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Ha fatto infuriare Riccardo Muti, i sindaci, consigliere di Giletti. Chi è Mazzi, nuovo ministro del Turismo
Le tensioni con il direttore d'orchestra, la rivolta dei sindaci e dei teatri in giro per l'Italia. Ecco l'ascesa del successore di Santanchè
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4 APR 26

FOTO DIFFUSA DALL'UFFICIO STAMPA DELLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA
E’ perfetto come nuovo ministro del Turismo: i teatri italiani li ha ridotti a chioschetti e i direttori li ha declassati a bagnini. E’ Gianmarco Mazzi, il ministro ultima spiaggia, già sottosegretario alla Cultura, e prende il posto di Santanchè. La sola cosa che può vantare è la fiducia di Fazzolari. Mazzi crede, obbedisce e incassa. Era il ministretto di Sangiuliano e Giuli e adesso è l’ottone del bagnasciuga, il fiato corto di governo. Manca il gas, la giornalista Claudia Conte, innamorata di Piantedosi, chiamato il “lupo di Avellino”, promette: “Parlerò presto”. Il vecchio Mazzi, impresario musicale, avrebbe già allestito uno spettacolo: la “Carmen in prefettura” o “Il questurino e Giulietta”.
Per riempire il Turismo si lascia scoperto il ministero di Giuli. Un ministero sciagurato, la Cultura, rimane senza due sottosegretari e con la promessa di Meloni a Salvini di non indicare nessuno. Mancano sei sottosegretari, tre sono di FdI. Il ministro ultima spiaggia viene promosso ma apre la questione: davvero non c’era nessuno in FdI al punto da dover spostare un sottosegretario? I ministri ignoravano la nomina e l’hanno appresa pochi minuti prima del giuramento. Mazzi passa da ministretto a ministrone. Si è meritato i gradi di fedele dopo aver accompagnato Meloni al Teatro Brancaccio a vedere lo spettacolo di Checco Zalone (che Mazzi aveva prodotto insieme a Lucio Presta, suo vecchio socio) e ha piantato ombrelloni in ogni teatro italiano, in Rai. A Napoli ha nominato come sovrintendente Fulvio Macciardi (contro il volere del sindaco, Manfredi), a Genova ha imposto il suo Michele Galli (contro il volere della Lega), a Verona, la sua città, ha scelto Cecilia Gasdia (contro il volere del sindaco Tommasi). Solo per aggiornare la marcia, va segnalata Venezia: prima ha indicato come sovrintendente, Nicola Colabianchi, dopo, insieme a Colabianchi, è riuscito a inimicarsi la città, gli orchestrali per la nomina (mal gestita) della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi. Mazzi lascia un mondo di orfani e fugge all’inglese evitandosi la rivolta di quelli che chiama “amici miei”. Si vanta di capitanare il mondo della musica, ma confonde il pop con il classico. Riccardo Muti sarebbe furibondo con lui perché sono stati tagliati fondi all’Orchestra Cherubini. Esiste un Mazzi, agente di Giletti, Celentano, direttore artistico del festival di Sanremo, amico di Bonolis, socio di Presta e Ferdinando Salzano, un Mazzi che ha aperto (e chiuso) otto società. Esiste un Mazzi che pretendeva, da sottosegretario di farsi ancora pagare da La7 tanto da chiedere pareri di compatibilità perché in Italia non esiste l’Authority alla faccia tosta. Ma esiste anche il Mazzi politico ed è il Mazzi che segue la sinfonia del tempo. Ogni volta che entrava in Sala Spadolini, la sala dove si organizzano le conferenze del Mic, pretendeva che partisse un jingle e urlava se non partiva a tempo. E’ stato eletto con FdI, a Padova, ha militato nel Fuan, ma è stato anche leghista e stava per farsi candidare da Salvini. Prima di entrare in Parlamento, al governo, Mazzi si è fatto nominare ovunque, alla Casa dei Cantautori, e quando è entrato si è scritto la riforma sullo spettacolo dal vivo, il settore dove tornerà appena finito questo voyage lungo La Russa. Deve a Ignazio La Russa il suo sabbennedica, questa nomina a ministro e deve in realtà a Sangiuliano la scalata al cielo. Mentre Sgarbi e Sangiuliano duellavano, Mazzi sgranocchiava competenze. Mentre Sangiuliano soffriva, Mazzi pianificava. Con Sangiuliano, non aveva le deleghe allo spettacolo dal vivo e le ha ricevute da Giuli. Da allora si è scatenato. Ha provato a fare delle fondazioni lirico-sinfoniche il suo pascolo e i sindaci d’Italia hanno minacciato di rivolgersi a Meloni. Ha pasticciato un’altra riforma che stava facendo saltare in aria i bilanci di ben sette Teatri Stabili. In questi anni non si contano le interrogazioni dell’opposizione sui conflitti d’interesse di Mazzi solo che a rispondere in Aula, sul conflitto di Mazzi, si presentava lo stesso Mazzi (e non il ministro). In piena vicenda Baiardo, il pentito di mafia ospite di Giletti, Mazzi (ed era sottosegretario) è stato convocato dalla procura di Firenze perché rappresentava Giletti (e non si è mai compreso come potesse rappresentarlo da uomo di governo). Quando si è parlato di un ritorno in Rai di Celentano, Mazzi ha partecipato alla trattativa con la moglie Claudia Mori e l’ad Rai, Rossi, e non si capisce dove trovasse il tempo. Si è intestato con Meloni il successo delle Olimpiadi Milano-Cortina, che in realtà è di Zaia e Malagò, mentre alla Camera, si aggirava, fino a pochi mesi fa, urlando: “Si fa come dico io”. Dietro il caso Caserta, l’invito del direttore russo Gergiev a tenere un concerto, c’è Mazzi che aveva stretto un’alleanza con Vincenzo De Luca (in funzione anti Manfredi). In FdI c’è una generazione che ha allevato lo stesso Fazzolari che non riesce ancora a trovare spazio. Da anni si occupa di cultura, e bene, Alessandro Amorese, di giustizia Sara Kelany, di economia, Marco Osnato e Ylenia Lucaselli, di esteri, Francesco Filini, di turismo, Gianluca Caramanna … e se ne potrebbero citare ancora. Vince Mazzi, che non vede l’ora di presentarsi a Verona al Vinitaly come podestà in braghettoni ma Mazzi è anche il segno dell’ultima spiaggia, della stagione che finisce. Al posto della ramazza, Meloni ha scelto i Mazzi.
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Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio