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La giustizia condanna Salvini al grillismo

Il silenzio sul decreto dignità. L’addio alla flat tax. La debolezza sulle grandi opere. Le politiche anti imprese. E ora l’accordo per sfasciare dal 2020 lo stato di diritto. Ma quale vittoria? Contro la favola sciocca della Lega argine al populismo cattivo

9 Novembre 2018 alle 06:21

La giustizia condanna Salvini al grillismo

Foto LaPresse

Vittoria, ma quale vittoria? L’accordo trovato ieri mattina dalla Lega e dal Movimento 5 stelle sulla riforma della prescrizione – sì all’introduzione del blocco della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, anche in caso di assoluzione, partendo non dal prossimo anno ma dal 1° gennaio 2020 e collegando la riforma a un riassetto generale del processo penale – può essere letto attraverso due diverse chiavi di lettura.

 

La prima chiave di lettura, utile per chi si appassiona ai retroscena, è quella offerta da chi sostiene che l’accordo sia una vittoria della Lega, che è riuscita a rinviare nel tempo una riforma che non vuole fare, prevedendola in una data in cui questo governo potrebbe non esserci più.

 

La seconda chiave di lettura, utile a chi si appassiona alla ciccia, è quella offerta dagli avvocati penalisti italiani, che hanno scelto di proclamare quattro giorni di astensione dalle udienze, dal 20 al 23 novembre, e di promuovere una mobilitazione della comunità dei giuristi in difesa della Costituzione, “per non tacere di fronte alla trasformazione del processo stesso in una pena” e per ricordare che vivere in uno stato di diritto “non autoritario” significa difendere il giusto processo, significa difendere il principio della presunzione di non colpevolezza, significa difendere la funzione rieducativa della pena.

 

Chi si appassiona ai retroscena potrà pensare che Salvini ha vinto come sempre e che anzi ci ha gentilmente comunicato qual è la data di scadenza di questo governo – mo me lo segno, direbbe Massimo Troisi. Chi si appassiona alla ciccia non potrà invece non pensare che ancora una volta Matteo Salvini ha scelto di fare quello che ieri il governatore della Lombardia, il leghista Attilio Fontana, gli suggeriva di non fare più: sottomettersi definitivamente al grillismo.

 

Nelle cronache quotidiane dedicate alla descrizione degli equilibri tra i due vicepremier, Matteo Salvini viene spesso individuato come il volto forte del governo, la vera guida dell’esecutivo, il vero vincitore di ogni confronto ingaggiato con il Movimento 5 stelle. Il nulla cosmico grillino permette a Salvini di essere mediaticamente percepito come l’azionista principale di questo governo. Ma ciò che spesso non viene raccontato è che fino a oggi il ministro dell’Interno ha usato la sua forza mediatica per fare le stesse cose che i grillini avrebbero fatto anche se al governo fossero stati da soli.

 

La favola del governo a trazione Salvini, e la favola del Salvini argine al grillismo, è una favola che non esiste più se si mettono in fila un po’ di elementi. Il sì della Lega alla orrenda riforma della prescrizione voluta dal Movimento 5 stelle (“Mia figlia – diceva ieri sconsolato il deputato salviniano Igor Iezzi nel cortile di Montecitorio di fronte ad alcuni cronisti – ha rubato una macchinina all’asilo e come minimo ora rischierà di essere processata tra cinquant’anni”). Il sì della Lega alla pericolosa riforma delle intercettazioni voluta dal Movimento 5 stelle (lo sputtanamento via intercettazioni irrilevanti torna a essere una virtù e non un vizio). Il sì della Lega alla sciagurata riforma del lavoro voluta dal Movimento 5 stelle (meno flessibilità non vuol dire meno precarietà ma vuol dire più disoccupazione). La non adesione della Lega alla nuova marcia dei – speriamo – 40 mila che sfilerà domani nelle strade della Torino grillina (l’alta velocità non si discute ma semplicemente si fa). La scelta della Lega di schierarsi a favore dell’immobilismo sul referendum che verrà celebrato domenica a Roma (i romani alle prossime elezioni faranno bene a ricordarsi chi è che davvero difende lo status quo e non solo su Atac). La decisione della Lega di usare i miliardi ricavati dalla violazione dei parametri europei non per abbassare le tasse o stimolare la crescita ma per introdurre il reddito di cittadinanza e rivedere per un anno via quota cento l’età pensionabile (l’unica flat tax introdotta dalla Lega alla fine è quella per gli evasori). L’anima più nera del Movimento 5 stelle potrà manifestare un qualche segnale di disappunto per aver spostato di un anno le lancette dell’umiliazione dello stato di diritto. Ma quando tra il 20 e il 21 novembre verrà votato l’emendamento al ddl anticorruzione con il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, anche per i più convinti sostenitori del Capitano Mio Capitano sarà difficile non ammettere che il progetto nazionale di Salvini è legato ormai a una svolta precisa: la rottamazione del partito della Regione (Zaia-Fontana-Maroni), il tradimento del ceto produttivo (prima gli italiani, dopo le imprese), il tentativo di appropriarsi dei temi grillini per conquistare gli elettori del sud (più reddito di cittadinanza, meno flat tax) e la sostanziale grillizzazione della Lega (per due immigrati in meno, ha detto nel suo famoso sfogo qualche settimana fa il presidente di Confindustria Veneto Massimo Finco, vi siete venduti ai 5 stelle).

 

Sul breve termine, la formula della Lega a cinque stelle potrebbe aiutare Salvini a conquistare qualche voto in più. Sul lungo termine, rischia però di aggravare le condizioni dell’Italia. E non è detto che barattare la stabilità dell’Italia – il suo pil, la sua occupazione, la sua crescita, i suoi consumi, il suo stato di diritto – con la stabilità di un partito sia necessariamente una scelta vincente. E ieri non ha vinto Salvini. Ha vinto il nuovo partito unico di governo: la Lega a cinque stelle.

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Commenti all'articolo

  • adebenedetti

    10 Novembre 2018 - 00:12

    Ingenuita` o cattiva fede? Solo chi e` ingenuo o in cattiva fede puo` credere che questo governo arrivera` al 2020. L`aver spostato il tutto a quella data e` stato un modo per poter governare ancora alcuni mesi , Dopo le europee si andra` a rivotare. Questo lo sa anche lei signor Cerasa ma non lo scrive /

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  • ancian99

    09 Novembre 2018 - 18:06

    Ora che la frittata è fatta, vorrei chiedere al Ministro per la PA, avv Giulia Bongiorno, che cosa ne pensa di quanto è stato fatto per mettere in discussione la certezza del diritto, avendo lei asserito l'imprenscindibilità della riforma della prescrizione dalla riforma del processo penale. Sarebbe opportuno un suo chiarimento sulle pagine del Foglio..

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    09 Novembre 2018 - 13:01

    Caro direttore - E pensare che tutto l’ambaradan, così ben descritto, esiste e si dispiega in multiformi aspetti poiché è intrinseco, consustanziale, al potere e alla facoltà della mente umana d’ingannare se stessa e d’ingannarsi a vicenda. Aggiustando di volta in volta, morale, dialettica, idee, cultura, modi diversi di giudicare, di proporre, di promettere. Gli scontri, le contese, le lotte sul "come" usarli. sono ineliminabili. Forse non ce ne rendiamo pienamente conto, ma senza quegli "ingredienti" non esisterebbero quelle categorie dell'agire umano che nel loro insieme chiamiamo "politica". Il principio di realtà lo chiarisce bene. Sennonché anche Lui è costretto a muoversi nell'ambito degli "ingredienti". Buffo eh, i motori di ogni agire, sono le disuguaglianze. Comunque collocate e intese.

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  • Giovanni Attinà

    09 Novembre 2018 - 13:01

    Caro Cerasa, vedo che "Il Foglio" fa suo il sogno di Forza Italia e Fratelli d'Italia di staccare Salvini dai grillini, ma il governo gialloverde non è, come sognano Forza Italia e dintorni, un'alleanza tra i buoni, Salvini, e i cattivi, DI Maio e grillini, ma di responsabilità collettive, sancite dal cosiddetto contratto.

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