Votare subito è giusto e conviene a tutti

Prendere tempo significa perdere tempo. Il referendum ha spinto il governo verso una strada senza uscita. Far rosolare l’Italia è pericoloso. E andare alle urne al più presto “può aiutare l’economia”, ci dice Giavazzi. Che aspettiamo?

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28 MAR 26
Ultimo aggiornamento: 02:29 PM | 29 MAR 26
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Italian Premier Giorgia Meloni reports to the Lower House on Middle East crisis ahead of European Council, Rome, Italy, 11 March 2026. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Al voto, al voto! Arrivati a questo punto della storia, forse, è inutile prendersi in giro: prendere tempo significa solo perdere tempo. E piuttosto che cercare un modo complicato, spericolato e precario per rimettere insieme i cocci di un vaso che si è rotto, ed essendo difficile crearne uno nuovo di zecca, tanto vale guardare in faccia la realtà, rendersi conto che i Delmastro, le Santanchè, le Bartolozzi sono la punta dell’iceberg di un problema più grande, capire che il risultato del referendum è la spia di un terreno che si sta sgretolando, prendere atto che il voto del 22 e 23 marzo è stato un voto di sfiducia anche nei confronti del governo ed evitare dunque di trasformare i mesi che ci separano dalle elezioni, sulla carta si voterà a settembre 2027, in una lenta agonia, non solo per il governo ma anche per l’Italia. È una questione politica, evidentemente, e non ci vuole molto a capire che per Giorgia Meloni far passare diciotto mesi per andare a votare rischia di portare via al centrodestra più consenso di quello che perderebbe facendo saltare la maggioranza. Ma è anche una questione, prima di tutto, di carattere economico, che riguarda più il futuro dell’Italia che il futuro della maggioranza. 
E la domanda a cui forse bisognerebbe rispondere, a prescindere dal giudizio che si può avere su Meloni e sul suo governo, è forse questa: può un governo indebolito, con una maggioranza litigiosa, una coalizione stabile ma sfilacciata, affrontare una fase complicata come quella in cui ci si trova oggi, con una crescita che non si schioda dagli zero virgola, un costo dell’energia che sale e una manovra che rischierebbe di essere poco espansiva nelle condizioni attuali, a causa di un deficit un po’ più alto del previsto che al momento non consente all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione e dunque di avere più margini di azione in economia? Forse no. E forse, tra il far rosolare l’Italia, oltre che il governo, e provare a scommettere sulle elezioni anticipate, come suggerisce da giorni anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, la seconda soluzione è migliore della prima. Per questioni politiche, naturalmente (e sul voto anticipato Meloni potrebbe trovare una sponda anche in Elly Schlein, che avrebbe tutto l’interesse ad assecondare l’eventuale opzione: con poco tempo per andare al voto, organizzare primarie di coalizione sarebbe logorante, e per Schlein giocarsi le carte per la premiership sulla base dell’eventuale consenso ottenuto dal Pd alle elezioni sarebbe infinitamente più conveniente che misurarsi alle primarie con Giuseppe Conte). Ma il voto anticipato avrebbe anche solide ragioni economiche. Quali? Francesco Giavazzi, economista, già braccio destro e sinistro di Mario Draghi, sostiene che dal punto di vista economico, politico e anche tecnico (con riferimento alle regole europee), arrivati al punto in cui ci troviamo oggi, andare a votare in anticipo sarebbe un’opzione più che saggia, oltre che conveniente. L’Italia, ci dice Giavazzi, “ha un problema serio di crescita asfittica, di salari compressi, di risposte sull’energia che non riescono a essere all’altezza della situazione”, e il governo, dice ancora Giavazzi, ha al suo interno ministri ben più dannosi dei soggetti che si sono dimessi in queste ore, “penso per esempio al ministro dello Sviluppo Adolfo Urso che mi sembra sia stato di fatto sfiduciato sul vostro giornale due giorni fa anche dal presidente di Confindustria”.
Prendere tempo, dice Giavazzi, “con un governo diventato debole che ha bisogno di essere forte per affrontare sfide esistenziali, significa effettivamente perdere tempo, e l’Italia oggi non può permettersi di perdere tempo”. Lo dice la logica, secondo Giavazzi, ma lo dice anche qualcos’altro. “C’è un argomento tecnico che può diventare politico, e persino elettorale: il Psb, il Piano strutturale di bilancio negoziato con la Commissione europea. L’Italia lo ha presentato nel 2024, con un orizzonte di cinque anni. Ma quei numeri, quelle previsioni, quella traiettoria del debito sono figli di un’altra stagione: crescita diversa, tassi diversi, contesto internazionale diverso. Andare al voto subito significherebbe una cosa molto concreta: tornare a Bruxelles con un mandato pieno e riscrivere il piano da capo, cosa che le regole europee richiedono ma consentono solo dopo che si è insediato un nuovo governo. Il nuovo piano, in questo senso, azzererebbe l'orologio, cioè si ricomincerebbe con un orizzonte di cinque anni, mentre nel piano quinquennale in cui siamo oggi sono già trascorsi due anni, quindi a questo punto gli aggiustamenti si potrebbero spalmare solo sul tempo rimasto, cioè tre anni, e questo farebbe tutta la differenza. Anche questo è un modo per non galleggiare: scegliere, e farlo in fretta”.
Votare è un rischio, certo. Ma forse oggi galleggiare, senza avere la forza per governare, lo è ancora di più. Farlo significherebbe rinunciare a diventare il governo più longevo della storia della Repubblica, per quello servirebbero ancora 150 giorni, bisognerebbe votare a settembre 2026, e farlo significherebbe anche chiedere un sacrificio ai parlamentari, la cui pensione, come è noto, matura dopo quattro anni e sei mesi, ovvero a marzo 2027. Ma gli alibi ci sono e non ci sono. L’opposizione non potrebbe avere nulla da dire e non potrebbe nemmeno lontanamente valutare un’opzione tecnica per qualche mese. Il centrodestra neppure, a meno che non ci sia qualcuno, nei partiti di governo, disposto a tradire Meloni per non andare alle urne prima del previsto, e solo questo timore potrebbe spingere la premier a non andare al voto subito. Prendere tempo è comprensibile e umano. Ma perdere tempo, quando non c’è tempo da perdere, potrebbe essere un problema non solo per Meloni. Lo sarebbe soprattutto per l’Italia. Al voto, al voto!