Siena e Vicenza: le città delle banche dove il M5s si autocondanna

Valerio Valentini

Roma. La si dovesse guardare con occhio sospettoso, complottista, insomma un po’ grillino, la vicenda apparirebbe in fondo tutta una storiaccia – anzi due storiacce ma a un’unica spiegazione riconducibili – dovuta alle banche, e alle lobby connesse. Come spiegare, altrimenti, il fatto che proprio le due città dove la lotta sugli istituti di credito in crisi è stata più aspra, dove la propaganda è stata più esasperata, sono ora i due capoluoghi di provincia in cui vertici del M5s vietino la partecipazione delle proprie liste alle amministrative del 10 giugno? Succede a Siena, la patria di quella Mps di cui per anni Beppe Grillo ha denunciato scandali veri e presunti, presentandosi perfino alle assemblee dei soci insieme all’attuale deputato Carlo Sibilia. E succede pure a Vicenza, la città della Popolare decotta su cui i grillini si sono battuti per una intera legislatura, o quasi.

 

Gli attivisti locali, galvanizzati da tanta attenzione, ci avevano creduto in queste battaglie: e anche per questo avevano deciso di battersi in vista delle comunali, impegnandosi in una campagna elettorale che dura da mesi e richiedendo, seguendo alla lettera il regolamento pentastellato, la liberatoria per l’uso del simbolo. Peccato, però, che abbiano atteso invano per oltre cinquanta giorni, in un clima di sconforto crescente, che arrivasse il via libera dallo staff del M5s, in vista della scadenza definitiva fissata oggi a mezzogiorno.

 

Venerdì, poi, la conferma che è apparsa definitiva: sulla pagina internet che indica tutte le liste certificate, non comparivano né Siena né Vicenza. Ma le banche, a ben vedere, c’entrano poco.

 

C’entrano invece le faide locali del M5s, e c’entra una concezione assai distorta di centralismo democratico nella sua versione pentastellata. Nella città del Palio, il sospetto ormai diffusosi tra gli attivisti – molti dei quali si dicono già pronti a lasciare il Movimento “salvo improbabili novità dell’ultim’ora” – è che la mancata certificazione sia dovuta a una forma di vendetta da parte dei vertici, risentitisi per le proteste dei grillini senesi che, a ridosso del voto del 4 marzo, misero in luce l’inopportunità della candidatura di Salvatore Caiata.

 

Il patron del Potenza Calcio, reclutato da Luigi Di Maio e poi eletto nell’uninominale del capoluogo lucano, a Siena era stato nel 2009 un dirigente provinciale del Pdl. “E in più – spiegano gli attivisti – sapevano che i suoi affari, qui in città, non erano stati proprio cristallini”. Poco prima del voto Caiata finì coinvolto in un’indagine per riciclaggio, e dunque espulso dal M5s. E però la ribellione interna non deve essere stata gradita ai grandi capi del Movimento, che proprio per questo – stando a quanto si dice a Siena – non avrebbero ottenuto la liberatoria richiesta per correre il 10 giugno prossimo col candidato sindaco Luca Furiozzi. “Se si trattasse di una ritorsione sarebbe un atto grave e senza senso”, dice al Foglio Michele Pinassi, consigliere comunale uscente. E di “stordimento” parla anche Daniele Ferrarin, che consigliere lo è a Vicenza. Qui, stando alle ricostruzioni che circolano nelle chat dei cinque stelle veneti, il diniego sarebbe dovuto al fatto che proprio Ferrarin, promotore della lista e della campagna elettorale per Francesco Di Bartolo sindaco, sarebbe da tempo entrato in conflitto con la sua collega Liliana Zaltron. E questa, essendo “molto vicina al leader regionale Jacopo Berti e al senatore Giovanni Endrizzi, avrebbe ottenuto la punizione”.

 

Ricostruzione fantasiosa? Può darsi. Ma i motivi reali della mancata certificazione, nessuno li sa. Non Endrizzi, quantomeno, che si limita a dire: “Non ho idea del motivo della mancata autorizzazione”. (E del resto anche anche i parlamentari tirati in ballo nel fattaccio senese, Alfonso Bonafede e Laura Bottici, non danno che spiegazioni parzialissime, ribadendo semplicemente la loro “piena fiducia nello staff”.) Chi parla, invece, è proprio Ferrarin. Che annuncia di voler partecipare lo stesso alle elezioni col simbolo pentastellato, seppure priva di autorizzazione. “E poi – aggiunge, con amarezza – mi autosospenderò”.

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