L'intervista

"Vengo colpito al cuore da una giustizia da manicomio". Parla Nichi Vendola

Caso Ilva, la condanna a tre anni per concussione all'ex governtaore della Puglia: "Anche solo un'ora di carcere sarebbe un'offesa alla verità"

Carmelo Caruso

"Quel processo non c'entra nulla con la mia storia. Ho pianto. Il caso Ilva è un caso di deriva giustizialista. L'ambientalismo andrebbe bonificato dalla demagogia e dall'incompetenza". la versione dell'ex governatore condannato a tre anni

Concussione aggravata. Una condanna di tre anni. Chi è davvero Nichi Vendola? Il governatore che ci ha mostrato l’altra Puglia o l’imputato che, per la magistratura, avrebbe favorito l’avvelenamento dei tarantini? Stiamo parlando con un impostore? “Io sono Nichi Vendola, uno che ha combattuto faccia a faccia contro i clan mafiosi e che ha denunciato le collusioni dello stato e della magistratura, uno che le vacanze da uomo di potere le ha fatte a proprie spese in Chiapas difendendo gli indigeni o in Colombia al processo di pace o a Sarajevo sotto le bombe. Sono uno che pregava mano nella mano con Rita Borsellino e Antonino Caponnetto sulla tomba di don Tonino Bello. Sono quello che scoperchiò il verminaio di Messina, che ha indagato sull’omicidio di Graziella Campagna o di Peppino Impastato, e quello che in Puglia faceva montare i palchi nei quartieri dei boss e li sfidava in piazza”. E cosa altro ancora? “Sempre quello che lo stato ha messo sotto tutela per un quarto di secolo. E ancora quello che a Taranto non ha esitato, dopo decenni di omertà, a parlare dei veleni e del cancro e a operare per una svolta”. Dove si trova? Cosa farà? “Sono in famiglia, nella nostra campagna. Cosa farò? Smetterò di stare zitto e di essere ossequioso verso una giustizia senza verità”. Oggi, dopo nove anni dal sequestro dell’Ilva, le pene.

 

22 e 20 anni di carcere a Fabio e Nicola Riva. E poi c’è la sua condanna. Vendola, a Taranto, in Puglia, si è consumato il più grande tentativo di inquinamento dell’occidente o si dimostra che in Italia è impossibile fare industria? “Taranto è stata avvelenata da un complesso gigantesco di attività industriali, raffinerie, cementerie, siderurgico, arsenale della Marina militare: non penso che si debba radere al suolo l’industria, penso che si debbano ambientalizzare gli impianti produttivi e che si debba aprire la stagione delle grandi bonifiche”.

 

C’è qualcosa di cui oggi si pente? “Dovrei pentirmi di aver operato, se fossi stato fermo, se avessi messo la testa sotto la sabbia, non sarei finito in un processo che non c’entra nulla con la mia storia”. Passiamo all’accusa. Si dice che lei abbia cercato di “ammorbidire”, di aver provato a fare passare l’idea che l’inquinamento c’era ma non era così nocivo. Come è andata? Se è andata in un altro modo. “Ah, lo deve dire il giudice cosa ho fatto, io sono accusato di una concussione “implicita”, ed è implicita proprio perché non c’è prova, e chi l’avrebbe subita, uno scienziato come Assennato, è accusato di avermi favoreggiato poiché nega di essere mai stato minacciato da me. Ma poi l’Arpa ha ammorbidito la sua condotta con Ilva? Le prove dicono l’esatto contrario...”.

 

Ha tradito i pugliesi che hanno creduto nella sua tenerezza o c’è una magistratura che si è lasciata trascinare? Perché oggi  dunque la condanna? “Guardi, le racconto una storiella. Il governo nazionale, a Ferragosto del 2010, con un decreto spostò di anni l’entrata in vigore della direttiva sulla qualità dell’aria (che aveva effetti sul famigerato benzopirene). Noi varammo una norma perché fosse subito in vigore: e lo facemmo pur non avendo quella competenza che in materia ambientale è esclusivamente dello stato... ecco, mentre faccio questo, nello stesso momento misteriosamente minaccio Assennato: direi che siamo al manicomio!”.

 

A causa di questo procedimento si dice che lei abbia preferito allontanarsi dalla politica. E’ vero? “Sì, ho lasciato la scena pubblica per questa accusa, il mio partito è stato sciolto di conseguenza, perché non sopportavo l’idea di qualche moralista da marciapiede che mi urlava: impresentabile!  E perché ho sempre pensato che ci si difende in tribunale: e questo oggi capisco che è un errore. Io avevo messo nel conto tutto, tranne questo: che potesse colpirmi alle gambe un mafioso, non che potesse colpirmi al cuore una procura...”. E’ una condanna che arriva in un momento in cui si è aperto un bel dibattito sulla giustizia. Nel caso Ilva c’è stata gogna? Cosa è la gogna? “Nel caso Ilva c’è stata una malevola torsione dell’inchiesta verso una deriva che è quella del mainstream giustizialista. Io penso che sia importante che finisca la stagione della irresponsabilità ambientale di pezzi del capitalismo nostrano, ma non so come abbiano potuto mettermi insieme agli inquinatori sul banco degli accusati. La gogna è il tifo colpevolista, è la lapidazione costruita in un continuo gioco di carambola tra alcuni pubblici ministeri e parti del giornalismo”.

 

Dopo la pronuncia si sono scatenati gli ambientalisti. Lei si riconosce in quest’ambientalismo sfrenato? L’ambientalismo non è stato uno dei sui valori più alti? “C’è anche un ambientalismo che andrebbe bonificato dalla demagogia e dalla incompetenza. La mia maestra di ecologia politica, Laura Conti, mi ha insegnato — ed ero un giovanissimo dirigente della Fgci — che per cambiare il mondo in senso ecologista occorre cultura. Anche le superstizioni o i pregiudizi o l’ignoranza inquinano l’ambiente”. Pene alte. Si è cercato di punire un reato o si cerca la grande sentenza d’epoca? “A me o ad Assennato anche un’ora di carcere sarebbe una offesa alla verità”.

 

Vendola, cosa pensa oggi della magistratura? “Penso che il tema da affrontare sia la crisi delle élite nella loro interezza: politica, impresa, giustizia, media, ovunque si coglie il segno di un decadimento e di un degrado”. “Responsabilità politica”. Quali responsabilità politiche aveva Vendola? “Mi sono messo il mondo sulle spalle, non ha scansato alcuno dei problemi anche incancreniti che ha ereditato. Se non fosse un paradosso si potrebbe dire: “Colpevole di riformismo!”. C’è qualcuno che oggi è ancora “vendoliano”? “Sto ricevendo migliaia di messaggi, non solo da politici, ma anche da scrittori, da magistrati, soprattutto da persone semplici, tanti messaggi bellissimi anche da Taranto: e sono quelli che mi hanno fatto piangere”.

 

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  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica, ha scritto otto anni per Panorama occupandosi di politica, cronaca, cultura. Nel 2018 a Il Giornale. Oggi in redazione a Il Foglio.