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La crepa tra M5s e Lega

Capannelli e riunioni grilline contestano a Di Maio la leadership. E Salvini ha un piano B

9 Giugno 2018 alle 06:00

La crepa tra M5s e Lega

Matteo Salvini e Luigi Di Maio (foto LaPresse)

Roma. “C’è il rischio che ci trasformiamo tutti in meri esecutori”, diceva Carla Ruocco, “così si bestemmia il sogno di democrazia orizzontale di Casaleggio”, mormorava Andrea Colletti. E nelle loro conversazioni private, al telefono, nei corridoi della Camera e di Palazzo Madama, i deputati e i senatori del Movimento cinque stelle indicano un punto nell’aria, come fosse lì, a un centimetro da loro: il profilo soddisfatto e incravattato di Luigi Di Maio, il capo dei ministeriali, se non una corrente un gruppo ormai compatto e chiuso all’interno del Movimento cinque stelle. “Luigi come può pretendere che l’avvio del governo e il suo incarico di ministro non abbiano riflessi sul suo ruolo di capo politico?”.

 

E per adesso è solo uno show di cautele, delicatezze, tossettine, piedi di piombo, sopraccigli sollevati, ma quando anche Roberta Lombardi, la grillina originaria, lei che rappresenta la purezza della specie, spinge la propria vivacità maliziosa fino a dire al Foglio che “mi permetto di dare un consiglio a Luigi: dosi bene le forze, fare il ministro e il leader del M5s sarà molto faticoso”, allora si spalancano di colpo prospettive vertiginose. Paola Taverna ha immaginato un nuovo direttorio, per affiancare (o commissariare) Di Maio alla guida del Movimento, mentre Lombardi si candida di fatto a capeggiare la linea dell’innocenza primigenia, quella dell’“uno vale uno”, e dice che “ci vorrebbe un direttivo che sia una catena di trasmissione tra i portavoce regionali, quelli parlamentari e quelli europei”. E così ben presto, tra non più di un paio di settimane, chiusa la complicata compilazione del ruolino di sottopotere, piazzati tutti i viceministri e i sottosegretari, i membri delle commissioni più ambite e i relativi presidenti e vicepresidenti, ecco che sotto gli occhi di Luigi Di Maio si srotoleranno i cahier de doléances della gran massa parlamentare del Movimento cinque stelle, guidata dagli esclusi di prima fascia, da quelli che non sono stati ammessi nel Palazzo e che – sottilmente – contestano anche l’accordo di governo siglato con Matteo Salvini e la Lega, quelli come Nicola Morra, Matteo Mantero, Andrea Cioffi, persino il presidente della Camera Roberto Fico.

 

“Il M5s è poco affidabile”, diceva Roberto Maroni a Matteo Salvini, consigliandogli di lasciar perdere l’avventura di Palazzo Chigi e del Viminale in compagnia dei grillini. “I parlamentari della Lega rispondono a Salvini. Quelli del M5s invece a chi rispondono? A Di Maio? A Casaleggio? A Grillo? Alla rete? Imbarcarsi in un governo che potrebbe non durare cinque anni è rischioso”, diceva il vecchio Maroni, con l’aria provvida d’esperienza. Ragione per la quale Salvini, ben consigliato da Giancarlo Giorgetti e Luca Zaia, lui che ancora deve misurarsi con l’amministrazione del potere ma ha già dimostrato doti nella manovra politica, tiene stretta a sé Giorgia Meloni, e ha pure mantenuto aperti quei dedali sotterranei che ancora lo collegano ad Arcore, a casa di Silvio Berlusconi: non si sa mai. Nella Lega, vecchia scuola dove quasi nulla viene improvvisato, è pronto anche il piano B, nel caso in cui il Movimento dovesse sfuggire, anche solo in parte, alle giovani e inesperte mani di Di Maio. “Se si verificassero certe condizioni, noi potremmo entrare in maggioranza”, confessava l’altro giorno Ignazio La Russa, alludendo all’implosione dei Cinque stelle.

 

Ci sono Beppe Grillo e Alessandro Di Battista, sulla garitta della rivoluzione permanente, c’è Luigi Di Maio con il professor Conte, insediato nei Palazzi romani, assieme agli amici Alfonso Bonafede, Riccardo Fraccaro e Danilo Toninelli, c’è poi Roberto Fico, issato (e accontentato) sul proscenio mobile della presidenza della Camera, e ci sono infine i rivoli del dissenso, del malcontento, della preoccupazione e della contestazione, per adesso fasciata dalle delicate sordine dell’attesa: vanno assegnate le deleghe di sottogoverno e le presidenze delle commissioni, dunque nessuno parla, non ancora, non apertamente, non fuori dai denti, perché ciascuno – forse incapace di confessarlo persino a se stesso – s’aspetta qualcosa.

 

Un premio, un pennacchio, una medaglietta, uno spicchio anche piccolo del potere conquistato dal gruppo dei ministeriali adesso alla guida di Palazzo Chigi. E allora Di Maio si prepara ad accontentare chi può e come può, per troncare, sopire, placare le contraddizioni, l’intreccio sinfonico dei toni, le ambizioni e le lamentele. Così la commissione Finanze potrebbe andare a Carla Ruocco, mentre un incarico andrà trovato anche per Angelo Tofalo, che vorrebbe le deleghe ai servizi segreti (ma è in competizione con il più fedele Vito Crimi), qualcosa andrà fatto poi scivolare verso Carlo Sibilia, che già ad aprile aveva contestato il nuovo regolamento che attribuiva poteri quasi assoluti a Di Maio. Basterà? Al di fuori della cerchia dei ministri, degli uomini portati al governo, dei fedelissimi, quello dei grillini nei confronti di Di Maio è un codice, o un galateo, dell’amore avveduto: una galanteria controllata, contabilizzata, se non proprio un amore profittevole. Dunque malfermo. E allora già gliel’hanno fatto capire, Taverna, Lombardi e Ruocco: a noi il Movimento, a te il governo. Grillo e Davide Casaleggio al centro.

 

Così la Lega, che vede e sente, s’interroga: chi comanda? E che succede se entriamo in conflitto con una parte del Movimento? Che succede se Di Maio perde il controllo? Pochi giorni fa Salvini spiegava a un suo amico di avere un asso nella manica: mezzo gruppo parlamentare del M5s è al secondo mandato, e nessuno di questi vorrà mai arrivare alle elezioni anticipate, perché non sarebbe ricandidato. Ecco allora il piano B, poco più di una fantasia, di un’ipotesi di scuola, un’evanescenza: l’idea del “cambio in corsa”, la trasformazione del governo gialloverde in un governo di centrodestra. Venissero a mancare dei voti grillini “ci sono Meloni e Berlusconi”, ragione per la quale Salvini ha pensato di premiare Meloni con la presidenza del Copasir e di rassicurare il Cavaliere con la presidenza della Vigilanza Rai (e un leghista, Armando Siri, alle telecomunicazioni). “Il M5s non è affidabile. Chi comanda?”, era la preoccupazione di Maroni, secondo il quale il reciproco amore tra Salvini e Di Maio è un labirinto senza uscita. Ma forse una via c’è. E passa dai tormenti dei grillini esclusi, da quei discorsi dall’aria drammatica e vagabonda che esplodono in determinatissimi e oscuri propositi di guerra quando Roberto Fico contesta le politiche della Lega sull’immigrazione.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    09 Giugno 2018 - 12:12

    Tutti a dire che 5s e Lega hanno fatto il pieno di voti. E' battuta stantia,ma anche Benito ed Adolfo ne presero di più

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