La difficile convivenza di Lega e M5s, due antisistema diversi

Maurizio Crippa

Milano. Il fantasma dello spread fa capolino, non appena si affaccia la sagoma del governo giallo-verde. Ne aleggia anche un altro di spread, ma politico, che riguarda la “differenza di rendimento” tra un titolo benchmark e l’altro nelle quote di governo: Di Maio vale il 32, questo si sa, Salvini varrà il suo 18, che lo designa junior partner, o il 37 dell’ammontare del piatto, in cui pesa la benevolenza esterna di Silvio Berlusconi? Da questo differenziale dipende il profilo ministeriale del possibile governo populista-sovranista, o antisistema-antisistema. Ma dal valore di un benchmark-partito rispetto all’altro dipende anche un terzo tipo di spread, se vogliamo tenere la metafora economica per buttare in soldoni un problema di fondo. Riguarda il differente tipo di forze populiste e antisistema che M5s e Lega rappresentano. Quindi la loro compatibilità, e la possibile risultante prodotta da due vettori che spingono ognuno verso punti distanti.

 

Gli aspetti esteriori di cui sempre si parla sono il grado di antieuropeismo, di rappresentanza territoriale – nord e sud – e di rappresentazione sociale (M5s più classi disagiate, Lega più padroncini del nord: ma questa è abbondantemente una lettura falsa). Ma sotto la buccia ci sono differenze più profonde, che possono rendere impossibile la miscela, oppure trasformarla in un virus letale.

 

La più banale. M5s non ha cultura amministrativa. Ovunque ha governato e governa ha prodotto disastri epocali, et pour cause: non solo per inesperienza e straccioneria curricolare del proprio personale, ma per un negazionismo ideologico di ogni cosa che sappia di governo e di decisione in nome di un benecomunismo astratto e conservatore: dagli inceneritori alla gestione delle alluvioni, dalla privatizzazione dei trasporti al menù delle mense scolastiche. Inoltre, per mancanza di radicamento territoriale – nascono come alternativa “webete” al mondo come è fatto, tutto è tutto Gaia. La Lega, partito territoriale per antonomasia, resta tale anche se ha modificato l’orografia: oggi è nazionale. Ma ha dalla sua una tradizione (la migliore) di sindacato del territorio, di supremazia dell’amministrazione persino sulla visione d’insieme. 

 

Governa da molti anni, da sola o in coalizione, le regioni più ricche e produttive e una infinità di città e comuni. Si possono fare le pulci a Zaia, a Maroni o a Gentilini, ma non sono certo i territori peggio governati d’Italia. E’ l’idea di un governo a cinghia di trasmissione corta, anche asfittica, ma di governo. Tra le palingenesi totali e le esigenze dei distretti produttivi, chi deciderà dello sviluppo economico? L’altra differenza sta nel populismo, ammesso che il termine abbia un significato. Il populismo cinque stelle è un sottoprodotto mentale dell’uno-vale-uno, è qualunquismo dell’uomo qualunque. E’ un vaffa indifferenziato, sospettoso e complottista contro tutto ciò che è istituzione, struttura, organizzazione e mediazione. Il populismo della Lega lepenista-orbaniana di Salvini è un derivato geneticamente modificato del popolanismo di Bossi. Ha una radice identitaria, territoriale, antiglobalista. E’ il populismo della tribù in lotta con altre tribù. Si può fare la guerra o si può trattare, ma non punta alla distruzione totale del nemico, come il casaleggismo. Quale dei due sia più accettabile, o meno pericoloso, impossibile stabilire. Ma non è facile che possano trovare terreni di coesistenza (che andranno a dire sui flussi migratori, in Europa?).

 

Una terza differenza, forse la decisiva, è il tipo di eversione antisistema. Come la sismicità, è di due tipi: sussultoria e ondulatoria. Produce danni diversi. L’antisistema cinque stelle è totale (vorrebbe sostituire dalle fondamenta una società con un’altra). Vogliono abbatterlo, il sistema. La democrazia rappresentativa è il nemico, la dignità dell’incarico pubblico non è responsabilità ma “casta”, le leggi non sono sovrane ma sottoposte alla Volontà generale. L’antisistema leghista è volontà (o velleità) di cambiare il sistema. Prima era federalismo vs centralismo, oggi è sovranismo vs sovrannazionalità, ius sanguinis vs ius soli, giustizialismo vs sistema delle garanzie. Ma la democrazia rappresentativa, o il fatto che lo stato abbia un corpo, non sono messi in dubbio. Riuscirebbero a farla, insieme, una riforma istituzionale? 

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