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Lunga vita al Jobs Act. Negli emendamenti al dl Dignità rispuntano gli sgravi per gli under 35

Uno sgravio fino a 3 mila euro all'anno, per tre anni, per gli imprenditori che nel 2019 e 2020 assumono giovani lavoratori col contratto a tutele crescenti. Sembra Renzi o Gentiloni, e invece è Di Maio

20 Luglio 2018 alle 15:41

Lunga vita al Jobs Act. Negli emendamenti al dl Dignità rispuntano gli sgravi per gli under 35

Luigi Di Maio (foto LaPresse)

Roma. Uno sgravio fino a 3 mila euro all'anno, per tre anni, per gli imprenditori che assumono giovani lavoratori col contratto a tutele crescenti. Vi ricorda qualcosa? Piccolo indizio: no, Paolo Gentiloni e Matteo Renzi stavolta non c'entrano.

   

Doveva "smantellare il Jobs Act", secondo la trionfalistica retorica adoperata da Luigi Di Maio. E invece, il tanto innovativo Decreto dignità, finirà più che altro per riproporre sotto diverso nome le stesse pratiche inaugurate dalla legge voluta dal governo Renzi. Non solo sui voucher, prima definiti "una forma di schiavismo" dal ministro del lavoro e dello Sviluppo, e poi di fatto reintrodotti. Ma anche sugli sgravi alle imprese. Quelli che, secondo gli escutivi a guidi Pd, erano necessari per incentivare le stabilizzazioni dei contratti dei dipendenti, e che invece secondo il M5s costituivano nient'altro che "un regalo alle imprese". Ebbene, quegli stessi sgravi verranno rinnovati, per altri due anni, dal cosiddetto decreto dignità. La conferma arriva dalla lettura di un emendamento proposto dai parlamentari del M5s, e sostenuto anche dalla Lega.

   

E' un emendamento – messo nero su bianco a pagine 3 del dossier pentastellato di cui Il Foglio è venuto in possesso – che mira a introdurre un articolo 1-bis all'interno del decreto, e che recita così: "Al fine di promuovere l’occupazione giovanile stabile, ai datori di lavoro privato che negli anni 2019 e 2020 assumono lavoratori che non abbiano compiuto il trentacinquesimo anno di età con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a tutele crescenti, di cui al decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23, è riconosciuto per un periodo massimo di trentasei mesi l’esonero dal versamento del 50 per cento dei complessivi contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro, con esclusione dei premi e contributi dovuti dall’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, nel limite massimo di importo pari a 3.000 euro su base annua, riparametrato e applicato su base mensile". In buona sostanza, si tratta del rinnovo, per altri due anni, del cosiddetto "bonus giovani", varato dal governo Gentiloni nella scorsa legge di Bilancio ed entrato in vigore poi alla vigilia del voto del 4 marzo, ideato in sostanziale continuità con la logica delle decontribuzioni previste dal Jobs Act. Quelle che, fino a qualche mese fa, venivano condannate da Di Maio come una forma di "doping", dacché consistevano nel "dare tutti questi soldi alle imprese che possono poi licenziare tranquillamente". Eppure, ora, tornano buone per provare a rilanciare l'occupazione giovanile. 

  

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Fino a quando un partito che rappresenta la parte produttiva del paese può essere complice della decrescita infelice dell’Italia? La partita più importante per Salvini è sul lavoro non sui migranti. O si cambia il decreto oppure è meglio tornare a votare

 

Gli emendamenti – 35 in tutto – sono stati messi a punto dopo una lunga trattativa tra i rappresentanti leghisti e grillini delle commissioni Finanze e Lavoro, alla presenza dei sottosegretari Claudio Durigon e Laura Castelli, e condotta per tutto il pomeriggio di ieri nella sala del governo al piano terra di Montecitorio. Tredici le proposte di correzione presentate dal Carroccio, ventidue quelle dei Cinque stelle: la maggioranza sosterrà comunque congiuntamente, in sede referente delle commissioni, tutti gli emendamenti al decreto, che dovrebbe arrivare in Aula non prima di giovedì prossimo, e approvato, con ogni probabilità, attraverso la fiducia.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    20 Luglio 2018 - 16:04

    Quello che fanno e che non fanno: non conta un tubo, non interessa neppure a loro. Questi sono solo un'organizzazione di raccolta del consenso, da cercare dove è più facile trovarne in quantità: l'analfabetismo italiano. A questi serve solo qualcuno da incolpare di qualcosa su Facebook, da dare in pasto al loro elettorato di parassiti famelici, per poi restar liberi di fare quello che capita, così, a caso. Il possibile. Che in generale è già stato fatto da chi era in grado.

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