Il vertice in "dad" di Berlusconi, Meloni e Salvini

Salvatore Merlo

Il centrodestra riunito su Zoom archivia la stagione della segretezza che ha caratterizzato finora trattative e mediazioni politiche. Per la prima volta nella storia un'elezione presidenziale italiana passa da un collegamento virtuale

Berlusconi è a casa, circondato dalla famiglia e dai famigli, come Giorgia Meloni, con la figlia e il compagno. Matteo Salvini è in movimento, tra Milano dove ha passato il venerdì e Roma dove lo attende Enrico Letta (e la fidanzata Francesca Verdini). Quando si vedranno, probabilmente stasera alle 18, attraverso lo schermo di un computer, utilizzando la piattaforma Zoom, ecco che questi leader alla faticosa ricerca di un accordo sul Quirinale certificheranno la definitiva trasformazione della parola “incontro al vertice”. Meloni, Berlusconi e Salvini inaugurano infatti oggi la prima elezione presidenziale italiana in “dad” se non addirittura “blub house”, insomma in qualcosa di assai lontano dalle meccaniche accorte che regolavano nella Prima Repubblica le trattativa, per dire, tra Andreotti e Forlani quando erano in competizione per raggiungere il soglio laico del Colle. Trattative sempre precedute e accompagnate da contatti riservati, negoziati segreti, summit consumati nelle più riposte stanze dei più inaccessibili palazzi romani, talvolta di notte, e comunque sempre tra poche persone e molto importanti obbligatoriamente lontane da occhi e orecchie indiscrete.


I tre padroni del centrodestra trasformeranno l’idea d’incontro al vertice in qualcosa di nuovo, e forse fin qui inesplorato, qualcosa che per via della sua natura digitale e disincarnata tradisce evidentemente tutti gli elementi di discrezione, segretezza e confidenzialità che questo genere di riunioni importanti avevano fin qui mantenuto persino in epoca di informatizzazione imperante. Dallo schermo del suo computer, Ipad o cellulare, infatti Giorgia Meloni non saprà mai se accanto a Silvio Berlusconi, non inquadrati dalla telecamera fissa, saranno presenti anche Marina e Fedele Confalonieri, Licia Ronzulli e Sestino Giacomoni. Così come Berlusconi non avrà mai la certezza che accanto a Meloni non ci siano il capogruppo Lollobrigida, la sorella Arianna, o chissà la figlia Ginevra. Proprio come accanto a Salvini, magari sul divano, potrebbe essere seduta e accoccolata la fidanza Francesca Verdini. 


Chissà quante persone, allora, potrebbero finire con l’essere testimoni delle reali inclinazioni di ciascuno dei tre leader. Chissà quanti potranno poi testimoniare, per diretta constatazione uditiva, che non era affatto vero che Salvini intendeva imporsi con prepotenza su Berlusconi cercando di frenare le velleità presidenziali del vecchio e mai domo Cavaliere di Arcore. Perché se l’antica saggezza democristiana imponeva “poche persone molto importanti chiuse da sole in una stanza”, come recita l’adagio da manuale, ecco: un motivo ci sarà stato. Mai davvero s’era decisa una candidatura alla presidenza della Repubblica in questo modo, a riprova forse di quell’incongrua svagatezza che pure sembra caratterizzare le confuse piroette cui la politica italiana si sta consegnando in queste ore che inesorabilmente precipitano verso il fatidico 24 gennaio, quando il Parlamento in seduta comune sarà chiamato per il primo voto. 


Non s’era mai visto maneggiare il nome di un futuro presidente della Repubblica in “dad”, come d’altra parte non s’era mai visto che tutti gli incontri fisici e virtuali, le telefonate, i messaggini sms e quelli WhatsApp, le proposte più serie e anche quelle più bislacche, venissero continuamente propagandate, raccontate, diffuse alla stampa e alle agenzie dai portavoce dei leader come sta avvenendo questa volta. Soprattutto, non è un caso, da parte del centrodestra. Ovvero da parte di Matteo Salvini.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.