Il racconto

Il sobrio sbarco stile Mef di Gualtieri in Campidoglio. Ora cerca donne per la giunta

L'esponente del Pd si è insediato in Comune. Né bandiere né proclami. Basso profilo. Nulla a che vedere con il circo del M5s cinque anni fa

Simone Canettieri

L'arrivo in anticipo, l'incontro con Raggi, la caccia alle quote rosa per la squadra. Inizia un'era, mentre la grillina esce e un uomo le chiede un selfie: "Ma voto Fratelli d'Italia"

“Vuole un bicchiere d’acqua del sindaco?”. I più veloci come sempre sono i dipendenti di Mamma Roma (i 24 mila comunali). Al bar del Campidoglio – buvette minore con caffè migliore della originale  – Virginia Raggi, dunque la sindaca, è già acqua passata. Fresca.  Come quella del rubinetto. Meglio scendere per strada. C’è da vedere lo sbarco di Roberto Gualtieri. Il ritorno della sinistra. Che poi sarebbe il ritorno (sulla carta) della politica nella Capitale. Dopo i cinque anni vissuti pericolosamente dalla regina del M5s e i tre rocamboleschi di Ignazio Marino. Il Marziano.  Il cui slogan era: “Non è politica, è Roma”.

E dunque ecco i commessi vestiti in palandrana. Sono concentrati. Passano l’aspirapolvere sul tappeto della scale del Campidoglio. Red carpet sotto la Lupa. Gualtieri è atteso per le 11. Ad aspettarlo il portavoce Luigi Coldagelli che conosce questo posto meglio di lui (è stato portavoce di Walter Veltroni dal 2001 al 2007). Scende da un’utilitaria Albino Ruberti. Nel Pd, luogo dalla grande fantasia, lo chiamano “Rocky” perché quando era capo di gabinetto di Nicola Zingaretti in regione Lazio fermò un gruppo di contestatori senza farsi troppi problemi. Sarà il capo di gabinetto del comune. Piccola soffiata: “Roberto oggi non  indosserà la fascia tricolore”. Perché? “Aspetterà  cerimonie più istituzionali”.

 

Ore 10.58: ecco la macchina del sindaco. Accenni di pioggia. Con due minuti di anticipo, in una città che rincorre sé stessa nel ritardo eterno del “mo’ arrivo”, scende da un’Alfa grigia Roberto Gualtieri. Il look è “vestivamo alla via XX Settembre”. Completo blu su cravatta di una tonalità inferiore. Saluta perché i fotografi lo pretendono. Nessuna battuta. Sorrisi di prassi. Lo aspetta Virginia Raggi di sopra, per il passaggio delle consegne. C’è un’atmosfera sobria. E gravosa. Da “far tremare le vene dei polsi”, come sta dicendo in questi giorni l’ex ministro dell’Economia a proposito della sfida di Roma.  


Mentre Gualtieri sale le scale, con i commessi che lo salutano, scatta un timidissimo applauso. In piazza una ventina, non di più, di simpatizzanti. Compresi gli staff. Quando qui sbarcò Raggi, cinque e passa anni fa, fu un circo. Lei arrivò a bordo di una macchinina elettrica blu a due posti (accenni di transizione ecologica). C’erano le bandiere del M5s, e anche uno strano tizio vestito da moschettiere (“so’ il giustiziere dei romani”). Qui ora, invece, è tutto uno stile Gualtieri. Allegria tipo nota di aggiornamento del Def. Bisogna essere seri, la situazione è grave. Il sindaco si è preso dieci giorni per fare la giunta. Deve guardarsi bene dagli appetiti del famigerato Pd romano, a stecchetto da troppo tempo. Gli mancano le donne da nominare assessore (si guadagna meno di 4mila euro con responsabilità incredibili). Girano nomi alla rinfusa: Francesca Bria (ora nel Cda rai), Marco Simoni (presidente della fondazione Human Technopole di Milano), Marino Sinibaldi (già direttore di Radio 3), Monica Lucarelli (ex presidente dei giovani di Confindustria), Silvia Scozzese (assessore al Bilancio con Marino, tra le altre cose). Più, certo, ci sono gli eletti in consiglio comunale. La nuova giunta nei primi cento giorni dovrà fare circa cento nomine (municipalizzate, cda vari, enti). 

Il sindaco intanto è chiuso nella sala delle Bandiere con Raggi. Stanno parlando di pulizia delle strade e di Expo. Sparata di flash. Eccoli. Roberto e Virginia. Lui è senza fascia. Lei dice che gli lascia la “città più bella del mondo”. E’ serena. Forse sollevata. Comunque istituzionale. Dunque cambiata. La grillina prima lo ha portato sul balconcino con vista mozzafiato sui Fori. Foto di rito. Come adesso. Gualtieri si limita a  “ora mettiamoci subito al lavoro con impegno e passione”. In Aula c’è anche  Lorenza Fruci, assessore uscente alla Cultura, ed ex compagna di liceo di Raggi. Fu  derisa in quanto esperta di burlesque (due libri all’attivo). “Ma sono una giornalista ed esperta di comunicazione”. Perché sta qui? “Sono curiosa”. Spera nel ripescaggio? “Mi piacerebbe continuare l’esperienza nelle istituzioni: è stato bellissimo”.


La scenetta finisce. I due protagonisti se ne vanno.  Ancora timidi applausi in Aula Giulio Cesare. Gualtieri nel pomeriggio andrà a Tor Bella Monaca, segue il mito lucente di Giggetto Petroselli, sindaco comunista delle periferie. Oggi incontrerà il governatore Nicola Zingaretti (consigli per la giunta?). Ha in agenda una telefonata con Mario Draghi. La fascia tricolore la indosserà nella prima visita alle Fosse ardeatine, Altare della patria, porta San Paolo.  Intanto  Raggi  scende dalle scale dal Campidoglio. Ormai è una consigliera comunale. Lo staff, a lutto, l’applaude.  Si avvicina un signore per un selfie. Lei si concede. Si chiama Domenico Montelone. E’ romano? “No sono di Biella, voto Meloni, alla fine Raggi è un personaggio, no?”. La grillina sale in auto: “Allora, a presto”.

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.