Mario Draghi al Quirinale con Sergio Mattarella per controfirmare lo scioglimento delle Camere (Ansa) 

modello schumpeter per la crisi

Come trasformare il disastro del dopo Draghi in un'opportunità

Claudio Cerasa

La fine di questa stagione di governo potrebbe essere un caso di scuola. L'Italia è già dotata di binari solidi e i vincoli europei rappresentano un’assicurazione formidabile contro ogni forma di populismo. La maschera che cade a destra, la chance a sinistra e il centro. La versione di Matteo Renzi

Agenda Draghi o agenda sette nani? Diceva Joseph Schumpeter, economista austriaco vissuto nel secolo scorso, che dietro ogni crisi si nasconde un’opportunità e che ogni genere di distruzione, anche quella più violenta, contiene sempre dentro di sé una forza rigeneratrice in grado di trasformare ogni guaio vissuto in un’occasione per ripartire. La tesi di Schumpeter era pensata per adattarsi ad alcune dinamiche economiche ma l’approccio dell’economista austriaco può essere facilmente preso a modello anche per le crisi politiche. Da questo punto di vista la fine della stagione del governo Draghi potrebbe essere un caso di scuola.

I danni causati dalla caduta dell’esecutivo guidato dall’ex governatore della Bce li conosciamo tutti o quasi, e per capire la nuova vulnerabilità dell’Italia è sufficiente osservare quali sono stati ieri, nel giorno dell’annuncio dello scudo antispread da parte della Bce, i rendimenti dei Btp italiani (i più alti insieme a quelli della Grecia), il valore dello spread (arrivato a 242 punti base), i numeri della Borsa italiana (una delle peggiori in Europa, anche se ha chiuso con un segno di poco negativo: -0,7), i titoli di alcune aziende  da cui potrebbero  allontanarsi preziosi investitori (meno 5 per cento Tim, meno 4 per cento Mps) e i giudizi offerti da alcuni importanti funzionari europei rispetto al destino di un Piano nazionale di ripresa e resilienza lasciato in balìa di un governo per gli affari correnti (“Il rischio è che salti tutto”).

La tempesta c’è, non è perfetta ma è insidiosa; è una tempesta dietro la quale si nascondono alcune opportunità difficili da cogliere ma impossibili da ignorare. La prima opportunità è quella di testare nelle prossime settimane, osservando il mood degli investitori, osservando il trend delle borse, osservando il percorso dei partiti in campagna elettorale, la solidità dei binari di cui si è dotata l’Italia negli ultimi mesi per provare a superare le molte crisi attraversate negli ultimi anni. Il passo indietro di Draghi è certamente un grosso guaio politico, ma immaginare che l’Italia possa allontanarsi in modo deciso dalla stagione dei doveri con un Quirinale che sarà guidato nei prossimi sei anni e mezzo da Sergio Mattarella, con un debito pubblico molto elevato che impedisce strutturalmente fughe dalla responsabilità e con una serie di impegni che vincolano l’Italia al raggiungimento di obiettivi precisi con la Commissione europea pena la perdita di finanziamenti cospicui è un’operazione difficile da realizzare.

I vincoli rappresentano per l’Italia un’assicurazione formidabile contro ogni forma di populismo, compreso quello che ha spinto due giorni fa tre forze politiche come Lega, M5s, Forza Italia a pugnalare Mario Draghi al Senato, e la necessità di scegliere da che parte stare nella stagione dei doveri offre l’opportunità per accelerare alcuni processi politici. Per esempio, costringe i così detti moderati del centrodestra a compiere una scelta, a decidere cioè se considerare o no il draghicidio come parte fondante della costruzione di una destra moderata (domanda retorica). Per esempio, costringe i cosiddetti professionisti del campo largo a uscire da ogni ambiguità e di non avere tentennamenti rispetto alla necessità di organizzare un Vaffa day contro gli ex alleati responsabili della caduta del governo Draghi (il campo largo, ha detto ieri occhi di tigre Enrico Letta, non esiste più, e sarebbe impensabile e autolesionista se il Pd scegliesse di andare alle elezioni con il M5s chiedendo agli elettori di centrosinistra di votare ai collegi uninominali gli amici di Toninelli e Taverna).

Per esempio, costringe tutti coloro che mercoledì, al Senato, hanno mostrato vicinanza all’agenda dei doveri squadernata da Draghi nel suo ultimo discorso da presidente del Consiglio a mettere da parte le proprie divisioni e capitalizzare un'occasione più unica che rara: dare una casa all’agenda Draghi, un’agenda apprezzata trasversalmente come testimoniato dai molti appelli rivolti in questi giorni all’ex presidente del Consiglio per andare avanti; sfruttare la delusione degli elettori di centrodestra tramortiti dalla decisione di rottamare l’agenda Draghi, come testimoniato dai molti sindaci di centrodestra che in questi giorni hanno rivolto appelli per chiedere all’ex presidente del Consiglio di andare avanti; e creare una  forza alternativa capace di arrivare laddove il Pd non è in grado di arrivare. Già, ma come si fa?

Matteo Renzi, in queste ore, la mette così: “Il Pd dovrà decidere se essere davvero un partito desideroso di interpretare l’agenda Draghi o se vorrà essere un partito desideroso di seguire la linea di Biancaneve e i sette nani”. Tradotto, significa questo: per avere speranze di essere competitivi con il centrodestra, dice Renzi, non occorre costruire un’alleanza simile a un’armata Brancaleone, ma occorre creare un soggetto diverso, una nuova tenda, un’unica lista, e mettere insieme un grande fronte repubblicano, contro i nuovi e vecchi populisti. Se questo non accadrà, dice Renzi, l’altra strada è quella di mettere insieme chi ha idee simili, come il partito di Renzi e quello di Calenda, non impiccarsi alle leadership e offrire un contributo per dare una casa politica a chi in questi mesi si è riconosciuto nell’agenda di Mario Draghi senza essersi riconosciuto nell’agenda né del Pd né del centrodestra. La tempesta c’è, e i mercati ne sono un termometro, ma governarla si può e per quanto possa sembrare difficile anche in questo caso la legge di Schumpeter ha qualche speranza di diventare realtà.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.