Renzi da Fazio è stato impeccabile, ma la logica sfugge

Giuliano Ferrara

Renzi da Fazio è stato perfetto. Ma era stato perfetto anche con Zagrebelsky per il referendum. Zagrebelsky è piuttosto sopravvalutato, questo si sa, le sue uscite recenti sul carattere eversivo di un partito che sceglie di non allearsi con formazioni a lui avverse per criteri generali e programmi e natura rasentano l’idiozia, questo lo si è capito. Ma anche nel confronto del 2016 con Renzi sull’abolizione del bicameralismo perfetto e il ballottaggio fece figura di professore che non sa e non ragiona al di là del proprio naso fazioso, il peggio che possa capitare. Ciò che non bastò per vincere il 51 per cento dei Sì contro l’accozzaglia, di qui la successiva rovina elettorale a favore di Salvini e Di Maio. Quando dico Renzi perfetto, dico perfetto. Gli argomenti sono irrefutabili. Per così dire, non si discute. Indiscutibile che il sistema istituzionale andasse riformato da decenni, che un pronunciamento confusionario per il No lo ha impedito. Indiscutibile la conseguenza politica ed elettorale: due soggetti, leghisti e grillozzi, hanno tratto immenso vantaggio dai risultati referendari, un anno e mezzo dopo. Dunque niente riforma, niente ballottaggio, e gran casino. Ora il Pd non può cavare la castagne dal fuoco ai “vincitori”, deve limitarsi a dialogare istituzionalmente e, se del caso, proporre di tornare alla questione della riforma per vedere se ci sia spazio per procedere più o meno come già fatto e disfatto, allo scopo di garantire governi legittimi e minimamente efficienti. Però uno si compiace dell’argomentazione impeccabile, eppure bisogna domandarsi: perché non funziona? Perché la tirata televisiva dell’ex segretario e leader del Pd, anche modesta e non tracotante nei toni, è stata oggetto di un fuoco di sbarramento ai limiti del grottesco (non può parlare, deve dare retta a Franceschini, è un sovversivo, al voto al voto)?

 

Il nipote di Freud, che si chiamava Edward Bernays, nel 1928 scrisse un libro, Propaganda. Diceva, lui che passa alla storia come il fondatore delle pr, le public relations, due cose. Primo. I politici devono imparare a comunicare bene e molto, con le tecniche della pubblicità commerciale, e una buona comunicazione, professionale, eviterà la dittatura delle masse intesa come invadenza o prevalenza del cretino. Secondo. I politici non imparano questo mestiere perché, mentre per i prodotti commerciali l’individuazione di uno spazio di attenzione è decisiva, per loro l’attenzione è obbligata, i loro comportamenti sono di per sé forieri di pubblicità e di attrazione per il pubblico, hanno il logo incorporato. William Davies, nella London Review of Books, commenta queste tesi sostenendo che la preoccupazione dell’image management e del famoso spin in realtà ha perduto la sinistra mondiale, a partire da Blair e da Clinton, e che la naturale capacità di attrarre l’attenzione dei politici ha un risvolto, cioè che fanno politica quasi esclusivamente coloro che vogliono attrarre l’attenzione (Davies ce l’ha con Boris Johnson e Jacob Rees-Mogg, che giudica clowneschi esempi di conservatorismo vittoriano). Non male, sia le tesi sia le chiose, in epoca di chat e like e opinionismo diffuso, molta propaganda e prevalenza assoluta del cretino.

 

Sta di fatto che quello illustrato dal caso Renzi, con il corollario del discorso del nipote di Freud e del commento di Davies, è un rebus tormentoso. Avere ragione in senso logico non è mai stato certo il core business dei vincitori in politica. Esiste la demagogia, esistono mille ritrovati irrazionali, tra i quali il mendacio la fa da padrone, per sconfiggere sul campo la consequenzialità, per conquistare invece che convincere. Uno allora si dice. Ma i fatti sono quello che conta, mentre la nostra collera verso i fatti non importa, perché non li sfiora nemmeno. Magari. Non è così. La riforma monocameralista era un fatto, il ballottaggio era un fatto, la torsione del paese nel senso di una ripresa accettabile dopo cinque anni di governi Pd era un fatto, era un fatto l’arginamento dell’immigrazione selvaggia attraverso misure compatibili con il senso politico, le paure, il senso di umanità.

 

Ed è stato un fatto, salvo l’antipatia che è del tutto irrazionale, salvo lo smearing, la calunnia organizzata dai carabinieri felloni e dai giornalisti caciaroni per gola, la concatenazione di argomenti e cifre capaci di dimostrare che le cose erano andate meglio e non si doveva sperperare un piccolo ma significativo patrimonio di riscatto nazionale sull’altare di vari e generici vaffanculi. Tutti fatti che sono stati disfatti, e come si vede senza grande costrutto.

 

Ora i due “vincitori” non hanno agito – e chissà se la faranno con ritardo ingombrante – decidendo l’unica cosa possibile dopo questo voto, ciò che non era difficile segnalargli subito dopo il 4 di marzo: mettersi d’accordo su un presidente terzo, visto che uno aveva il 37 e l’altro il 32, l’uno come coalizione di centrodestra e l’altro come partito o associazione privata, per varare una maggioranza e un governo di cui sarebbero stati maestri direttori, con una valanga di voti parlamentari e cinque anni a disposizione per farsi valere all’Interno e all’Economia (e senza stupidi veti). Ma hai voglia ad argomentare, a tentare l’irrefutabilità, a segnalare che occorrerebbe una convalida del voto, se non sia stato un voto demenziale, e un’opposizione che sa costruire il controllo e l’alternativa, oppure un nuovo voto e chissenefrega se a fine giugno o ai primi di luglio. Fai la fine degli argomenti impeccabili di Renzi. La logica sfugge, questo è il problema, e la comunicazione professionale, quella Propaganda che Bernays riteneva una risorsa decisiva della buona politica, è subordinata alle pulsioni non razionali della faziosità media.

Giuliano Ferrara

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