Detestare Meloni è politicamente incomprensibile

Dispiace il No a una riforma della giustizia impeccabile, dispiace il No motivato con l’ostilità ideologica alla Ducia liberale. Una detestazione che non dipende dai dati di fatto, che non si capisce alla luce del percorso di questa Ursula von der Leyen italiana

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29 MAR 26
Ultimo aggiornamento: 08:19 PM
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foto di Cecilia Fabiano/LaPresse

Certo che dispiace quel No risonante contro una riforma della giustizia impeccabile, contro la tradizione garantista, morta e sepolta, ma allo stesso titolo dispiace il No motivato con l’ostilità ideologica e fantastica alla Ducia liberale, a Meloni. Non capirò mai perché non ci si rallegri del fatto che una popolana romana, formata nella destra missina, assediata dai populismi più o meno Maga, in un’Europa minacciata dal peggio del peggio, tipo AfD e altro, molestata il giusto dal senatore Salvini, candidato minaccioso al ministero dell’Interno al posto del ministro Piantedosi, un altro che si è scoperto una vena repubblicana di tutore non morboso dell’ordine pubblico, perché – dicevo – una donna che può risultare antipatica ma ha dalla sua gavetta, intuito, lealtà europeista in politica estera, amicizia con Zelensky, una buona gestione del dramma dell’immigrazione illegale, una conduzione dell’economia pubblica che non è macelleria sociale, semmai troppo timida sul fronte delle riforme liberali e modernizzatrici del tanto odiato capitalismo di cui tutti vivono e che tutti dannano, perché non ottiene un modesto ma dovuto riconoscimento alla sua scelta mainstream di reggere il timone del governo senza soprassalti e tic di tipo autoritario, senza derive di qualunque genere. 
Il canone antifascista è radicato nella mentalità della sinistra, e non ci vuole molto a riconoscersi in esso, almeno in senso storico. Il pregiudizio politico e ideologico che s’inventa un pericolo dove non c’è, ecco invece qualcosa di veramente incomprensibile, un riflesso condizionato, pavloviano, che porta a una censura morale dove ci dovrebbe essere la comprensione di un fenomeno di crescita della democrazia italiana. Boh.
La costruzione di un’alternativa è la funzione legittima di un’opposizione parlamentare e politica, figuriamoci. Che la si debba fondare sull’alleanza con i magistrati, sulla speranza che adesso procedano alla decimazione coatta dello straccio di classe dirigente messo su da questa donna, un underdog baciato dalla fortuna e dalla meticolosa applicazione di una regola di equilibrio nel governo del paese, questo è per me indisponente e vieto. Non ho niente da chiedere e niente da dare ai nuovi che reggono lo stato, non faccio parte della loro schiera, non della loro cultura, dei loro ricordi, delle eventuali nostalgie, del loro humour, del loro linguaggio, ma non riesco a indignarmi per le scelte giuste che hanno compiuto, partendo da basi dubbie, per la normalizzazione e ratifica di un carattere antifascista della Repubblica da parte di una destra che solo con la pratica di governo poteva arrivare, se ben guidata, a questo risultato. Delmastro, Santanchè, Bartolozzi è gente incappata, come altri, in un incidente stradale, e alla prima curva politica accettabile sono usciti dal giro. Ma è successo a decine di ministri e sottosegretari della classe dirigente di sinistra, succede sempre, succedeva anche nei governi Renzi, Gentiloni, Monti, e altre simili costruzioni politiche prive di alcun rapporto con il passato missino. La detestazione di Meloni è patologica, non dipende dai dati di fatto, non si capisce alla luce del percorso di questa Ursula von der Leyen italiana, che non ha affatto legato con Orbán, che ha una politica estera e istituzionale opposta a quella del guru della peggiore destra europea. Non si capisce perché indiavolarsi, perché mostrare una sindrome askatasuna, di reducismo violento contro il potere pro tempore legittimato dalle elezioni e osservante costituzionale. Boh.