Il retroscena

Rebus Quirinale, i partiti hanno capito: con Draghi al Colle elezioni anticipate

Conte è combattuto: vorrebbe subito le urne, ma l'unico modo per arrivarci è l'elezione del suo arcinemico. E il Pd? Aspetta. Quella voglia di Mattarella bis

Simone Canettieri

Il primo è stato Giorgetti a dirlo pubblicamente: senza l'ex banchiere il governo è finito. Una sensazione che pervade anche Iv e Forza Italia

 L’ipotesi di Draghi al Colle il prossimo febbraio rischia di far rotolare questa legislatura verso la fine. E quindi dietro alla partita del  Quirinale si nascondono i timori,  le speranze e le strategie dei partiti. L’altra sera da Cervia, alla vigilia del semestre bianco, Giancarlo Giorgetti ha sparato in aria un bengala: “Se il premier dovesse andare al Colle, non vedo come il governo potrebbe andare avanti”. Le elezioni anticipate fanno paura a quasi tutti. E quindi ciascun partito pensa alla propria convenienza, con una serie di paradossi.  

 
Chi non vede l’ora di un bel tuffo nelle urne è Giorgia Meloni, unica forza strutturata all’opposizione e sempre più in ascesa. Che però – almeno sulla carta – si troverebbe in difficoltà a portare la sua pattuglia di parlamentari a votare come capo dello stato un presidente del Consiglio a cui ha fatto  da contraltare, in maniera solitaria e finora fortunata (almeno a leggere i sondaggi). Certo, non è matematico che con Draghi la legislatura si interromperebbe di botto (girano ipotesi di avvicendamenti a Palazzo Chigi che tirano in ballo il ministro dell’Economia Daniele Franco o quello della Pa, il più anziano dell’esecutivo, Renato Brunetta).

  

Ma lo scenario potrebbe essere di difficile  gestione da parte dei diversi player che animano i partiti. Su questo argomento, il centrodestra è spaccato. E anche Forza Italia, seppur senza fornire la soluzione, indica un’altra data per il voto delle politiche: il 2023. Lo ha detto pubblicamente Silvio Berlusconi (che nutre ambizioni) nella telefonata con Matteo Salvini e Bruno Vespa alla festa della Lega; lo ha ripetuto anche ieri Antonio Tajani, braccio destro del Cav. Il  tempo rimane il miglior alleato di Forza Italia e Lega per arrivare alla nuova “cosa”: dalla federazione al partito unico.

   
Bisogna poi dare un’occhiata ai numeri. Come ricordava l’altro giorno all’ombra e su una poltroncina del Papeete Lorenzo Fontana, vicesegretario del Carroccio, “come centrodestra abbiamo il 45 per cento dei voti, compresi i delegati regionali, dunque per qualsiasi schema dovremmo comunque parlare con altre forze”.

  

Niente di strano. Né di anomalo. E la mente va a Matteo Renzi, mago di questi giochi di prestigio, ma consapevole di quanto le spinte interne dei vari partiti potrebbero rendere azzardati gli effetti delle sue mosse, perfino a uno come lui. Il capo di Italia viva, che certo non spicca in questo momento nelle rilevazioni, a occhio non può correre il rischio di urne anticipate e non vorrebbe nemmeno interrompere la corsa di Draghi a Palazzo Chigi. Il suo cavallo porta alla scuderia di Pier Ferdinando Casini, scomparso dai radar come tutti coloro che  puntano al soglio quirinalizio. Potrebbe essere l’ex presidente della Camera l’uomo giusto per destrutturare il Pd con i voti del centrodestra e di Iv?   
  

C’è però un altro aspetto, non banale. Il Parlamento che eleggerà il successore di Sergio Mattarella è quello uscito dalla tornata elettorale del 2018. E quindi, nonostante le defezioni tra Camera e Senato, il M5s rimane la forza di maggioranza relativa. Giuseppe Conte è animato da sentimenti contrastanti: da una parte vorrebbe correre verso il voto anticipato per compiere così la trasformazione definitiva del Movimento e per mettersi a capo dei progressisti; dall’altra “mi serve tempo”, come ha confessato in questi giorni, per dare il suo imprinting alla formazione che con litri di sudore e bile ha scalato (dopo sei mesi ancora non ne è diventato, tecnicamente, capo politico). Se davvero Conte cercasse le urne anticipate riuscirebbe a portare tutti i grillini dalla parte di Draghi? E cosa accadrebbe se l’ex banchiere non venisse eletto, per via di qualche regolamento di conti interno al M5s, alla prima votazione?

  

Domande che rimbalzano dalle parti del Nazareno, dove come i quirinabili d’area abbondano da Dario Franceschini a Walter Veltroni, ma come si sa la distanza tra i gruppi parlamentari e il segretario Enrico Letta non è del tutto azzerata, anzi. E così si torna ai nastri di partenza: Draghi per la sua autorevolezza è la migliore garanzia per il paese alle prese con la gestione del Recovery, ma anche per grande parte degli eletti, che nel nuovo Parlamento, per giunta con un terzo di posti in meno, non rientreranno più nemmeno a capocciate. Vista dall’alto, la soluzione più semplice è quella che sembra più complicata: il Mattarella bis (che non dispiace nemmeno all’Europa vista l’attuale affidabile sintonia Chigi-Colle).

Di più su questi argomenti:
  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero, prima ancora Parma, Firenze e Viterbo, dove iniziò a 19 anni con un pezzo sul pattinaggio artistico. Ama i giornali, e soprattutto le notizie. Molto meno le bio. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.