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barbari addii

Roberto Maroni era il leghista da cui amici e avversari non potevano prescindere

Maurizio Crippa

La politica come un blues, bisogna seguirne i giri. La Lega come un lungo sogno di barbari. A Pontida è sempre stato tra i più amati, un poco meno solo di Zaia, ma in Via Bellerio è stato spesso vissuto come un tecnico

Al destino credeva poco, anche meno che alle rigidità della politica, un mondo invece fluido in cui bisogna giocare col capriccio dei venti, come in barca a vela, se si vuole prima o poi arrivare alla meta. Ma ai riff della sua tastiera, ostinati come certi sogni, ci credeva eccome. E forse oggi sarebbe più contento di essere salutato come il tastierista dei suoi Distretto 51, compagni di vita, perché è dal blues che passava il sentimento delle cose. E persino quello della politica e della Padania, il sogno che non aveva mai smesso di sognare (Barbari sognanti). Destino o rhythm and blues che fosse, qualcosa ha trasformato per sempre un tranquillo e normalmente (in)soddisfatto avvocato varesino – genere di flâneur tutto particolare, più adatto alle movenze di Piero Chiara che al movimentismo popolano – in un politico vero, abile, professionale; tra i pochi leghisti sempre stimati dagli avversari, quale che fosse la fase politica o l’altezza della marea secessionista. Un barbaro, ma anche un buon vicino di casa. (Era stato di sinistra, no?). Per tutta la vita un vero leghista, ma diverso dagli altri leghisti.

 

Ci sono politici che possono recitare una sola parte in commedia: la fedeltà senza filtri o l’esilio. Nella Lega è capitato. Ironico, pacato, dialettico, attento alle sfumature e ai giri vaghi del fumo, Roberto Maroni è stato una tastiera diversa nella storia della Lega. Uno dei primi, ancora ragazzo, a incrociare quello strano visionario dell’indipendenza del nord. Uno dei primi a salutare la compagnia: meglio la tastiera, e un posto facile da dirigente alla Avon. E uno dei pochi a farsi riagganciare, era il 1989 ed era andato a risentirlo a un comizio, chissà come va l’indipendenza. L’Umberto lo riacciuffò, il “giovane avvocato di Varese”, e lo impose segretario provinciale. Mugugni? O lo eleggete o ve lo faccio commissario. Quattro anni: dalla segreteria provinciale al comune di Varese, al Parlamento, al ministero e alla vicepresidenza del Consiglio. Poi un altro giro di blues, si era appena abituato al ruolo (“non avrei mai immaginato di mettere i piedi sulla scrivania dove De Gasperi appoggiava solo i gomiti”, disse in un’intervista), che Bossi mandò tutto all’aria. Addio Berlusconi e addio governo. Lui s’oppose, divenne un “giuda”, pensò a suonare. Tornò un’altra volta. Gli anni della serietà al potere, gli anni al Welfare, della riforma delle pensioni (lo scalone oggi da molti rimpianto). E di Marco Biagi. Cambia ancora il giro, quel marzo del 2004. L’ictus di Bossi, la sparizione del corpo del Capo.

 

Per Bobo Maroni l’inizio di un interregno pieno di spigoli. A lui la gestione di un partito senza più capo, mentre attorno al corpo smaterializzato di Bossi inizia a formarsi una barriera umana che ancora non si chiama “cerchio magico”, ma presto lo sarà. Ma Bobo non è ammesso, nel cerchio, dove ci sono Rosi Mauro, Giorgetti, Calderoli. Maroni fa quello che deve fare, il primus inter pares tra i colonnelli, là nel mondo di fuori. A Pontida è sempre stato tra i più amati, un poco meno solo di Zaia, ma in Via Bellerio è stato spesso vissuto come un tecnico. Questo, e il carattere, ne hanno fatto quel leghista atipico, sornione, intelligente che tutti oggi riconoscono. L’uomo che serviva sempre consultare, dentro e fuori il partito, nei momenti decisivi. Così nella notte più buia fu lui a chiamare le Ramazze, a radunare i Barbari sognanti. Per andare a prendersi la Lombardia, più che altro per dimostrare che la Lega c’era ancora. A traghettare la Lega verso Salvini, e a fare un passo indietro. E preferire alla fine l’idea di una nuova vita, sgattaiolando via dal secondo mandato lombardo. Si fece convincere a tentare la corsa a Varese nel 2021, ma il male era già in arrivo. Soprattutto non era più la sua Lega. Se non lo disse, lo lasciò capire. Ma per quella particolarità del Dna propria dei leghisti, ciò che ne fa una tribù o un popolo, non volle mai rompere, non tirò mai la corda. Perché leghista una volta, leghista per sempre. Sono storie d’amore. Può sembrare incomprensibile per la politica di oggi, ma il sentimento leghista, l’essere stati con Bossi, è una storia unica, nel bene e nel male. Un lungo refrain, un blues che non si spegne. Era nato a Lozza, Varese, nel 1955. E’ morto ieri a Varese.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"