Non solo Area Zac. Che cosa ribolle nell’eterna estetica politica degli “amici” ex Dc

Folklore, pride, nostalgia, un po’ di tutto. Non chiamatelo preambolo, per carità, ma non è stato nemmeno un pour parler o una bicchierata d’archivio politologico. La gran festa di domenica scorsa all’Eur per celebrare o rivivere, appunto, i cinquant’anni della presa di potere dell’Onesto Zac

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31 MAR 26
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Foto ANSA

Non si vorrebbe sembrare irrispettosi, men che meno cinici, evocando la parola magica “preambolo”. Il Preambolo fu il famoso (democristianamente anche un po’ fumoso) documento che al congresso della Dc del 1980 pose fine all’epoca del “rinnovamento” della segreteria di Benigno Zaccagnini, che aveva conquistato il partito solo quattro anni prima, marzo 1976. Con la guida del placido Flaminio Piccoli e dell’afono Forlani tornava il più classico queita non movere, furono messe in mora le aperture a sinistra e la solidarietà nazionale (emergenziale). Ma la gran festa, così l’hanno intesa gli organizzatori, di domenica scorsa all’Eur per celebrare o rivivere, appunto, i cinquant’anni della presa di potere dell’Onesto Zac, con Area Zac appresso, era a ben vedere un po’ anche questo, un preambolo: cari amici, cominciamo a (ri)parlarne. Regista Dario Franceschini, zaccagnignano della prima ora, e il ricordo del caro leader del “rinnovamento” ci sta. Ma al Dc Pride c’era di tutto – erano duecento, non tutti giovani e forti ma tutt’altro che politicamente morti – tra cui un bel mazzolino delle sempiterne riserve della Repubblica. A partire da Pierferdinando Casini, che dell’Area Zac non è stato mai, Beppe Fioroni, fu andreottiano, Leoluca Orlando, che di Giulio fu gran nemico. (Crippa segue a pagina quattro)
Poi Giovanardi e Tabacci, il globe-trotter della memoria attualizzante democristiana Gianfranco Rotondi e Cesa, e Castagnetti. Tutti magicamente tornati “amici”, come ha detto Franceschini, svelandosi il più democristiano di tutti: “E’ una giornata di svolta, basta rinfacciarci a vicenda, ‘tu sei andato coi comunisti’, ‘tu sei andato con la destra’. Padre Sorge mi disse: noi dobbiamo essere il sale della terra, non difendere la saliera. Ecco, continuiamo a essere il sale”.
Non chiamatelo preambolo, per carità, ma non è stato nemmeno un pour parler o una bicchierata d’archivio politologico. E’ delizioso, fa parte di una certa immortale estetica democristiana, questo rincorrere e rincorrersi con nostalgia, che poi non è soltanto nostalgia: è quell’idea che la Balena Bianca aveva fatto anche cose buone, anzi sopratutto cose buone che da tre decenni gli homines novi non hanno saputo imparare. Ogni occasione è buona: non solo quella obbligatoria e principale del 2024, l’anno ricco di celebrazioni e convegni per i 70 anni della morte di Alcide De Gasperi (ma il 2024 è stato anche l’anno dei convegni di “riscoperta” di Fanfani a 25 anni dalla morte). Nel 2025, per il terzo anniversario della scomparsa di Ciriaco De Mita, si è tenuto un partecipato incontro intitolato “Quando morirò, continuerò a parlare”. Mai frase fu più democristiana. E un paio di mesi dopo, da quelle stesse parti, in occasione del ritorno delle spoglie del grande ministro, tra i migliori della storia democristiana, Fiorentino Sullo ad Avellino c’erano Lorenzo Fontana e Vincenzo De Luca, nonché l’onnipresente Rotondi, deus ex machina dell’iniziativa e di miriadi di occasioni democristiane. Perché i democristiani non finiscono mi. Poco prima di lasciarci, Paolo Cirino Pomicino era stato protagonista di una orgogliosa polemica contro l’uso improprio dello Scudo crociato. “A quegli amici scappati di casa che da tempo utilizzano come simbolo lo Scudo crociato e come nome la Democrazia cristiana chiediamo di smetterla di offendere la memoria del più grande partito che l’Italia repubblicana abbia avuto”, disse assieme a Giuseppe Gargani, Calogero Mannino, Ortensio Zecchino e Vito Bonsignore. E ancora una volta il sostegno-regia di Rotondi, che mai s’è rassegnato, un vero Achab al contrario, alla fine della Balena bianca.
Folklore, pride, nostalgia, un po’ di tutto. Ma è interessante notare che fenomeni aggregativi simili non accadono, se non molto più residuali, per gli ex del Pci o per gli ex socialisti, storie più nettamente chiuse o evaporate. Le ex famiglie dc sono rimaste invece, o ritengono di esserlo, un terreno fertile, dissodabile, dentro il quale nascosto da qualche parte c’è ancora un tesoro spendibile. Quando nel 1978, in piena segreteria Zac ma anche in pieno marasma dopo l’omicidio di Moro, un gruppo di “riformatori” convocò autonomamente un congresso, prese la parola Mino Martinazzoli, che dell’Area Zac non era, con il suo memorabile linguaggio circonvenuto ma pieno di pathos politico: “C’è un’obbedienza, che vale, a nostro orgoglio di democratici cristiani. Non siamo pochi a riconoscerci in questa fedeltà, se è vero che è presente qui così largamente e generosamente la fervida, inesauribile periferia del partito”. Peccato non ci potesse essere, domenica all’Eur. Ma non è solo orgoglio e memoria. A ogni ribollire o borborigmo della politica italiana – siamo nel pieno di una nuova fase di confusione creativa – come gocce d’olio nell’acqua i democristiani riemergono alla superficie, si riaggregano, tornano a parlarsi. E si fanno avanti anche. L’eterno democristiano “a Fra’ che te serve” a disposizione della politica italiana. Storiche riserve della Repubblica e nuovi profili pronti (forse) alla corsa: c’era Ernesto Maria Ruffini, deciso, se sarà possibile, a sparigliare dal centro le primarie della sinistra; e c’era l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli. Insomma un “pride” ma anche un vero preambolo, il tipico metodo assembleare democristiano. Bastano quattro o cinque concetti condivisi, e poi iniziamo a (ri)parlarne. Chissà.