Perché il governo giusto è pericoloso

Claudio Cerasa

Strano, più che pericoloso. Bizzarro, più che rischioso. Curioso, più che dannoso. Nelle ore che ci separano dalla nascita del governo dello sfascio, se mai questo governo nascerà, l’attenzione di molti osservatori sembra essere stata catturata più dalla forma che dalla sostanza, più dal contenitore che dal contenuto, più dal folclore generato dall’incrocio tra i due campioni del populismo italiano che dalle conseguenze che sul nostro paese potrebbe avere l’incontro tra due partiti che una volta arrivati a Palazzo Chigi prima ancora di prendere una decisione su cosa fare dell’Italia dovranno prendere una decisione ancora più delicata: cosa fare dei propri elettori. Sul Financial Times di ieri, immaginando la traiettoria di un governo formato da Di Maio e da Salvini – che ieri a un passo ormai dal ridicolo hanno chiesto ancora altro tempo al presidente della Repubblica per trovare un accordo per far nascere un governo – Wolfgang Münchau ha centrato il punto e ha ricordato che nei prossimi mesi i due azionisti del governo sfascista avranno di fronte a sé una scelta importante da fare per provare a centrare i propri obiettivi. La prima scelta coincide con il tradimento delle promesse elettorali. La seconda scelta coincide con l’implementazione delle promesse.

 

La questione è cruciale perché mentre tutto sembra essere normale e al massimo bizzarro, nelle prossime ore alla guida dell’Italia arriveranno due partiti che in campagna elettorale non hanno promesso solo l’impossibile: hanno promesso prima di tutto l’inammissibile. E quando due partiti populisti arrivano al governo, la prima domanda che ciascun osservatore dovrebbe porsi non è tanto se saranno in grado di fare quello che hanno promesso ma se sia da augurarsi o no che riescano a fare quanto hanno promesso. In molti sembrano far finta di nulla e in molti sembrano essere certi che la prova di governo renderà più presentabili i populismi impresentabili.

 

Ma in attesa di conoscere i contenuti del contratto di governo del Movimento 5 stelle e della Lega sappiamo cosa hanno promesso Di Maio e Salvini in campagna elettorale e sappiamo non solo che la somma delle loro promesse arriva a regime, come calcolato da Francesco Daveri su Lavoce.info, alla cifra mostruosa di 106 miliardi di euro all’anno di spese (30 miliardi il reddito di cittadinanza, 58 miliardi la flat tax, 18 miliardi la revisione della legge Fornero) ma sappiamo anche che al centro delle promesse c’è una premessa mostruosa che coincide con l’idea di mettere in pista il referendum sull’euro. Luigi Di Maio ha sempre utilizzato il tasto “Antani” per dare una risposta al tema sul referendum. Ma il suo capotribù, Beppe Grillo, pochi giorni fa è stato molto chiaro e ha ribadito di essere favorevole a “un referendum per la zona euro: voglio che il popolo italiano si esprima”. La Lega in campagna elettorale lo ha invece scritto nero su bianco nel suo programma – “L’euro è la principale causa del nostro declino economico: abbiamo sempre cercato partner in Europa per avviare un percorso condiviso di uscita concordata”. E persino i più presentabili tra i leader leghisti condividono l’impostazione salviniana: “Pensiamo che uno smantellamento controllato e concordato di euro e trattati capestro sia nell’interesse di tutti”, hanno scritto il 5 luglio 2017 sul Foglio Claudio Borghi e Giancarlo Giorgetti. In questo senso, mai come oggi sarà importante capire quali saranno i nomi che verranno scelti per far nascere il governo e mai come oggi attraverso il profilo dei futuri ministri del patto Di Maio-Salvini sarà possibile capire se i due populismi sceglieranno di mettere a rischio la stabilità del paese o la stabilità dell’elettorato. Se Salvini e Di Maio dovessero scegliere di farsi commissariare, rinunciando a parte delle proprie promesse, tradirebbero gli elettori ma non correrebbero il rischio di sfasciare il paese e di sfidare i mercati (“Mi chiedono – ha detto ieri scherzando fino a un certo punto il capocomico dei 5 stelle da New York –: allora Beppe Grillo lo facciamo questo governo o no? Ma perché? La Borsa sta tirando, va tutto bene. Ma lasciamolo così tre anni e mezzo!”).

 

Se Salvini e Di Maio dovessero scegliere invece di non rinunciare alle proprie promesse, imboccando una strada più alla Puigdemont che alla Tsipras, avrebbero di fronte tre strade. La prima strada è quella suggerita sabato scorso a Repubblica da Armando Siri, consulente economico della Lega, che ha anticipato che per realizzare il programma di governo, compresa la flat tax, spariranno tutte le attuali detrazioni fiscali (casa, ristrutturazioni, spese mediche, lavoro dipendente). E una volta sdoganata l’idea che per ridurre le tasse sia legittimo reintrodurne delle altre, seppure in forma indiretta, potrebbe avere ragione Berlusconi, che in queste ore si sta leccando i baffi osservando l’incapacità di Salvini e Di Maio di trovare un accordo, a prevedere che nessun programma grillino e nessun programma leghista siano in fondo sostenibili senza l’introduzione di una qualche nuova tassa calcolata sul patrimonio del contribuente.

 

Se la seconda strada per mantenere le promesse elettorali non dovesse essere quella corretta – e se la spending review promessa dai populisti dovesse coincidere solo con il taglio moralistico agli sprechi della politica piuttosto che al taglio non moralistico delle inefficienza del sistema burocratico italiano – resterebbero solo altre due strade. Una coinciderebbe con l’idea di fare più debito sfidando Bruxelles sul rapporto deficit-pil (passare dall’uno per cento circa del rapporto deficit-pil previsto per il 2019 al tre per cento sarebbe già pari a 36 miliardi all’anno) o creando di fatto una seconda moneta attraverso l’introduzione dei famosi mini Bot promessi dalla Lega in campagna elettorale (la stessa formula fu usata nel 2001 in Argentina con dei mini Bot chiamati Patacones: pochi mesi dopo la loro introduzione il paese andò in default).

 

L’ultima idea è quella da cui siamo partiti all’inizio del nostro ragionamento e anche se in questi giorni in pochi ne parlano è purtroppo questo il vero oggetto del governo che sarà. In modo meritorio, un mese fa, in un passaggio sul Corriere, lo hanno ricordato Francesco Giavazzi e Alberto Alesina parlando proprio di Lega e M5s: “Se non si vogliono rinnegare le promesse, né si vuol cedere la guida dell’economia alla Troika, e una patrimoniale pesante è impossibile, resta una sola soluzione: uscire dall’euro, se non addirittura dall’Unione europea”. Più che occuparci delle felpe o delle giacche di Salvini la vera questione da capire nei prossimi giorni sarà prima di tutto questa: fino a che punto riuscirà – se riuscirà – il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a temperare l’isteria populista con un po’ di buon senso non anti sistema? Un conto è accettare un governo con i Varoufakis e i Puigdemont, un altro conto è accettare un governo solo a condizione che non ci siano né i Varoufakis né i Puigdemont.

 

Non sappiamo ancora quando e non sappiamo ancora come, ma in Italia sta per nascere, forse, un governo che non ha precedenti nella storia di un grande paese europeo (con il dettaglio non banale che a differenza degli altri paesi in cui il populismo è arrivato al potere l’establishment italiano piuttosto che ritrovarsi dall’altro lato della barricata si trova sullo stesso lato). Ricordare che alla luce del 4 marzo questo è il governo giusto per l’Italia, è doveroso. Ricordare però che alla luce dei fondamentali del nostro paese il governo giusto è anche quello più pericoloso non è solo un diritto: è un dovere per chiunque non voglia essere considerato complice di un governo che minaccia di sfasciare l’Italia.

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