Salvare le imprese dalla gogna populista. Mobilitarsi

Claudio Cerasa

Solitamente, la cultura del sospetto è un’espressione che viene presa in considerazione quando al centro del dibattito pubblico finisce un modo distorto di intendere la giustizia e quando i protagonisti del circo mediatico giudiziario accettano di osservare il mondo con le lenti deformate offerte dalla Davigo e Casalino Associati: “Non esistono innocenti, ma solo colpevoli che non sono ancora stati scoperti”. In alcuni casi, la cultura del sospetto è un sentimento che riesce a sconfinare dal ristretto perimetro della giustizia e quando il modello Davigo e Casalino Associati arriva a sfiorare il terreno dell’economia succede quello che in molti hanno scelto di non vedere ritrovandosi di fronte al famoso testo del decreto dignità-tà-tà.

 

Nel mondo della giustizia, a essere colpito dalla cultura del sospetto è l’indagato, che naturalmente è sempre colpevole fino a prova contraria. Nel mondo dell’economia, a essere colpito dalla cultura del sospetto è invece l’imprenditore, anch’egli sempre colpevole fino a prova contraria. Se vogliamo, il primo decreto sul lavoro presentato dal ministro del non lavoro Luigi Di Maio è un perfetto manifesto di cosa significhi oggi applicare la cultura del sospetto al mondo dell’economia. Significa considerare l’imprenditore non come un soggetto di cui avere fiducia, ma come un soggetto di cui avere paura. Significa considerare il padrone non come un soggetto a cui concedere ogni aiuto possibile per moltiplicare le occasioni di lavoro, ma come un soggetto spietato da cui difendersi, e che non aspetta altro di approfittarsi dei suoi dipendenti. In questa logica, un imprenditore che assume a tempo determinato non è un imprenditore che sta testando il suo dipendente ma è un imprenditore che fino a prova contraria quel dipendente lo sta sfruttando. E allo stesso modo, un imprenditore che ha a disposizione strumenti di flessibilità che consentono di adattare con velocità il suo organico alle condizioni economiche della sua azienda non è un imprenditore che viene aiutato a rendere più competitiva la sua azienda ma è un imprenditore che viene solo aiutato a fare i suoi sporchi interessi sulla pelle dei lavoratori.

 

La scelta del governo Conte di reintrodurre le causali per i contratti a termine dopo i primi dodici mesi, di ridurre la durata massima dei contratti a termine da trentasei mesi a ventiquattro mesi, di alzare il costo del licenziamento dei contratti a tempo indeterminato, verrà venduta a lungo al tonto collettivo come una mossa finalizzata a combattere il lavoro precario. Ma basteranno pochi mesi per capire che, per come è costruito, il decreto dignità è destinato nel migliore dei casi ad aumentare la velocità di rotazione dei contratti a termine e nel peggiore dei casi a diventare uno strumento di lotta non al precariato ma al lavoro flessibile, e dunque all’occupazione stessa.

 

Disincentivare il lavoro flessibile senza incentivare il lavoro stabile non è solo un modo per scardinare l’impianto del Jobs Act (è la famosa politica del gné gné) ma è un modo concreto per riportare verso l’alto una curva che da quattro anni ininterrottamente cala verso il basso: quella della disoccupazione. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria, nella sua perfetta audizione tenuta ieri di fronte alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, ha segnalato che l’Italia rischia “una moderata revisione al ribasso per la previsione di crescita 2018” e ha rivendicato il fatto che “atti del governo capaci di mettere in dubbio la tenuta dei conti fino a prova contraria non ce ne sono stati”.

 

Tria ha ragione a ricordare che le spese pazze promesse dal governo almeno per il momento sono state rinviate nel tempo (un governo che per essere credibile si sforza di non rispettare le sue promesse non credibili è un governo più comico di uno spettacolo di Grillo) ma al ministro non sfuggirà che per far deragliare un treno non è necessario imprimere una eccessiva velocità di crociera: a volte è sufficiente costringere il treno a una frenata improvvisa. In questo senso, in un’economia che rischia di crescere meno del previsto, se l’approccio demagogico, pauperista e di sottomissione sindacale scelto dal ministro del non lavoro Luigi Di Maio – che probabilmente non si rende conto di come scrivere leggi anti delocalizzazioni dettate dalla Cgil sia un modo per disincentivare gli investimenti nel nostro paese – si andrà a saldare con il clima di sfiducia che avvolge da mesi l’Italia, rischierà di creare un pericoloso effetto a catena, anche se l’operazione viene fatta nel rispetto dei conti pubblici. Se si parla di coperture, mostrare sfiducia nei confronti degli imprenditori è un’operazione quasi a costo zero. Ma rendere l’Italia un paese meno ospitale per chi fa impresa ha altri costi importanti che sono quelli che restano impressi sul sismografo quotidiano degli interessi sui titoli di stato. Rispetto al 4 marzo, senza che siano stati neppure toccati i conti pubblici (capolavoro!), la differenza tra il rendimento dei titoli di stato italiani e quelli tedeschi è aumentato di cento punti base, e sono circa cinque miliardi di euro all’anno di interessi in più che lo stato deve pagare. E il tentativo di rendere più incerto e imprevedibile il quadro delle regole in cui operano le imprese italiane, come ha ricordato ieri Confindustria, non può che peggiorare il clima di fiducia relativo al nostro paese – provate a rispondere a questa domanda: rispetto al 5 marzo, sono aumentate o sono diminuite le ragioni per investire nel nostro paese?

 

L’Italia, come è noto, avrebbe bisogno di un mercato del lavoro meno rigido, di un ecosistema lavorativo più produttivo, di salari più alti, di un sistema contrattuale capace di non incoraggiare il nero, di uno stato meno ostile con le imprese, di una macchina burocratica meno sottomessa al dettato dei sindacati, e il primo atto del governo in materia di welfare scommette ovviamente su tutto il contrario. Su un mercato del lavoro più rigido, su un ecosistema che non punta alla produttività, su nessun intervento sui salari, su un sistema di contratti che alimenterà il ricorso al lavoro in nero, su una macchina burocratica sottomessa alla Cgil. La Gigi Economy, lo abbiamo visto, è a costo zero. Eppure mai come oggi avere una politica sul lavoro a costo zero, nel senso che non vale nulla e che piuttosto che preoccuparsi di creare lavoro si preoccupa di come dare un sussidio a chi il lavoro, forse per colpa anche di questo governo, un domani non lo avrà, non è solo un rischio per il governo: è prima di tutto un rischio per l’Italia. I mercati, quando l’euro era in discussione, hanno avuto la forza di far sentire la loro voce. Oggi è arrivato il momento che siano le imprese a ricordare a questo governo che un paese che considera gli imprenditori dei colpevoli non ancora scoperti è un paese destinato a commettere un errore mortale: combattere contro l’interesse nazionale in nome di un nuovo pauperismo di massa. Anche no, grazie.

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