“Troppa fretta sull’Autonomia”. La versione di Bassanini sulle dimissioni che complicano la riforma

L'ex ministro, insieme a Giuliano Amato, Franco Gallo e Alessandro Pajno, ha lasciato il comitato per l’individuazione dei livelli essenziali d’assistenza che fa il lavoro propedeutico alla riforma sognata dai leghisti
5 LUG 23
Ultimo aggiornamento: 04:00
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Francesco Boccia gongola. Per il capogruppo del Pd al Senato e segretario “delle cose serie” dem, si tratta della “pietra tombale” sulla legge Calderoli. Le dimissioni degli ex presidenti della Corte costituzionale Giuliano Amato e Franco Gallo, dell’ex presidente del Consiglio di stato Alessandro Pajno, e dell’ex ministro per la Funzione pubblica Franco Bassanini dal comitato per l’individuazione dei livelli essenziali d’assistenza (Clep), l’organo composto da 61 esperti che sta facendo un lungo e complesso lavoro istruttorio, rischia di essere la mannaia definitiva sull’autonomia differenziata, massimo obiettivo della Lega e del ministro per gli Affari regionali e l’Autonomia Roberto Calderoli. Quasi sicuramente sul sogno leghista di portare a casa almeno parzialmente la legge prima delle elezioni europee del 2024.
Le ragioni dell’addio sono esposte in una lettera di quattro pagine che i dimissionari hanno inviato a Calderoli e al presidente del Clep Sabino Cassese. Questioni tecniche ma rilevantissime che erano già state presentate al ministro ad aprile in un paper firmato da i quattro. La prima riguarda i tempi. Al comitato è stato chiesto di fare una ricognizione su fabbisogni e costi regione per regione sui i livelli essenziali che già esistono per legge. “Chiudere in tempo questa ricognizione che prevede tempi strettissimi, è impossibile”, spiega al Foglio uno dei dimissionari, Franco Bassanini. C’è poi una questione di materie escluse, perché l’articolo 117 della Costituzione prevede la determinazione dei Lep “concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”, e non solo quelli previsti dall’articolo 116 comma 3 (quello che per alcune materie prevede l’autonomia differenziata).
Su questo Cassese ha istituito una sotto commisione. “Ma come per il resto – spiega Bassanini – si tratta di una mera ricognizione dei Lep già previsti dalla legge, e non di quelle che servirebbero per assicurare effettivamente il superamento delle disuguaglianze territoriali, questi altri potrebbe fissarli solo il parlamento e con tempi inevitabilmente più lunghi”. Ma il punto principale riguarda la fissazione contestuale di tutti i Lep, “Perché – dice Bassanini – solo a quel punto si capisce se ci sono sufficienti risorse in bilancio per garantire quei livelli su tutto il territorio nazionale e su tutte le materie”.
Se la valutazione viene invece fatta materia per materia, come scrivono nella lettera i dimissionari “ci si troverebbe alla fine nella condizione di non potere finanziare i Lep necessari ad assicurare l’esercizio dei diritti civili e sociali nelle materie lasciate per ultime”. La questione pone un’ulteriore domanda: e se fissati tutti i Lep le risorse del bilancio non fossero sufficienti per garantirli in tutte le regioni? “A quel punto – dice Bassanini – si possono o abbassare i livelli di alcune prestazioni o aumentare le risorse disponibile, ad esempio attraverso una nuova tassazione, valutazioni che può fare solo il Parlamento”.
Al di là dai commenti ufficiali – il capogruppo al Senato Alberto Balboni parla di “argomenti infondati e pretestuosi” – in FdI la notizia non è stata accolta con disperazione. Anzi. Alla premier Meloni, che non ha commentato la notizia, potrebbe non dispiacere. Sono le ore in cui Matteo Salvini la incalza sulle prossime elezioni europee. E d’altronde europee e autonomia sono argomenti più intrecciatati di quanto s’immagini. La fretta di Calderoli è legata proprio a questo. Al vincolo politico imposto dal suo partito di portare a casa la riforma prima delle elezioni, con l’effetto prevedibile di dar vento alle vele leghiste al nord (probabilmente a scapito di FdI), ridimensionando invece il centrodestra al sud, dove la Lega è debole, e dunque penalizzando Forza Italia e FdI. Non a caso il ministro pur dicendosi “stupito” e “rammaricato” ha garantito che la maggioranza andrà avanti: “Porteremo a casa questo risultato di civiltà”.
E però l’astuzia del leghista che aveva voluto coinvolgere all’interno del comitato esponenti di culture politica anche molto lontane dalla sua, da Luciano Violante a Anna Finocchiaro, è finita con rivoltarsi contro di lui. Dal Pd al M5s fino a Italia viva il commento alle dimissioni è unanime: così la riforma è finita prima ancora di arrivare in Parlamento.