a una tentazione bellicista, ogni discorso sulla deterrenza a una forma di aggressività, ogni appello alla prontezza a una concessione alla paranoia. E’ stato un errore pedagogico oltre che politico. Perché ha disabituato i cittadini, e persino parte delle classi dirigenti, a pensare la sicurezza come un bene comune. Dobbiamo rifare un lavoro culturale enorme: nella scuola, nell’università, nei media, nei luoghi in cui si forma il senso civico. Prepararsi non significa evocare il conflitto. Significa ridurre la probabilità di subirlo”.
Dunque spendere di più, ma non solo.
“Esatto. Spendere è necessario, ma non basta. Se il tema si riduce a una percentuale di Pil, abbiamo già perso metà della battaglia. Perché il problema non è solo quanto spendi. E’ come spendi, per cosa spendi, quanto rapidamente trasformi quella spesa in capacità effettive. Servono difesa aerea, cyberdifesa, capacità spaziali, protezione delle infrastrutture, sistemi integrati, munizioni, tecnologia dual use, resilienza logistica. Ma serve anche una macchina pubblica che decida in tempi compatibili con la realtà. Le democrazie non possono continuare a reagire con calendari amministrativi e burocratici eterni a minacce che cambiano ogni settimana. La lentezza procedurale oggi è una vulnerabilità strategica. La burocrazia, in certi casi, non è neutralità: è impotenza organizzata”.
Lei insiste molto anche sull’industria. Come se ci fossero dei deficit. Perché? “Perché oggi la sovranità si misura anche lì. Non nelle dichiarazioni, ma nella capacità di produrre. Se non sei in grado di costruire rapidamente ciò che ti serve per difenderti, se dipendi integralmente da altri per componenti essenziali, se non governi le tecnologie critiche, la tua autonomia è retorica. Vale per i missili, per i droni, per i sistemi di difesa aerea, per i satelliti, per i semiconduttori, per la cantieristica, per il software, per le materie prime critiche. E vale anche per l’energia. Per questo io dico che l’industria deve fare di più. Non in un’ottica da economia di guerra permanente, ma in un’ottica di responsabilità nazionale ed europea. Bisogna aumentare la capacità produttiva, accorciare i tempi, premiare l’innovazione, integrare il comparto pubblico e quello privato, costruire catene del valore meno esposte ai ricatti. La libertà ha un costo. Ma anche la dipendenza ha un costo. Solo che il secondo arriva quando è troppo tardi”.
In questo quadro la Cina che ruolo ha? E che ruolo ha anche per l’Italia? E che futuro possono avere i nostri rapporti con Pechino in una fase in cui la Cina appare sempre di più come il perno degli Stati che minacciano le nostre democrazie?
“La Cina è il grande fattore da governare con lucidità, senza slogan. Non è solo un competitore commerciale. E’ sempre più spesso il collante economico, tecnologico e diplomatico di sistemi politici che sfidano l’Occidente. Non necessariamente perché condivida ogni mossa di Mosca o di Teheran, ma perché occupa lo spazio che si apre quando l’Occidente è diviso, lento o dipendente. La presenza cinese nelle filiere finanziarie, tecnologiche, industriali, in Africa, nel Medio Oriente, nelle infrastrutture strategiche, non è neutrale. E’ potenza. E quando tu accumuli dipendenze nei confronti di una potenza, quella potenza entra nel tuo margine di sovranità. Per questo non basta dire “siamo preoccupati”. Bisogna costruire alternative. E le alternative si costruiscono con investimenti, con alleanze, con una politica industriale europea, con una visione geopolitica che per anni ci è mancata”.
Lei parla spesso della necessità di creare “nuove alleanze circolari”. Cosa significa?
“Significa smettere di ragionare soltanto con le formule del passato. Le alleanze tradizionali restano indispensabili, ma da sole non bastano. Oggi servono cerchi concentrici di responsabilità tra paesi che condividono una diagnosi del rischio e una volontà di reagire. Non soltanto “volenterosi”, ma paesi che abbiano capito che gli equilibri attuali sono insufficienti rispetto alla velocità delle minacce. Penso all’Europa, certo. Penso alla Nato. Ma penso anche a un’architettura nuova in cui Uk, Norvegia, paesi balcanici, Svizzera, Turchia e anche l’Ucraina siano già dentro il perimetro sostanziale della sicurezza europea, anche prima che si completino tutti i percorsi formali di adesione ed anche in modo indipendente dell’adesione. Non possiamo chiedere a nessuna nazione che lo voglia, tantomeno a un paese che combatte da anni per la propria libertà e, di riflesso, anche per la nostra, di restare in una sala d’attesa geopolitica. Chi difende le democrazie deve essere messo nelle condizioni di farlo dentro una rete vera, non dentro una solidarietà astratta”.
Qual è il rischio più grande, in fondo, oggi per l’Italia? Quello militare o quello culturale?
“Le due cose ormai coincidono. Il rischio militare cresce quando crolla la consapevolezza culturale. Se una nazione non sente più il valore della propria sicurezza, se considera irrilevante la propria industria strategica, se immagina che libertà e benessere siano dati permanenti, allora diventa più vulnerabile anche sul piano operativo. La difesa è prima, durante e dopo. Prima, nella deterrenza, nella preparazione, nella formazione, nella cultura. Durante, nella capacità di risposta multidominio alle crisi. Dopo, nella stabilizzazione, nella ricostruzione, nella continuità delle istituzioni. Per questo continuo a dire che la difesa non appartiene solo alle Forze armate. Riguarda l’università, l’impresa, la pubblica amministrazione, la scuola, i media, la politica. E’ una faccenda nazionale. Una democrazia adulta non delega la propria sicurezza a un reparto specialistico. Se ne assume la responsabilità”.
Come lo spiega senza retorica ai cittadini? Per prepararli alle minacce senza allarmarli?
“Che prepararsi non significa arrendersi alla guerra, ma impedire che siano gli altri a decidere per noi. Che la cultura della difesa non restringe la libertà: la protegge. Che una nazione che si capisce, che conosce le proprie fragilità, che investe nelle proprie capacità, che non scambia il realismo per cinismo e la prudenza per paura, è una nazione più libera. E anche più pacifica. Perché la pace vera non è l’assenza di parole sgradevoli. E’ la presenza di condizioni sufficienti a scoraggiare chi pensa che la forza, il ricatto o la propaganda possano piegare una democrazia. La difesa, in ultima istanza, è questo: rendere un paese capace di restare se stesso mentre il mondo intorno cambia violentemente”.
Il governo, facciamo notare al ministro, arriva a questa fase con tensioni politiche, una sconfitta referendaria sulle spalle e un’opposizione che chiede di aprire una nuova stagione. Crosetto però ha detto una cosa molto netta: finché c’è una guerra, non esiste nessuna opzione diversa dal continuare. Perché?
“Perché ci sono momenti in cui la politica deve ricordarsi di essere una cosa seria. E questo è uno di quei momenti. Possiamo discutere di tutto: degli equilibri dentro la maggioranza, delle ferite lasciate da un referendum, delle ambizioni dei partiti, delle convenienze elettorali, dei retroscena che appassionano i palazzi. Ma fuori dai palazzi, oggi, c’è un mondo che si sta incendiando. E quando hai una guerra che altera gli equilibri energetici, mette sotto pressione le catene logistiche, espone i mercati, obbliga a decisioni continue sul piano diplomatico, militare e industriale, il tema non può essere il destino tattico di questo o quel leader. Il tema è la tenuta del paese. Io lo dico in modo molto semplice: fino a quando c’è questa guerra, non esiste per una classe dirigente responsabile nessuna opzione diversa dall’andare avanti. Testa bassa, senso dello Stato, responsabilità. Tutto il resto viene dopo. Non perché la politica debba smettere di essere politica, ma perché c’è una gerarchia delle priorità. E la prima priorità, oggi, è non trasmettere all’Italia e ai suoi alleati l’idea di un Paese distratto, nervoso, ripiegato sui propri giochi interni mentre attorno si ridefiniscono i rapporti di forza globali. Chi, in una fase così, pensa che la risposta possa essere aprire una crisi, misurare rapporti di forza, inseguire la tentazione del voto o del regolamento di conti interno, secondo me compie un errore doppio. Politico, perché sottovaluta la gravità del contesto. E morale, perché confonde la legittima competizione democratica con il disinteresse per il bene generale. Le elezioni non sono mai un tabù, in democrazia. Ma non sono neppure un riflesso condizionato da attivare ogni volta che c’è una difficoltà. C’è un tempo per le verifiche, e c’è un tempo per reggere l’urto. Questo è il tempo per reggere l’urto. Quando la guerra finirà, quando il quadro internazionale sarà meno esposto all’imprevedibile, quando potremo tornare a ragionare senza avere ogni giorno una variabile strategica in più da governare, allora si faranno tutte le valutazioni del caso. Si discuterà di politica, di assetti, di programmi, di prospettive. Ma farlo oggi, con questo scenario, significherebbe mandare un messaggio devastante: che l’Italia, nel momento in cui dovrebbe mostrarsi più solida, sceglie di mostrarsi più fragile. E io penso invece che oggi il dovere del governo sia esattamente l’opposto: dare continuità, dare serietà, dare la sensazione concreta che al timone ci sia qualcuno che capisce la differenza tra il rumore della politica e il peso della storia”.
E però la guerra non pesa solo sulla sicurezza. Pesa sull’economia, sui prezzi, sulla fiducia. Lei teme che la stabilità, da sola, non basti più?
“La stabilità da sola non basta mai. Nessuno può raccontare agli italiani la favola secondo cui basta avere un governo in piedi per risolvere automaticamente i problemi dell’economia. Non funziona così. Ci sono fattori esterni che nessun governo controlla: le guerre, il prezzo dell’energia, la volatilità dei mercati, la frenata del commercio, il ritorno dell’inflazione importata, la pressione sulle filiere. Sarebbe infantile negarlo. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile negare l’altra metà della verità: in una fase come questa, avere un governo responsabile, riconoscibile, capace di dare stabilità, fiducia e credibilità non è un ingrediente sufficiente, ma è un ingrediente necessario. Necessario perché, quando attorno cresce l’incertezza, la prima cosa che un paese deve evitare è di aggiungerne una domestica. Se hai un quadro internazionale già compromesso, non puoi sommarci anche il sospetto che l’Italia non sappia dove va, che cambi linea ogni due settimane, che non abbia una voce chiara verso i mercati, verso l’Europa, verso le imprese, verso i cittadini. La credibilità non è una parola astratta: è il modo in cui uno Stato riesce a farsi prendere sul serio quando difende i propri interessi, quando tratta in Europa, quando chiede flessibilità, quando deve proteggere famiglie e imprese dall’onda lunga di una crisi geopolitica. Oggi la situazione economica non è semplice e sarebbe un errore edulcorarla. La guerra rialza il rischio energetico, rimette pressione ai costi, può erodere consumi e investimenti, obbliga tutti a una prudenza maggiore. In un contesto del genere, però, la stabilità del governo diventa una forma di infrastruttura immateriale. Non crea crescita da sola, ma evita che la sfiducia diventi una tassa aggiuntiva. Non sostituisce le riforme, ma rende almeno possibile farle. Non annulla gli shock esterni, ma consente di affrontarli con una catena decisionale chiara e con interlocutori credibili. Questo vale per le imprese, che hanno bisogno di capire se il quadro normativo terrà. Vale per i risparmiatori, che osservano il costo del denaro, l’inflazione, l’energia, e chiedono almeno una cosa: sapere che qualcuno governa. Vale per i partner internazionali, che in momenti come questi distinguono in fretta i paesi che hanno una linea dai paesi che hanno soltanto una somma di polemiche. E vale anche per i cittadini più semplicemente: perché nelle fasi di paura collettiva la stabilità non è solo un fatto tecnico, è un messaggio civile. Poi, certo, servono scelte. Servono politica industriale, energia, serietà di bilancio, capacità di accelerare dove si può accelerare, protezione delle filiere strategiche, sostegno ai settori esposti, velocità amministrativa. Ma tutto questo lo costruisci solo se prima hai difeso la cornice. E la cornice, oggi, si chiama affidabilità. Ecco perché insisto su questo punto: la stabilità non è il traguardo. E’ il prerequisito. Non basta a far crescere l’Italia, ma senza stabilità l’Italia rischia prima di tutto di restringersi, di impaurirsi, di perdere fiducia in se stessa. E in una stagione in cui le guerre si combattono anche sui mercati, sulla percezione, sulla resistenza psicologica delle nazioni, perdere fiducia sarebbe il danno più grave”.