le contraddizioni leghiste

Salvini alla corte di Orbán, mentre a Via Bellerio ci si azzuffa per la poltrona di Giorgetti

"Il capo della Lega si allea con chi in Consiglio europeo ostacola gli interessi dell'Italia", spiega Quartapelle. Il doppio gioco del premier ungherese, tra Salvini e Meloni

Valerio Valentini

Il viaggio a Budapest del leader leghista, che omaggia il premier ungherese rimasto isolato. La via sbarrata verso il Ppe, le tensioni con la Meloni e il conflitto con l'agenda Draghi. E intanto Grimoldi fa la guerra a Fontana, e il Carroccio resta ancora senza un responsabile Esteri

Verrebbe da dire che difficilmente la rotta potrebbe essere chiara, se non è chiaro chi deve indicarla. “Di questioni europee e dell’incontro con Orbán e Morawiecki non sono io titolato a parlarne”, si schermisce Lorenzo Fontana. Che pure di Matteo Salvini è uno dei vice, ed è da quasi due mesi il candidato unico - formalmente, almeno - a prendere il posto di Giancarlo Giorgetti alla guida del dipartimento Esteri della Lega. Solo che ancora non prende servizio, Fontana. E non lo fa anche perché Paolo Grimoldi, che da febbraio è stato rimosso dalla guida della Lega lombarda a seguito del trambusto in regione e del conseguente rimpasto di giunta, rivendica per sé quel posto. “Matteo me l’ha promesso”, dice ai suoi confidenti, riferendosi a Salvini.

 

Beghe di bassa cucina, comuni a ogni partito. Roba che insomma non meriterebbe d’essere raccontate, se non fosse che il caos inconcludente con cui a Via Bellerio ci si angustia nel cercare il responsabile Esteri del partito riflette a suo modo il disorientamento cronico di Salvini in tema di geopolitica. E così, nello sbandamento generale, a prendere o suggerire le soluzioni è sempre più spesso Marco Zanni, ex grillino diventato poi pupillo di Borghi&Bagnai, per anni fustigatore del “draghetto” (copyright suo) che era presidente della Bce e ora leader del gruppo Id, quello in cui siede la Lega a Bruxelles in compagnia degli estremisti di destra di AfD e della Le Pen. Ed è stato proprio Zanni uno dei propiziatori dell’incontro di giovedì, quando Salvini si recherà a Budapest per rendere i suoi omaggi a Viktor Orbán insieme a Mateusz Morawiecki, premier ungherese e polacco. “Insieme discuteremo di una nuova Europa”, spiega il leader della Lega alla stampa estera. Più concretamente, proveranno a capire quanto è solida l’ipotesi di costruire un nuovo gruppo al Parlamento europeo.

 

Certo Orbán ne avrebbe voglia, pare. O meglio, ne avrebbe bisogno. Perché, dopo l’espulsione dal Ppe a Bruxelles e il calo nei sondaggi in patria, a uno anno dalle elezioni il premier ungherese ha urgenza di sparigliare, di esibire una rinnovata centralità della dozzina di europarlamentari di Fidesz. Salvini gli va dietro: un po’ perché vede nel leader magiaro l’occasione buona per affrancarsi dalla comitiva molesta di AfD. Un po’ perché, vistosi precludere qualsiasi approdo nel Ppe, che era la meta indicata da Giorgetti, ora tenta di scantonare nella speranza di creare qualcosa che ancora non c’è.

 

E non perché, tecnicamente, la creazione di un nuovo gruppo al Parlamento europeo sia impraticabile. I problemi sono tutti politici. E hanno anzitutto a che fare con la doppiezza di Orbán. Che già in passato, alla vigilia delle europee, giocò con le ambizioni dei leader della destra italiana come il gatto col topo (accompagnando Salvini a vedere le mirabilia dei fili spinati sul confine con la Serbia ed elogiando Giorgia Meloni), per poi gabbare entrambi e accasarsi nel Ppe. Ora il canovaccio pare lo stesso: settimane di ammiccamenti alla Meloni, poi gli incontri con Salvini, alimentando nei due la corsa a mostrarsi ognuno “più amico di Orbán dell’altro”, e nel mezzo la sua ansia di trovare la migliore collocazione possibile. Che non è escluso possa in effetti essere in Ecr, il partito di cui la Meloni è presidente e che al Parlamento europeo siede alla destra dei popolari ma all’interno di quel “cordone sanitario” che segna il confine tra presentabili e no. Ryszard Legutko, che insieme a Raffaele Fitto guida il gruppo, nei giorni scorsi ha fatto sapere che l’avvicinamento di Morawiecki a  Orbán per ora è solo tattico. Vuole così Jaroslaw Kaczynski, che del PiS è padre padrone, e che prima di dare ai suoi 27 europarlamentari l’ordine di abbandonare Ecr vorrà capire cosa ha intenzione di fare il premier ungherese.

 

Insomma è ancora tutto in aria, a meno di un anno dal rinnovo delle cariche al Parlamento europeo. Quel che è certo è invece il fatto che Salvini (e, in parte, anche la Meloni), scommettono che passerà da est la loro legittimazione di leader di una destra di governo. “Dopo le elezioni in Germania cambierà tutto”, ripete Giorgetti. Speranzoso che la Cdu svolterà a destra, e che nel guardare a destra i popolari potranno incrociare la via della Lega. “Ma nei fatti Salvini s’allea coi peggiori nemici degli interessi italiani a Bruxelles”, commenta la deputata del Pd Lia Quartapelle. Che, da responsabile Esteri della segreteria Letta, invita a guardare alle dinamiche del Consiglio, più che a quelle del Parlamento europeo. “Dai migranti alla ripartizione dei fondi, passando per lo stato di diritto, Orbán e Morawiecki hanno ostacolato anche le intese sul Recovery plan”. E un’alleanza del genere, per chi sostiene Draghi, potrebbe non essere consigliabile. Questione da sottoporre al responsabile Esteri del partito, se ce ne fosse uno.

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  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.