“Qui Salvini ci asfalta”. La fronda nordista del M5s

Valerio Valentini

Roma. La pattuglia, per ora, è silenziosa, ma solo con la stampa. Sì, perché all’interno del Movimento cominciano a farsi sentire, eccome, i parlamentari quantomeno scettici, se non del tutto contrari, all’idea del “ballottaggio” con la Lega. Cause di forza maggiore, certo: perché col Pd contrario al dialogo, e un centrodestra che include anche Silvio Berlusconi, il ritorno al voto appare a tutti come un percorso obbligato. Ma l’insistere sulla sfida frontale al Carroccio, l’esasperare la contrapposizione tra i due vincitori – o sedicenti tali – delle elezioni del 4 marzo, è qualcosa che genera remore e paure in molti dei portavoce pentastellati del nord. Quelli che la potenza di fuoco della Lega, nelle regioni settentrionali, la conoscono bene. E dunque mettono in guardia rispetto all’entusiasmo con cui qualcuno si appresta al ritorno al voto. “Insistere con questa polarizzazione rischia di essere un suicidio”, confessa un deputato lombardo, molto vicino a Di Maio, che – col tono di chi, scherzando, parla in realtà con amara serietà – si dice già pronto a tornare alla sua precedente occupazione qualora davvero si arrivasse allo scontro duro con la Lega. Ma i dubbi dei milanesi sono gli stessi dei veronesi, dei trevigiani, dei triestini. In Veneto, d’altronde, già il 4 marzo era suonato qualche campanello d’allarme, con un calo non indifferente del M5s rispetto al 2013 e un trionfo incontestabile del centrodestra che, trainato dalla Lega, ha guadagnato 400.000 voti sulle precedenti politiche e si è aggiudicato tutti i collegi uninominali.

 

In Friuli-Venezia Giulia, poi, il segnale ancor più inequivocabile è arrivato domenica scorsa, con una débâcle incontestabile del M5s. “Certamente l’interlocuzione col Pd a livello nazionale ha influito negativamente sul risultato locale”, si è subito giustificato il candidato governatore grillino, Alessandro Fraleoni Morgera. E certo, lui provava anche a sgravarsi almeno in parte del peso della sconfitta. Ma dava voce a un timore condiviso, specie nel nord-est. E cioè che, come si lascia scappare un parlamentare veneto, “dopo aver trescato col Pd, partiamo ancora più svantaggiati nella sfida con la Lega”. Marco Zullo, europarlamentare M5s e esponente di spicco del Movimento in Friuli, la mette giù con molta più cautela: “Diciamo che abbiamo la necessità di presentarci al voto ribadendo la nostra identità, che non è una questione di destra o sinistra, ma di proposte concrete”. E sarà, ma affrontando l’eventuale ballottaggio nei panni obbligati dell’oppositore della Lega, inevitabilmente il M5s finirebbe con l’invadere lo spazio politico che oggi è del Pd: e questo non aiuterebbe. Anche in Piemonte, tra i consiglieri regionali qualche scetticismo c’è. Davide Bono, leader locale e padre spirituale dei pentastellati sabaudi, si stringe nelle spalle quando lo si interroga sull’opportunità di questa contrapposizione: “La situazione è quella che è, ma di alternative del resto non ne vedo moltissime”.

 

Oggi parlerà con Di Maio, e sarà l’occasione per fare chiarezza. Nel frattempo, col capo politico del M5s hanno parlato anche altri ambasciatori settentrionali. “Se ci intestardiamo su una narrazione che suona ‘o noi o la Lega’, finisce che ci asfaltano”, è stato fatto notare a Di Maio. E anche per questo, proprio ieri, la linea nei confronti del Carroccio è cambiata: dietro ai messaggi ostili rilanciati dai vertici del Movimento, c’era infatti la volontà di riaprire il dialogo con Salvini, o quantomeno di addossare a lui la responsabilità dell’impasse. Il leader del Carroccio va stanato, questa è l’idea. E non è un caso che tra i primi, e i più convinti, a tentare questa operazione sia stato Stefano Buffagni, fedelissimo di Di Maio ed ex consigliere regionale lombardo, uno che con la Lega del resto ha imparato bene a trattare, nei suoi cinque anni al Pirellone. “Salvini, vuoi cambiare il paese o vuoi giocare solo con le ruspe mentre blocchi il risorgimento e garantisci solo la restaurazione?”, ha incalzato su Facebook Buffagni, anticipando il suo stesso leader, come ad additare una via alternativa a quella della chiusura totale. Guarda caso, la stessa seguita, di lì a qualche ora, dallo stesso Di Maio. 

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