Dibba il guatemalteco

Salvatore Merlo

Roma. E’ tornato in Guatemala e da lì manda i suoi dispacci, come quando inviava articoli a Scalfari, e poiché il fondatore non glieli pubblicava, allora lui gli diceva: “Mai una parola contro i potenti, eh? Stavo in mezzo alla selva a supportare popolazioni autoctone millenarie che lottano per il bene comune…”. Adesso Alessandro Di Battista si collega invece con Lilli Gruber, e dando le spalle a rampicanti, ortaggi e pomodori, le spiega: “Faccio il volontario. La mattina lavoro in questo vivaio. Produciamo tramite la conservazione di semi nativi”. E si capisce che ha un suo status televisivo, il Dibba guatemalteco. Un diritto di messinscena, più che di tribuna. “Sono un cittadino qualunque”, dice, recitando l’abbandono delle cose del mondo, ma con un certo miglior mirare proprio alle cose del mondo. E allora giù mazzate sui giornali “che hanno mangiato con i Benetton”, sul Tap e sulla Tav. Sicché alla fine questo viandante frugale, questa specie di Dennis Hopper sulla moto di Easy Rider, sembra stare lì in Guatemala per ricordare a noi che invece siamo rimasti in Italia quanto le cose possano andare peggio di come vanno. Sembra dire: “Se Di Maio va a sbattere poi ci sono io”. Difatti annuncia sfracelli, parla di maltolto, attacca sui 49 milioni della Lega e si scatena in un’ordalia fantastica in cui tutti quanti sono coinvolti: tutti i mass media, tutti per sostenere Salvini “in maniera vergognosa”. Come se il governo con la Lega l’avessero fatto i giornali. E in un lampo si capisce che Dibba in Guatemala è il conto all’estero della Casaleggio Associati. E’ il piano B. Potrebbe dire e fare qualsiasi cosa. Rovesciare il grillismo di governo come un guanto. Un giorno tornerà in Italia chiedendo: “Di Maio, chi era costui?”.

 

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