Perché la fuffa populista sul lavoro contrasta col modello Marchionne

Claudio Cerasa

Motori a parte, Fca a parte, Ferrari a parte, che cosa racconta all’Italia la storia di Sergio Marchionne? Andrea Goldstein è un puntiglioso economista controcorrente. Lavora da anni a Nomisma e qualche settimana fa ha pubblicato con il Mulino un saggio molto impegnativo intitolato “Italia 2023” che dovrebbe essere distribuito a tutti coloro che credono che il populismo cialtrone, becero e ignorante possa essere sconfitto solo riportando il bilanciere dei fatti a un livello superiore rispetto al bilanciere della fuffa. Di fronte alla Di Maio Casalino Associati, Tito Boeri la scorsa settimana ha ripetuto fino allo sfinimento che “i dati non si fanno intimidire”. E il saggio di Goldstein può essere letto anche all’interno di questa cornice e ci può aiutare a capire la ragione per cui da quasi due mesi i massimi esponenti del governo gialloverde hanno deciso in modo quasi scientifico di rinunciare a usare alcune parole che pure dovrebbero essere al centro dell’agenda delle riforme della settima potenza industriale più importante del mondo. Parole come produttività, competitività, efficienza, concorrenza, crescita, debito, affidabilità, credibilità. Parole che nessuno dei tre moschettieri di Palazzo Chigi si azzarda a utilizzare per evitare di spostare i riflettori dai problemi percepiti a quelli reali. Il libro di Goldstein ci aiuta a rompere il velo della fuffa e ci accompagna all’interno di un percorso senza il quale non è possibile capire fino in fondo la pericolosità dell’agenda populista e l’importante eredità di Sergio Marchionne. 

   

I temi che andrebbero messi a fuoco sono molti ma quelli che meritano di essere citati oggi, anche alla luce delle polemiche relative ai provvedimenti sul lavoro voluti dal governo gialloverde, sono due capitoli che ci raccontano alcune verità difficili da criticare una volta messi insieme questi numeri. E le verità sono legate ai veri problemi che ha il nostro mercato del lavoro. Mettiamo da parte le ideologie e concentriamoci sui dati. Goldstein sostiene che la situazione critica del mercato del lavoro italiano – e di riflesso della crescita del nostro paese – non dipenda da agenti esogeni (l’euro cattivo, l’Europa diabolica) ma dipenda da agenti endogeni. Negli ultimi anni, lo sappiamo, i mercati del lavoro di tutti paesi avanzati sono stati interessati da profondi e rapidi mutamenti legati alla globalizzazione ma la ragione per cui l’Italia sta avendo più difficoltà di altri paesi ad affrontare la transizione verso una società fondata sull’innovazione e le competenze dipende non dall’impatto che ha avuto l’euro sulla nostra economia bensì da due fattori chiave: la bassa produttività italiana e la bassa competenza di chi cerca lavoro. E’ vero che dall’inizio del secolo a oggi la crescita della produttività, ricorda Goldstein, ha registrato un rallentamento in tutti i paesi più sviluppati, ma l’Italia è un caso pressoché unico perché la produttività ha letteralmente smesso di crescere e oggi il divario di produttività del nostro paese rispetto a quelli più avanzati non smette di allargarsi e questo è un problema per la nostra crescita, per i nostri redditi e per il benessere dei cittadini.

  

Dal punto di vista macroeconomico – scrive ancora Goldstein – la frenata della produttività italiana è dovuta a due fattori: il debolissimo tasso di innovazione e il collasso degli investimenti. In questo senso, gli elementi rilevanti per poter intervenire sulla produttività sono legati a politiche volte a ridurre il deficit di competenze dei lavoratori, ad alleviare le difficoltà delle imprese che meritano di crescere e a non tenere troppo a lungo in vita le aziende zombie, che sono quelle aziende che hanno un’età superiore ai dieci anni e che hanno guadagni insufficienti a coprire il proprio debito per tre anni consecutivi e che oggi rappresentano tra il 15 e il 20 per cento dello stock di capitale delle imprese italiane. Al contrario di quello che si potrebbe credere, il tema della produttività non è legato solo a un tema di contrattazione aziendale ma è legato ad altre due questioni di cui non sentirete mai parlare tra i campioni dei governi populisti: il nanismo industriale italiano e la bassa qualificazione media del capitale umano. Sul secondo punto alcuni dati ci possono illuminare. Primo: l’80 per cento degli italiani in età di lavoro, cioè tra 25 e 64 anni non è andata oltre la scuola secondaria e tra questi la metà si è fermata prima della licenza liceale, un dato che è due volte la media Ocse e quattro volte più che in Germania. Secondo: la quota dei giovani tra 25 e 34 anni che possiede un diploma universitario è la più bassa tra i paesi industrializzati, escluso il Messico, e sia l’alfabetizzazione media sia quella numerica di coloro che possiedono un diploma sono agli ultimi posti nelle classifiche internazionali. Terzo: all’inizio del secolo, i quindicenni che sono oggi sul mercato del lavoro avevano capacità cognitive nel campo della lettura, della matematica e della scienza fortemente al di sotto della media Ocse. Anche tra le generazioni più recenti i tassi di iscrizione alle università restano tra i più bassi dei paesi industrializzati (nel 2015 dietro l’Italia c’erano solo Ungheria e Messico).

  

Tutti questi valori hanno contribuito a portare l’Italia ad avere più di tredici milioni di adulti con competenze lavorative di basso livello, con una percentuale tra le più elevate tra i paesi Ocse, con un terzo degli occupati che non è adatto alle proprie mansioni, e con il 35 per cento dei lavoratori occupato in un settore non correlato ai propri studi. Il tutto poi aggravato da un sistema di salari legati prevalentemente all’età e alla tipologia del contratto, più che alle performance individuali. L’Italia, nota ancora Goldstein, si trova in una trappola di bassa competenza, oltre che di scarsa competitività, e il grande tappo alla produttività del nostro paese è legato a quello che viene spacciato spesso come un valore: il nostro nanismo industriale. E’ un vecchio tema, ma Goldstein offre alcuni spunti di riflessione utili. Leggiamo. “L’intreccio tra il deficit di competenze e le caratteristiche del sistema economico italiano suggerisce che non esiste alcuna riforma efficace se questa non è accompagnata da misure volte a facilitare la crescita dimensionale delle imprese più produttive. Le piccole e medie imprese costituiscono la fibra essenziale di tutte le economie moderne ma l’anomalia italiana è che il loro peso sull’economia e la loro età media sono superiori che altrove. E se la crescita dimensionale delle imprese italiane durante i primi tre anni di vita è paragonabile a quella di altri paesi, dopo i tre anni la dinamica è molto più debole e questo non lo si deve al caso ma è una conseguenza diretta di anni di politiche fiscali che hanno favorito la persistenza dell’unità familiare dell’impresa (il 66 per cento delle imprese familiari italiane registra un gap di produttività a fronte del 26 per cento della Francia e del 10 per cento del Regno Unito, ndr) che non hanno fatto molto per combattere la scarsa capacità dell’economia italiana di convogliare risorse produttive innovative”.

  

Gli argomenti che abbiamo messo insieme possono sembrare noiosi e poco accattivanti ma fino a quando non ci sarà un governo capace di parlare meno della fuffa e più della realtà – e capace cioè di occuparsi con urgenza dei decreti attuativi della legge sulla concorrenza, di emanare nuove misure di apertura dei mercati a ritmo annuale, di semplificare le norme che regolano l’ingresso e l’attività delle imprese sui mercati, di incentivare le fonti di finanziamento alternative a quelle bancarie – i problemi dell’Italia piuttosto che alleviarsi saranno destinati ad aggravarsi. Essere tolleranti con tutti coloro che i dati li vogliono intimidire significa essere complici – come scrive oggi Pier Carlo Padoan sul Foglio – dello sfascio dell’Italia. Ed essere intolleranti contro i populisti cialtroni, specialmente quando si parla di lavoro, è anche l’unico modo per non disperdere una grande lezione che Sergio Marchionne (che da sabato scorso non è più ad di Fca) ha consegnato all’Italia nei suoi anni in Fiat. Per creare lavoro, bisogna avere il coraggio di sfidare l’ideologia dei sindacati. Per sfidare l’ideologia dei sindacati, occorre abbattere i tabù sulla produttività. Per abbattere i tabù sulla produttività, e migliorare i salari dei lavoratori, bisogna scommettere sulle competenze, sulla globalizzazione, sulla lotta al nanismo industriale. “Col nuovo contratto aziendale Fca – ha ricordato tempo fa sul Foglio lo storico Giuseppe Berta – la globalizzazione ha fatto irruzione nelle relazioni industriali italiane”. In fondo siamo sempre lì. Meno fuffa, più realtà. Il resto forse verrà da sé.

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