Le Pen di Salvini
Contraddizioni e ambizioni del leader leghista, incompiuto lepenista d’Italia. Salvini gioisce per il voto francese, ma la sua Lega non può essere un Fronte nazionale. Ecco perché.
21 AGO 20

Roma. Matteo Salvini assomiglia a Marine Le Pen, ai suoi eleganti tailleur neri, al suo francese alto e rassicurante, al suo movimento patriottico che si chiama Fronte nazionale e non Lega nord, alla sua squadra composta da “énarques”, cioè dal meglio della classe dirigente francese prodotta dalla scuola dell’Ena, come il telefonino cinese può assomigliare all’iPhone: ne riprende la linea, ne imita le funzioni, ha delle app che sono quasi le stesse, è bello quasi come l’originale. Ma “quasi”, appunto.
Entrambi hanno seppellito il padre, lei Jean-Marie, lui Umberto Bossi, ed entrambi si schierano con Vladimir Putin e i rubli di Mosca, a riprova di un’affinità che tuttavia per l’italiano diventa quasi ginnastica mimetica (“io vorrei solo copiare dal modello di Marine Le Pen”), mentre per la francese è forse un esercizio di leadership sulla strana Internazionale Nazionalista, la manifestazione d’un padrinato.
O meglio, la manifestazione di un madrinato: “Quando ho incontrato Salvini i sondaggi davano risultati molto bassi, ma sapevo che era destinato a esplodere”. E dunque Marine ha espulso papà Jean-Marie, che sfilava con le camicie brune del Fronte nazionale “in onore del lavoro e di Giovanna d’Arco” e che sempre era in cerca di una Francia antica e un po’ incongrua che avesse i baffi di Asterix, come Matteo ha invece chiuso i conti con papà Umberto, che sfilava con le camicie verdi e sempre cercava sul Po il calore (e il colore) un po’ farlocco delle antiche culture locali, delle ampolle e delle corna celtiche. Così adesso Salvini esulta quasi le avesse vinte lui les élections régionales: “Cambia la Francia e cambierà l’Italia”, dice, mentre i vignettisti già gli disegnano in testa la chioma bionda della signora Le Pen, che è quasi una corona, il presagio di un’unzione elettorale, l’antevisione di un trionfo. E Salvini festeggia perché riconosce nel vocione fermo e baritonale della nuova padrona di Francia, adesso sorprendentemente a capo del primo partito del paese, il modello originale a cui lui s’ispira. E un po’ Salvini scambia i successi altrui con i propri. Legittimamente crede d’essere anche lui sospinto dal medesimo vento della storia, sa d’essere pure lui, nella più modesta dimensione italiana, in un paese che non conosce né le banlieue né i licei dove la polizia non riesce a entrare, uno dei volti di quella modernità che è oggi il malessere europeo: la modernità che riempie le città di disperati in fuga dal terzo mondo, la modernità del terrorismo islamista e delle incertezze occidentali. E chi meglio di Salvini – pensa Salvini – chi meglio di lui, che senza difficoltà riesce a dire che “l’Isis va combattuto con le armi”, incarna in Italia quella comprensibile paura di perdere sicurezza, identità, agi, che in Francia si è trasformata in voti al Fronte nazionale?
[**Video_box_2**]Ma la politica, diceva Karl Kraus, è effetto di scena, e insomma a ogni ruolo sul palcoscenico girevole della commedia devono corrispondere un contesto e una grammatica adeguati. Anche Marine Le Pen è diventata in Francia una figura televisiva, ubiqua e instancabile, proprio come Salvini su La7 e su Rete4, su Rai3 (al mattino) e su Canale5 (al pomeriggio). Ma poiché la forma deve aderire al contenuto, e il contenuto in questo caso è l’ambizione di governare la Francia, la signora Le Pen non indossa mai la felpa, anzi si pettina i capelli, è una populista sempre meno sopra le righe, di un’eleganza rassicurante in foulard e calze scure malgrado la ruvidezza delle sue posizioni: non ondeggia strumentalmente tra una Lega padana che non sfonda al sud e una Lega nazionale che non riscalda il nord, non accoglie neofascisti di CasaPound né teste rasate ai comizi, ma prende le distanze dall’antisemitismo, interpreta con diligenza l’eurofobia e senza la contraddizione d’avere alleati che stringono la mano ad Angela Merkel. E insomma come l’Italia è una piccola Francia che non funziona, anche Salvini è per adesso un piccolo Marine Le Pen che non funziona, un po’ incongruo come la torre Eiffel a Las Vegas o il camembert fatto in provincia di Varese. Ma chissà. Nella sua ultima intervista a Silvio Berlusconi, Bruno Vespa si è rivolto così al Cavaliere, intravvedendo forse una speranza: “Ieri è venuto da me Salvini. Pensi, aveva persino la cravatta”.
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Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.




