Il cambiamento della Manovra del cambiamento è 2,1

Valerio Valentini

Salvini e Di Maio marciano ancora convinti, ma nella Lega e nel M5s si lavora a una correzione. Le ipotesi sul tavolo

Roma. Che non sia quello apparentemente più evidente, il pericolo reale, lo si capisce abbastanza presto. “L’accordo si troverà senza problemi”, dicono nel quartier generale del M5s di primo mattino. “Anche perché, diciamocelo: Salvini non ci starà mica a passare per lo strenuo difensore degli evasori”. Analisi confermata, seppure con una dose maggiore di risentimento e di rabbia, dai vertici della Lega: “Il problema non è sul condono in sé. Il problema è la fiducia reciproca: se Di Maio dà la parola su un accordo, poi i suoi parlamentari devono mantenere la linea, sennò ogni volta diventa uno strazio”.

 

No, il pericolo vero non è il decreto fiscale. Ciò su cui, più che altro, si concentra l’attenzione dei leghisti e dei grillini di maggior rango, ha invece ha a che fare coi mercati. Più che la tenuta del governo, che mai nessuno – al di là delle scaramucce reciproche e delle minacce simulate a mezzo agenzia – mette sul serio in discussione, a preoccupare è l’andamento dello spread: che apre in salita, arriva a sfondare la quota dei 340 punti base, segna record infausti che non si registravano da oltre cinque anni, resta su vette vertiginose fino a ora di pranzo, e anche oltre. Ed è a quel punto che, nella quiete sonnacchiosa di un palazzo Montecitorio già quasi deserto, lo scambio di messaggi tra i vertici del M5s da un lato, e della Lega dall’altro, si fa serrato. E sotto il rimbombo scomposto delle polemiche sul decreto fiscale, cominciano a diffondersi altre voci, relative ad altre possibili soluzioni per evitare una crisi di governo assai più grave di quella che potrebbe scaturire dai bisticci sul condono: “Lunedì dobbiamo dare un segnale all’Europa: il 2,4 non possiamo reggerlo, vedrete che ci sarà un ripensamento sul deficit”, spiega un grillino di peso. Indirettamente, arriva la conferma anche sul fronte leghista: “Non solo possibile, ma anche molto probabile”. La cifra viene azzardata solo sottovoce: “Il 2,1 per cento? Be’, quella era la cifra su cui anche Giovanni Tria avrebbe concordato settimane fa. Ma non è detto che si dovrà intervenire per forza su quel fattore”.

 

E insomma la giornata prende un’altra piega, a quel punto: diventa chiaro che un messaggio di solidità bisogna darlo. “Ci daremo la manina e tutto tornerà a posto”, scherza Mattia Fantinati, sottosegretario grillino e uomo assai ascoltato nel cerchio ristretto che sta intorno a Di Maio. “Non avrebbe senso, con la sfida europea che abbiamo di fronte, metterci a litigare”. Un suo omologo leghista: “Forse del 2,4 per cento, in fondo, non abbiamo neppure bisogno”.

 

E del resto la questione del consenso non è affatto secondaria. Ma davvero, in fondo, la gente ci ucciderebbe per uno 0,3 per cento di deficit? E’ questa la domanda che i grillini si pongono. “La soluzione tecnica è alla portata. Manca ancora quella comunicativa”, conferma un alto esponente del M5s. E su quella bisognerà lavorare, certo, per non fare apparire il ravvedimento come un atto di fellonia. L’Europa che doveva cedere alla potenza italica finisce invece per spezzare le reni ai sovranisti nostrani? Nessuno la mette in modo così tragico, in realtà. La convinzione diffusa, ai piani alti dei due partiti, è che in pochi, tra i rispettivi elettori, comprenderebbero come mai il governo del cambiamento, affacciatosi sui balconi a promettere la palingenesi della politica italiana, possa accettare di saltare per aria a quattro mesi dal suo insediamento. Anche per questo la moral suasion di Giancarlo Giorgetti e Massimo Garavaglia si fa sempre più insistente, in queste ore, sul segretario del Carroccio. E, parallelamente, anche Stefano Buffagni – sottosegretario grillino escluso dal Mef per questioni di baruffe interne al M5s ma con un peso specifico che aumenta all’aumentare delle figuracce collezionate dai grillini che si muovono intorno a Via XX Settembre – acquista più spazio e più consenso, mentre predica prudenza, invitando Di Maio a non scherzare con lo spread.

  

 

 

E così quando Salvini, poco dopo le 15, al termine la sua diretta su Facebook, oltre a quello sullo sbugiardamento di “Giuseppe Conte che leggeva e Luigi Di Maio che scriveva”, è un altro il passaggio su cui i grillini si concentrano. “Se l’Europa ci manda le letterine di richiamo, vuol dire che siamo nel giusto, perché l’Ue ha sempre taciuto quando i precedenti governi dissanguavano gli italiani”. Vuol dire, in fondo, che una vittoria da rivendicare nella imminente campagna elettorale per le europee Lega e M5s l’hanno già ottenuta.

 

“Bruxelles ci ha ostacolato, ci ha additato come i principali nemici dell’austerity. E allora puntiamo su questo: diciamo che la Commissione ci impedisce di fare spesa per il welfare, ma evitiamo di andare a sbattere”, ragionano nel M5s. Certo, ci sarà da rimangiarsi settimane di retorica bellicosa, quel “tireremo dritto” mille volte ripetuto dai due vicepremier. Ma in fondo si è già stati capaci di stringere la mano e di tessere le lodi di un presidente della Repubblica un paio di giorni dopo averne chiesto l’impeachment, dunque dover annunciare che il reddito di cittadinanza partirà a luglio, anziché a gennaio, o che addirittura si riduca al semplice potenziamento dei centri per l’impiego nel 2019, potrebbe non essere impossibile. Discorso analogo sulle pensioni, tanto care ai leghisti.

 

“Da lunedì ci mettiamo al lavoro per fargliela vedere all’Ue, e spiegare che questa è una grande manovra che salva il popolo italiano”, sentenzia Di Maio, nel pomeriggio inoltrato, nel video che pure lui, per non essere da meno rispetto al suo parigrado leghista, pubblica su Facebook. Appunto: mettersi al lavoro. Che al documento programmatico di bilancio si debba mettere mano, è ormai scontato. E lo stesso premier, da Bruxelles, pur dicendo che “non c’è motivo di cambiare la manovra”, in ossequio al ritornello ormai abituale, aggiunge pure che “la lettera” recapitata a Giovanni Tria “costituisce l’inizio di un percorso”. E dunque “ci confronteremo”, dice Conte, “ci sediamo intorno a un tavolo con la Commissione”. Non si potrà fare altrimenti.

 

E lo conferma, in serata, lo stesso Pierre Moscovici. Che invita a non fossilizzarsi sul famigerato 2,4 e, anzi, spiega che i problemi sono altri. “Le cose principali sono il deficit strutturale, il debito e la crescita. Sono questi i punti su cui vogliamo discutere”, dice il commissario agli Affari economici. Tradotto: l’Europa non crede, neppure un po’, alle stime di crescita prevista nel Def. Quell’1,6 d’incremento del Pil messo nero su bianco da Tria, di gran lunga superiore a qualsiasi altra previsione, non regge. Ma rivedere quello significa, di fatto, riscrivere la manovra. E cominciare a farlo, soprattutto, in tempi strettissimi: la risposta alla Commissione andrà inviata entro lunedì a mezzogiorno, a mercati pericolosamente aperti, ad appena cinque giorni da un downgrade dato ormai per scontato da tutti, nel governo. Ecco perché, in serata, l’impegno condiviso è di dedicare il tempo necessario, e solo quello, alla disputa surreale sul condono, e concentrarsi invece, già nel consiglio dei ministri di oggi, sul pericolo incombente: quello dei mercati. E un’anticipazione su quello che sarà, con ogni probabilità, il tema di fondo del dibattito, lo offre un esponente di governo del M5s: “Meglio rischiare di perdere la faccia, che perdere il governo”. Quando si trattò di cedere su Paolo Savona, alla fine si convenne su questa soluzione. Sulla manovra, lo si scoprirà lunedì.