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La giustizia condanna Salvini al grillismo

Claudio Cerasa

Il silenzio sul decreto dignità. L’addio alla flat tax. La debolezza sulle grandi opere. Le politiche anti imprese. E ora l’accordo per sfasciare dal 2020 lo stato di diritto. Ma quale vittoria? Contro la favola sciocca della Lega argine al populismo cattivo

Vittoria, ma quale vittoria? L’accordo trovato ieri mattina dalla Lega e dal Movimento 5 stelle sulla riforma della prescrizione – sì all’introduzione del blocco della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, anche in caso di assoluzione, partendo non dal prossimo anno ma dal 1° gennaio 2020 e collegando la riforma a un riassetto generale del processo penale – può essere letto attraverso due diverse chiavi di lettura.

 

La prima chiave di lettura, utile per chi si appassiona ai retroscena, è quella offerta da chi sostiene che l’accordo sia una vittoria della Lega, che è riuscita a rinviare nel tempo una riforma che non vuole fare, prevedendola in una data in cui questo governo potrebbe non esserci più.

 

La seconda chiave di lettura, utile a chi si appassiona alla ciccia, è quella offerta dagli avvocati penalisti italiani, che hanno scelto di proclamare quattro giorni di astensione dalle udienze, dal 20 al 23 novembre, e di promuovere una mobilitazione della comunità dei giuristi in difesa della Costituzione, “per non tacere di fronte alla trasformazione del processo stesso in una pena” e per ricordare che vivere in uno stato di diritto “non autoritario” significa difendere il giusto processo, significa difendere il principio della presunzione di non colpevolezza, significa difendere la funzione rieducativa della pena.

 

Chi si appassiona ai retroscena potrà pensare che Salvini ha vinto come sempre e che anzi ci ha gentilmente comunicato qual è la data di scadenza di questo governo – mo me lo segno, direbbe Massimo Troisi. Chi si appassiona alla ciccia non potrà invece non pensare che ancora una volta Matteo Salvini ha scelto di fare quello che ieri il governatore della Lombardia, il leghista Attilio Fontana, gli suggeriva di non fare più: sottomettersi definitivamente al grillismo.

 

Nelle cronache quotidiane dedicate alla descrizione degli equilibri tra i due vicepremier, Matteo Salvini viene spesso individuato come il volto forte del governo, la vera guida dell’esecutivo, il vero vincitore di ogni confronto ingaggiato con il Movimento 5 stelle. Il nulla cosmico grillino permette a Salvini di essere mediaticamente percepito come l’azionista principale di questo governo. Ma ciò che spesso non viene raccontato è che fino a oggi il ministro dell’Interno ha usato la sua forza mediatica per fare le stesse cose che i grillini avrebbero fatto anche se al governo fossero stati da soli.

 

La favola del governo a trazione Salvini, e la favola del Salvini argine al grillismo, è una favola che non esiste più se si mettono in fila un po’ di elementi. Il sì della Lega alla orrenda riforma della prescrizione voluta dal Movimento 5 stelle (“Mia figlia – diceva ieri sconsolato il deputato salviniano Igor Iezzi nel cortile di Montecitorio di fronte ad alcuni cronisti – ha rubato una macchinina all’asilo e come minimo ora rischierà di essere processata tra cinquant’anni”). Il sì della Lega alla pericolosa riforma delle intercettazioni voluta dal Movimento 5 stelle (lo sputtanamento via intercettazioni irrilevanti torna a essere una virtù e non un vizio). Il sì della Lega alla sciagurata riforma del lavoro voluta dal Movimento 5 stelle (meno flessibilità non vuol dire meno precarietà ma vuol dire più disoccupazione). La non adesione della Lega alla nuova marcia dei – speriamo – 40 mila che sfilerà domani nelle strade della Torino grillina (l’alta velocità non si discute ma semplicemente si fa). La scelta della Lega di schierarsi a favore dell’immobilismo sul referendum che verrà celebrato domenica a Roma (i romani alle prossime elezioni faranno bene a ricordarsi chi è che davvero difende lo status quo e non solo su Atac). La decisione della Lega di usare i miliardi ricavati dalla violazione dei parametri europei non per abbassare le tasse o stimolare la crescita ma per introdurre il reddito di cittadinanza e rivedere per un anno via quota cento l’età pensionabile (l’unica flat tax introdotta dalla Lega alla fine è quella per gli evasori). L’anima più nera del Movimento 5 stelle potrà manifestare un qualche segnale di disappunto per aver spostato di un anno le lancette dell’umiliazione dello stato di diritto. Ma quando tra il 20 e il 21 novembre verrà votato l’emendamento al ddl anticorruzione con il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, anche per i più convinti sostenitori del Capitano Mio Capitano sarà difficile non ammettere che il progetto nazionale di Salvini è legato ormai a una svolta precisa: la rottamazione del partito della Regione (Zaia-Fontana-Maroni), il tradimento del ceto produttivo (prima gli italiani, dopo le imprese), il tentativo di appropriarsi dei temi grillini per conquistare gli elettori del sud (più reddito di cittadinanza, meno flat tax) e la sostanziale grillizzazione della Lega (per due immigrati in meno, ha detto nel suo famoso sfogo qualche settimana fa il presidente di Confindustria Veneto Massimo Finco, vi siete venduti ai 5 stelle).

 

Sul breve termine, la formula della Lega a cinque stelle potrebbe aiutare Salvini a conquistare qualche voto in più. Sul lungo termine, rischia però di aggravare le condizioni dell’Italia. E non è detto che barattare la stabilità dell’Italia – il suo pil, la sua occupazione, la sua crescita, i suoi consumi, il suo stato di diritto – con la stabilità di un partito sia necessariamente una scelta vincente. E ieri non ha vinto Salvini. Ha vinto il nuovo partito unico di governo: la Lega a cinque stelle.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.