Il referendum su Atac, un'occasione perduta per rompere definitivamente col passato

Riccardo Magi

La vera battaglia anti populisti era quella per liberalizzare i servizi pubblici. Il M5s l’ha impedito, complice la passività degli altri partiti

“Roma può diventare il laboratorio dell’antipopulismo”, ha titolato lunedì il direttore Cerasa a proposito dell’elezione del prossimo sindaco della Capitale. Ha ragione, può diventarlo a patto che ci si diano obiettivi chiari e coraggiosi. Che non si dia credibilità a candidati che si limitano a evocare la necessità di “una visione della città” ma che almeno si chieda loro quale visione e come intendano realizzarla.

  

Come ci ha ricordato spesso Walter Tocci, profondo conoscitore di Roma, il principale problema del governo di Roma è la crisi di Atac. E’ dunque quanto mai opportuna la scelta del direttore di misurare la serietà di una proposta per la Capitale proprio a partire dalla ricetta per risolvere tale crisi.

   

La ricetta indicata dal Foglio, concorrenza ed efficienza, la condivido al punto da averci costruito intorno, insieme ai compagni radicali, un referendum cittadino affinché la gestione del trasporto pubblico fosse affidata tramite gara. Rievocare quel referendum, che si tenne nel novembre 2018, può fornire molte indicazioni di merito e di metodo utili a “fare di Roma il laboratorio dell’antipopulismo”.

  

Si trattava e si tratta ancora oggi di una riforma di sistema, che spingerebbe l’amministrazione a recuperare la sua fondamentale funzione pubblica di programmazione del servizio (altro che spauracchio della privatizzazione!), di controllo della sua qualità compromessa da decenni di clientelismo e corporativismo. La vittoria del Sì a quel referendum cittadino, nelle intenzioni di noi promotori, avrebbe anche significato l’avvio di una politica integrata della mobilità e la sfida, per l’amministrazione, di una maggiore specializzazione e competenza. Avrebbe anche consentito di fare passi avanti a livello nazionale con le liberalizzazioni nei servizi pubblici, auspicate da più parti come strumento di efficienza e di qualità.

   

Andarono a votare quasi 400 mila romani e il Sì prevalse con il 74 per cento dei voti. Ma partecipò meno del 20 per cento degli aventi diritto e, pur trattandosi di un numero di poco inferiore ai 460 mila voti ottenuti da Virginia Raggi al primo turno delle scorse elezioni (il 35 per cento dei votanti), questo bastò a lei, ai Cinque stelle e a osservatori distratti per liquidare quella iniziativa come un flop.

  

In quella occasione la sindaca della democrazia diretta e dell’onestà diede prova di tutto il suo disprezzo per la partecipazione e di una profonda disonestà intellettuale. Non solo fece mancare qualsiasi informazione istituzionale sulla possibilità per i cittadini di andare a votare, ma arrivò ad affermare che non avrebbe tenuto conto della volontà popolare. Fu raccontato il fallimento di quel referendum perché, si disse, non era stato raggiunto il quorum di un terzo degli aventi diritto. Peccato che il Tar, dopo un anno e grazie al lavoro instancabile del segretario dei radicali di Roma, Francesco Mingiardi, riconobbe che non esisteva un quorum da raggiungere e ordinò quindi alla sindaca di proclamare la vittoria del Sì. Proclamazione scandalosamente mai avvenuta.

  

E gli altri partiti? Il Pd, nonostante l’adesione convinta a quell’iniziativa di singoli esponenti, alcuni dei quali nel frattempo sono usciti dal partito, non saltò sopra quel referendum facendolo proprio (come Walter Tocci aveva consigliato di fare al gruppo dirigente romano e nazionale). Tentennò, si divise e non fece una campagna per il Sì. Si limitò, a una settimana dal voto, a convocare una conferenza stampa per annunciare il sostegno alle ragioni del Sì. Lo stesso fece Forza Italia.

  

Nicola Zingaretti, in quel momento candidato alla segreteria, non prese posizione pubblica e solo a urne chiuse rivelò di avere votato Sì. Oggi invece saluta il responso di Rousseau sulle alleanze alle elezioni amministrative (50 mila votanti su una piattaforma privata) come fosse una consultazione istituzionale, come fosse un referendum. Nel frattempo Raggi vaneggia di un trasporto pubblico rilanciato grazie al risanamento di Atac, ma è un bluff che si scontra con la dura realtà, quella quotidiana che vivono i romani e quella che emerge dai dati: a fronte di un numero fortemente ridotto di chilometri percorsi, anche per effetto del lockdown, le risorse pubbliche hanno dovuto coprire i mancati introiti dell’azienda e il servizio è continuato a peggiorare dopo la ripresa delle attività lavorative.

    

Ho voluto ripercorrere la storia di questa iniziativa popolare (e antipopulista) perché la ritengo emblematica. Dimostra che far diventare Roma “un laboratorio dell’antipopulismo” significa costruire una alternativa solida non solo a Virginia Raggi ma anche a quelle forze che negli ultimi dieci anni le hanno spianato la strada rendendo la città ostaggio di clientele e blocchi di potere. Le stesse forze che, oggi all’opposizione, non cogliendo o respingendo un tentativo di riforma come il referendum su Atac, che avrebbe determinato una rottura con il passato su un tema cruciale per la vita della capitale, hanno contribuito a rendere sempre più Roma una palude. Dalla quale si uscirà soltanto con il coraggio.

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