C’è un nuovo bollettino che serve all’Italia
Basta politicismi. Da ora in poi occorre siano poste ogni giorno domande su come verranno spesi i miliardi che devono ristrutturare l’Italia, rendendo inevitabili e urgenti vere risposte dettagliate. I nuovi nasi di Cleopatra è meglio evitarli, grazie
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7 SEP 20

Uno degli incontri organizzati durante gli Stati generali dell'Economia a Villa Pamphilj, lo scorso luglio (foto LaPresse)
Tutto è in discussione nella politica italiana, e la si butta in caciara aspettando il varo imminente e completo dei talk-show per compiere l’opera, ma non l’essenziale. Prima delle minuzie, anche prima di dettagli importanti per la vita civile e per la vita quotidiana, si dovrebbero esigere risposte chiare a domande chiare sul Recovery fund. L’Unione europea, la nostra comunità politica e statuale allargata, ha stabilito per la prima volta nella sua storia che immense risorse, sotto forma di prestiti o di trasferimenti diretti, saranno messe a disposizione dei paesi membri secondo un principio di convergenza e di riequilibrio delle economie nazionali, aiutano solidalmente quelle meno forti e pimpanti nella crisi generale che accompagna la pandemia in corso. L’Europa stanzia un bilancio serio, mutualizza in parte il debito per generare nuove risorse, annulla o riduce la polarizzazione tra frugali e spendaccioni, tra nord e sud, e a questa svolta cruciale, che è cosa fatta e con certe regole deve essere attuata a partire dall’anno prossimo, i paesi che ne fanno parte, in specie quelli che godranno maggiormente delle risorse stanziate, devono rispondere approntando piani di investimento e spesa che siano significativi e rispettino il senso della grande svolta nella direzione di un bilancio comune.
L’Italia è al centro di tutta la faccenda. L’economia italiana, lavoro infrastrutture produttività formazione innovazione, è quella che fatica di più e che è gravata dall’ingombro debitorio più cospicuo. Al controllo occhiuto dei conti pubblici nel segno del contenimento della spesa, salvo il fatto ovvio che chi prende a prestito deve ripagare e che non è possibile liberarsi dell’impegno con una scrollata di spalle, gravando sulle generazioni future o esponendosi a spedizioni punitive dei mercati finanziari, si sostituisce la presa d’atto che il motore di spinta del riequilibrio e della ripresa è il cosiddetto “debito buono”, investimenti pubblici che devono trasformare riformare e riscattare decenni di imprevidenza e vista corta e deleterio assistenzialismo.
Ma le domande che contano non vengono fatte. Francia e Germania stanno cominciando a fissare le priorità di quanto si impegnano a fare con quei soldi. L’Austria, per bocca del suo cancelliere Kurz, ci ricorda che questa è la nostra grande occasione e che non si ripeterà. Noi ci disperdiamo in mille rivoli di conflittualità faziosa e di appelli al governo in favore di interessi costituiti da parte delle organizzazioni sociali, ci occupiamo a pieno tempo di cose anche importanti come la scuola o il referendum o i governi regionali a scrutinio elettorale, spesso in chiave politicista e ideologica, però le domande che contano stentano a emergere. Chi sta studiando, dopo Colao e gli stati generali di Villa Pamphilj, la piattaforma di spesa di circa duecento miliardi in arrivo, e che arriveranno davvero e saranno davvero spesi solo a condizione che sia credibile la piattaforma stessa? Quali sono i primi orientamenti in emersione nella fabbrica introvabile del Recovery fund? Non basta dire parole-chiave del nuovo lessico programmatico, green deal o digitale, non è sufficiente all’8 settembre 2020 enunciare vaghe priorità o istituire commissioni sul collegamento dell’Italia continentale con la Sicilia, non basta parlare di bonus per la mobilità, di spesa per le vacanze e altre amenità, non è minimamente appagante il dibattito a base di grevi o meschine simbologie propagandistiche con un’opposizione piuttosto corriva o scalcagnata.
Ci vuole altro. Partiti o quel che ne resta, intellettuali e tecnici, giornali, movimenti, specie quelli che si intestano progetti riformistici, società cosiddetta civile, tutti dovrebbero esigere non già il compito bello e fatto, visto che è troppo presto, ma una seria delineazione degli orientamenti, delle alternative proponibili, delle ricerche e ipotesi in cantiere, con il massimo di specificazione, facendo vedere i lineamenti del lavoro futuro in corrispondenza della svolta europea e della montagna inaudita di risorse disponibili, partendo da quanto già fatto nell’ambito del governo, della maggioranza e, se voglia battere un colpo che non sia di grancassa, dell’opposizione o delle opposizioni. Pare che il dottor Rocco Casalino, capo della comunicazione di Palazzo Chigi, abbia un problema alla mandibola (auguri), e non si vorrebbe che quella mandibola diventasse il nuovo naso di Cleopatra, comunque la questione non è di comunicazione bensì di identità programmatica e politica. Lasciando perdere alleanze strategiche e politicismi di piccolo cabotaggio, tutti i giorni d’ora in avanti, come un bollettino della Protezione civile, occorre che siano poste le domande su come si pensa di spendere quei miliardi che devono ristrutturare Italia e Europa, rendendo inevitabili e sempre più urgenti le prime vere e dettagliate risposte. Una democrazia minimamente ordinata, un paese di qualche efficienza politica, funziona così.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.