I truci più truci dovrebbero dire: mi vergogno

Giuliano Ferrara

Nordafricani la cui identità etnica i giornali delle élite nascondono per correttezza politica (Daniele Capezzone). Bestie cui vietare l’approdo, dicesi “approdo”, qui da noi (Giorgia Meloni). Due turisti americani molto giovani e molto benestanti sono stati ripresi parzialmente nella efferata circostanza, nella loro camera d’albergo sono stati ritrovati vestiti imbrattati di sangue e un coltello a serramanico nascosti, uno dei due ha confessato il delitto del carabiniere, lo sventurato Mario Cerciello Rega, in un quartiere centrale di Roma, a notte fonda, nel quadro di una storia losca e minuscola di spaccio, borseggio e ricatto. Queste le informazioni a disposizione per adesso, e naturalmente garantismo per tutti fino a sentenza definitiva, sebbene il contorno e la sostanza delle cose si lascino giudicare fin da subito. Il Truce bontà sua si è limitato pare alla caccia all’uomo, ai lavori forzati per questi bastardi: doveva avere avuto informazioni sulla complicazione del caso in tempo utile, cosa che non è riuscito a comunicare tempestivamente ai suoi servi sciocchi nei social e ai due sudeuropei che se la sono presa con gli approdi e i nordafricani, mentre i turisti benestanti si preparavano a rimpatriare.

 

Capezzone e Meloni dovrebbero dire: mi vergogno profondamente di questo “morte agli ebrei!” in stile Sa (Sturm Abteilungen, Berlino 1933), non mi comporterò mai più così e cercherò di capire come sia potuto avvenire un tale accecamento, per renderne conto al pubblico. Non credo lo faranno, e poi già si parla d’altro. Fossero stati nordafricani i balordi assassini, entrati senza permesso legale, invece che turisti americani legali e bene alloggiati, le cose non cambierebbero di una virgola. Cavalcare la caccia al nero, perché è nero e non perché è un delinquente, ha qualcosa che non c’entra, se non artificiosamente e ideologicamente, con il modo in cui siamo fatti. Prima gli italiani, verrebbe da dire con intonazione autenticamente patriottica. I nordafricani non sono stinchi di santo, nessuno di noi lo è, ma il simbolismo che li dipinge come sottouomini, quando si pensa che delinquano a prescindere dai fatti, quando si vede che annegano a prescindere dalle Ong responsabili degli “approdi delle bestie”, è più di un’espressione di razzismo, fascismo della venatura nazionalsocialista, è demoniaco. Come sia possibile che persone da nulla, nel senso della comune e ordinaria medietà, si trasformino in qualcosa di così lontano dalla normale sensibilità italiana sopravvissuta al peggio, è un mistero del diavolo. Siamo un paese che ha convissuto finché ha potuto con la soppressione delle libertà civili e la perdita di ogni onore, con la persecuzione del dissenso, con la caccia ai reprobi del regime e l’assassinio degli oppositori, con le leggi razziali, ma il fascismo italiano non è mai stato un “lavoro ben fatto” e un caso di cameratismo irregimentato e lubrificato come avvenne nel Terzo Reich, ha quasi sempre convissuto con la contraddizione, la sciatteria, il lasciar andare, la zona grigia, una sottile patina di riluttanza, a parte le eroiche resistenze. In questo senso è stato molto più autobiografia di una nazione (Gobetti) che parentesi (Croce), seguendo la distinzione riesaminata da Giuseppe Bedeschi proprio nelle ore del “morte ai nordafricani”.

 

Se ne discute un po’ futilmente. Qualcosa si è insinuato nella chiacchiera etnicizzante del nostro tempo, nel nazipop dei social e dei socialdipendenti, ma non è la riproduzione del fascismo mussoliniano, con la sua mescolanza di effimero di grottesco e di crudele, è molto peggio. Uno che è stato con e contro Pannella, con e contro Berlusconi, e per ambizione smisurata e minuscola ora è con la truppa d’assalto dei truci più truci; e una che dovrebbe vantarsi sul serio di essere una borgatara romana, e comportarsi di conseguenza, aggiungendo un tanto di sapienza popolare alla sua tremenda ignoranza civile, per correggerla: ecco, prima che sia troppo tardi questi due nazionalisti e sovranisti senza storia e senza Patria dovrebbero essere accompagnati in un luogo di riflessione e di autoesame, invece saranno già scattati chissà quanti inviti alla maratona dei talk-show.

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