Il voto friulano rilancia il centrodestra e affossa il M5s

David Allegranti

Roma. “Non si può che ripartire dal centrodestra, con un grillismo naturalmente ammaccato. I Cinque stelle hanno dimezzato i voti rispetto non alle politiche ma alle regionali. Segno che le giravolte hanno pesato. Adesso i voti si cercano in Parlamento”. Paolo Romani, già presidente dei senatori di Forza Italia, disegna al Foglio, seppur senza soffermarcisi troppo, un possibile esito, dopo il fallimento della trattativa Pd-M5s e dopo il risultato delle elezioni in Friuli-Venezia Giulia, vinte dal centrodestra guidato da Massimiliano Fedriga: il governo si fa solo se il centrodestra è unito, ma siccome non è autosufficiente avrà bisogno di raccogliere voti in Parlamento. E, questo è il sottinteso, i voti non possono che venire dal Pd. La prospettiva ha un suo fascino, ma ha un problema non da poco: la Lega con il Pd non vuole averci niente a che fare, come ha ripetuto per settimane Matteo Salvini. “Mai con il Pd. Se poi singoli del Pd ci votano va bene”, spiega al Foglio il deputato leghista Guglielmo Picchi, ex Forza Italia e oggi advisor di Salvini sulla politica estera. C’è un non detto, infatti, in tutta la comprensibile esaltazione dovuta al risultato friulano, come spiega al Foglio Stefano Mugnai, deputato e coordinatore toscano di Forza Italia. 

 

“I passaggi sono importanti. Il ceto politico – ma anche quello giornalistico – deve riabituarsi al fatto che la nostra è una Repubblica parlamentare. Per 20 anni abbiamo fatto finta che le regole fossero cambiate. Ma non è così: le maggioranze si formano in Parlamento”. Ed è qui dunque che si palesa il non detto. Dentro Forza Italia sono possibilisti: un governo con i voti del Pd – chiamiamolo pure “del presidente”, “di minoranza”, o “Pippo” se torna meglio – potrebbe sbloccare la situazione. “Un punto di caduta serve”, dice Mugnai.

 

Insomma, un governo bisognerà pur farlo. La pre-condizione è che si parta dal centrodestra, ripetono da Forza Italia ma non solo. Dice Mugnai: “Bisogna ripartire dall’esito delle elezioni del 4 marzo, quando il centrodestra ha vinto le elezioni. D’altronde questa legge elettorale consigliava di fare le coalizioni e alcune forze politiche si sono comportate di conseguenza. E’ del tutto ridicolo che il M5s pretenda alcunché. Con i risultati in Molise e in Friuli sono arrivati segnali importanti e c’è stato un ridimensionamento significativo del M5s, anche inaspettato. Soprattutto per Di Maio. Segno che c’è uno scollamento tra forze politiche e paese reale”. Il voto dei cittadini friulani, spiega Mariastella Gelmini, “ha bocciato senza appello Luigi Di Maio e la ridicola politica dei due forni grillina: M5s in caduta libera e mai in partita per la presidenza della regione. L’affermazione di oggi conferma e rafforza il risultato del 4 marzo. Il paese vuole subito un governo di centrodestra. Basta perdite di tempo. Adesso tocca a noi”. Il centrodestra, dice il governatore della Liguria Giovanni Toti, “si conferma la prima forza del paese, una coalizione coesa nonostante le offerte scabrose altrui, un modello di buongoverno che tiene la Lombardia, il Veneto, la Liguria e oggi anche il Friuli, dopo la vittoria in Sicilia”.

 

Il voto friulano dunque scongela il centrodestra, che era rimasto bloccato dalla trattativa fra democratici e grillini. Nel Pd però il dibattito è tutto fuorché concluso. La chiusura in diretta tv di Matteo Renzi al governo con il M5s, pronunciata domenica sera a “Che tempo che fa”, ha aperto prospettive interessanti in vista della direzione di giovedì prossimo. “Ritengo ciò che è accaduto in queste ore grave, nel metodo e nel merito. Così un partito rischia solo l’estinzione e un distacco sempre più marcato con i cittadini e la società”, ha detto ieri il reggente Maurizio Martina. “Servirà una discussione franca e senza equivoci perché è impossibile guidare un partito in queste condizioni e per quanto mi riguarda la collegialità è sempre un valore, non un problema. In queste ore stiamo vivendo una situazione politica generale di estrema delicatezza. Per il rispetto che ho della comunità del Partito democratico porterò il mio punto di vista alla direzione nazionale di giovedì che evidentemente ha già un altro ordine del giorno rispetto alle ragioni della sua convocazione”. Molto duro anche Dario Franceschini, che per la prima volta attacca frontalmente Renzi, con un tweet: “E’ arrivato nel Pd il tempo di fare chiarezza. Dalle sue dimissioni, Renzi si è trasformato in un Signornò, disertando ogni discussione collegiale e smontando quello che il suo partito stava cercando di costruire. Un vero leader rispetta una comunità anche quando non la guida più”.

 

Aggiunge l’orlandiano Antonio Misiani: “Che Renzi, il primo responsabile della disfatta del 4 marzo, cerchi di dettare la linea al Pd con un one-man show televisivo non è solo surreale: è inaccettabile. Per il metodo, perché delegittima il segretario reggente e toglie significato al confronto in direzione nazionale. Nel merito, perché – senza un briciolo di autocritica per gli errori di questi anni – propone una linea velleitaria, che in queste condizioni ci porta solo in un vicolo cieco”. La direzione del Pd dunque potrebbe essere propedeutica a un cambio di rotta: dal dialogo con il M5s si potrebbe passare, via Renzi, al dialogo con il centrodestra. Che poi è quello che sperano in Forza Italia.

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