Il drammatico spread con la realtà dei “ministri” di Di Maio

Luciano Capone

Roma. Dopo aver nominato i ministri prima delle elezioni, il presidente della Repubblica autonoma di Grillinia Luigi Di Maio adesso scioglie le Camere e fissa la data delle nuove elezioni: “Votare il 24 giugno si può!”, scrive sul Sacro blog. Dopo aver constatato l’impossibilità di far nascere un governo vero da lui guidato a causa dell’esito fallimentare delle trattative con Lega e Pd, l’invocazione delle elezioni sancisce anche la fine del primo fantagoverno Di Maio. Lo spread sembra tranquillo e i mercati non sono in fibrillazione, ma i ministri a 5 stelle sì, anche perché non capiscono più la linea, che cambia da un giorno all’altro. Se si va davvero a votare la squadra del fantagoverno viene riconfermata? “Sinceramente non saprei rispondere. Ma siamo sicuri che si vada a elezioni subito?”, dice al Foglio un fantaministro.

 

Per loro è davvero difficile stare dietro alle sterzate e ai cambi di programma del loro leader, che in un paio di mesi è passato da due a zero forni e in due giorni dalla fase “responsabilità e cortesia istituzionale” a quella “non esiste tregua per i traditori del popolo”. Il problema è che, a parte qualcuno pescato in extremis per mancanza di alternative e altri già ricompensati da un posto in Parlamento, molti dei tecnici che hanno scommesso sulle innovazioni di Di Maio e si sono prestati persino alle investiture televisive rischiano di trovarsi con un pugno di mosche.

 

L’“andiamo a governare” delle chat di chi pensava di diventare la classe dirigente di un partito liquido di massa si sta dimostrando un’illusione: come già accaduto a molti “intellettuali” che ritenevano di poter dare forma al movimento e guidarlo, potrebbero invece scoprire di essere stati usati come “figurine” da un partito che aveva necessità di mostrarsi “competente”. Basti pensare agli economisti Pasquale Tridico, che si è generosamente speso in lungo e in largo come “ministro del Lavoro in pectore del M5s”, e Andrea Roventini, candidato ministro dell’Economia, che hanno cercato di imporre una linea progressista più volte smentita. Oppure all’“incarico scientifico” all’europeista Giacinto Della Cananea per redigere il contratto alla tedesca che aveva come precondizione il rispetto “dei trattati” e degli “impegni già assunti in sede europea”. Tutto liquidato in un minuto dal Garante Beppe Grillo, che con un’intervista ripristina il vecchio programma cancellato e rilancia il referendum sull’euro: “Voglio che il popolo italiano si esprima. Il popolo è d’accordo? Bisogna uscire o no dall’Europa?”. Tornano l’Eurexit e il Vaffa e non si capisce ancora se con l’ennesima giravolta il M5s stia prendendo in giro i suoi elettori o stia tradendo quell’élite che credeva di poter modellare il Movimento. Ma di certo, visto com’è andata a chi ha messo la faccia sul fantagoverno Di Maio, per il M5s sarà difficile coinvolgere in futuro altre personalità con una reputazione da difendere.

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