Ma petite Patrie, Grandeur française

Julien Ferrara

“… sic nos et eam patriam dicimus ubi nati et illam qua excepti sumus. Sed necesse est caritate eam praestare qua rei publicae nomen universae civitati est pro qua mori et cui nos totos dedere et in qua nostra omnia ponere et quasi consecrare debemus. Dulcis autem non multo secus est ea quae genuit quam illa quae excepit. Itaque ego hanc meam esse patriam prorsus numquam negabo dum illa sit maior haec in ea contineatur. * duas habet civitatis sed unam illas civitatem putat”.

Cicerone, De Legibus Libro 2 paragrafo 5.

   

La mia Patria è l’Italia, l’Italia è il paese che amo (l’ho scritto io per il Cav. dell’origine, potrò ben ripeterlo tanti anni dopo). Ma è la patria naturale, come il municipio per il caro amico Cicero, nato in un contado tra Sora e Arpino (luoghi del mio cuore dove adesso avanza CasaPound, il miglior Fabbro, io che sono CasaEliot e CasaMontale e CasaSaba e CasaUngaretti e CasaPenna). La Patria di stato, malgrado gli sforzi di tanti valenti uomini politici che ho sostenuto senza portare a casa altro che il frutto del mio lavoro (e tutti i moralisti in galeeeeera!, per garantismo) è un’altra.

 

 

Dante e Machiavelli va bene, ma Petrarca era francesizzante e Dante ascoltava e disceva et docebat al vico degli Strami, dietro casa mia à Paris, come il mio omologo obeso santo Tommaso, e comunque Richelieu e Mazzarino, con tutti gli orrori dell’assedio della Rochelle, della Saint-Barthélemy e poi del colonialismo, hanno combinato qualcosa di meglio di Cavour, Peppino, Giuseppe, Giovanni Giolitti e Benito. Mazzarino poi era abruzzese, come mio nonno materno, e normalmente corrotto, come i miei padri politici: un babà. De Gasperi l’aveva capito, questo mistero dell’Italia Patria che non c’è, e appena ha potuto, l’Austriacante, si è imbucato nella patria maggiore, in Europa, al seguito, lui quasi cittadino vaticano, di Jean Monnet e di Robert Schuman, per non parlare di Adenauer e De Gaulle, Giscard, Mitterrand, Chirac e infine, dopo una parentesi un po’ così, Emmanuel Macron.

  

Io lì sto, in trenta metri quadrati in cui mi esercito a essere povero, et illic manebo optime. Le scuse per aver definito cinico e irresponsabile il ricatto maldestro dell’ultimo microscopico Dux? Ho telegrafato via Twitter che Macron doveva resistere e che il pardon questi mentecatti se lo potevano mettere dove non splende mai il sole. Me ne sono venuti centinaia di auspici di morte lenta e dolorosa, e una caterva di insulti, da parte di anonimi algoritmici amici della Casaleggio e di quel mezzo ladro presunto di cui ora non ricordo il nome, tutta gente con il fisco in disordine, e molta frustrazione patriottica nel cuore, che ho mantenuto per quarant’anni con le mie tasse. Bè, succede.

     

    

Passiamo oltre, vittime mai. Ho deciso di rispettare tutto, comprese le minacce e le rozze deformazioni dei miei percorsi di essere disumano sempre in cambiamento attraverso passaggi indecifrabili prima di tutto a me stesso, a patto che mi si lasci un angolino dove dirla tutta, sempre, opportune et importune. Non sono l’Apostolo, e come Paolo di Tarso ho molto peccato in parole, opere e omissioni. Parole e opere, intendo peccare ancora, omissioni mai più. Macron ha il suo lato ipocrita, certo, e chi non lo ha? Ma è il mio Presidente della Patria più grande, laddove Mattarella è il presidente legale e morale e costituzionale, è anche il mio eroe politico, destinato a una brutta ma bellissima fine, forse, come tutti gli eroi. Le maggioranze infervorate dalla caccia al negher, dal nazionalismo padano, dal reddito aggratis, non si staccheranno così facilmente dai nuovi padroni del vapore, brutti pecoroni dei miei stivali.

   

Macron cerca di governare l’immigrazione, di molto superiore e più pericolosa della nostra buona e dolce invasione di africani; è uno che ha studiato e lavorato, al contrario di certi ceffi che si sono intrufolati per dabbenaggine elettorale nel potere italiano; è uno che ha inventato una maggioranza relativa di europeisti, testimoni della Grandeur e della sua utilità al servizio di una buona causa, e una maggioranza repubblicana capace di mettere Madame Salvini, e il Maduro che recita poesie sulla Canebière di Marsiglia, alla porta, anche molto bruscamente e Dio sa quanto giustamente; è uno che fa politica, il capoluogo di ogni soperchieria e impunità, ma anche un luogo di innocenza e carità, in nome di una società aperta, e scusate la parola, colta liberale e individualista, cioè responsabile; è uno dal bell’eloquio e dal magnifico sorriso, sa parlare di religione e stato senza brandire il rosario e il vangelo come una clava polifemica, non è un cannibale, cerca di essere Nessuno, cioè Ulisse ovvero il mondo globalizzato che vale quanto il regno di Itaca. Non ho detto tutto? Si capisce perché sono un suo patriota, spero, e perché godo oggi nel vedere “tienimi da conto Conte” in visita serena a Parigi, costretto finalmente, nemo propheta in patria, a discutere di cose serie con persone serie, dopo tante orge contrattuali e tante consultazioni del menga, tra lo scorno degli ammiratori di Dux e del tricolore sbagliato.

     

Ps: “… così noi consideriamo patria sia quella in cui siamo nati, sia quella da cui fummo accolti. Ma è necessario dedicare il proprio amore soprattutto a quella, in virtù della quale il nome dello Stato è comune a tutti i cittadini, per la quale dobbiamo morire ed alla quale dedicarci interamente ed in cui riporre tutti i nostri interessi e quasi consacrarveli. Ma quella che ci ha generato è poi cara in misura non molto diversa da quella che ci ha accolto. Perciò io non negherò mai che questa è davvero la mia patria, pur essendo maggiore di essa quell’altra, e questa sia compresa in quell’altra [dalla quale ciascun municipale riceve il diritto] di una seconda cittadinanza e che considera l’unica patria”.

Traduzione via web, con i miei ringraziamenti al segnalatore algoritmico (Twitter works, enfin!).

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