Il vero scandalo nel concorso universitario del prof. Conte

Vincenzo Zeno-Zencovich

Al direttore - Lo “scandalo” del giorno sarebbe che il prof. Giuseppe Conte, attuale presidente del Consiglio, ben prima delle elezioni del 4 marzo ha presentato la sua domanda in un concorso aperto per professore di Diritto privato alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma. Nella storia dell’Italia unita sono numerosi i professori universitari di diritto cui è stato affidato il compito di presidente del Consiglio: prima del fascismo spicca Vittorio Emanuele Orlando. Con la Repubblica Antonio Segni, Giovanni Leone, Aldo Moro, Giuliano Amato. Da sempre, e ancor più oggi, centinaia di professori di diritto prestano gratuitamente la loro expertise al governo, al Parlamento, alle istituzioni locali. Perché lo fanno? Perché ritengono che sia loro dovere civico, prescindendo del tutto da preferenze politiche. In passato personaggi che non hanno mai messo piede in una università e non hanno idea di come funzioni hanno contestato al prof. Conte i suoi documentati soggiorni di studio e ricerca alla Nyu, comuni peraltro a decine di altri giovani accademici. Oggi si ciancia di un “conflitto di interessi” nella domanda del prof. Conte al concorso alla Sapienza. Dove mai sarebbe il conflitto? Nel fatto che l’Università di Roma acquisisce uno studioso che è stato ai vertici dello stato? Ai miei occhi – e sulla base dei criteri fissati dalla legge (la quale chiede espressamente di indicare gli eventuali riconoscimenti ricevuti) – si tratta di un indiscutibile merito, come lo era in passato la circostanza che valorosi studiosi del diritto romano, parlamentari, siano stati chiamati sempre alla Sapienza. Forse il conflitto starebbe nel fatto che il presidente del Consiglio potrebbe influire sui colleghi componenti la commissione, in nessun modo legati da vincoli di gerarchia o di subordinazione (e adesso addirittura sotto il vigile controllo di una “iena”)? Non diciamo sciocchezze. In realtà lo scandalo che si agita è un ulteriore colpo al merito, quello vero, sostanziale. L’essere diventato presidente del Consiglio senza camarille o consorterie, diventa una sorta di Daspo dall’università, una università nella quale più sei grigio e nascosto meno gli invidiosi ti possono bersagliare. Con strampalate accuse, senza strumentali interferenze, si lasci lavorare con serenità la commissione nominata, che dovrà valutare i titoli e le pubblicazioni dei candidati. Si leggeranno i suoi giudizi e se qualcuno riterrà che sia stato leso l’interesse pubblico dell’istituzione o quello individuale esistono tutti gli strumenti amministrativi e giudiziari per porvi rimedio.

    

Vincenzo Zeno-Zencovich è professore ordinario di diritto comparato e titolare degli insegnamenti di Sistemi giuridici comparati e di EU Transport Law all'Università di Roma Tre

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