Il (non) senso del secondo giro di consultazioni

Valerio Valentini

Non si muove nulla, neanche oggi. La tanto attesa svolta, al cinquantatreesimo giorno di crisi, non arriva neppure al termine il secondo giro di consultazioni svolto da Roberto Fico. Da un lato Maurizio Martina, il reggente del Pd che riconosce "passi avanti importanti" ma al contempo non nega il permanere di "differenze profonde"; dall'altro Luigi Di Maio, che parla con apparente convinzione di un "contratto di governo al rialzo" ma si premura di precisare che "non si può chiedere al Movimento 5 stelle di negare le sue battaglie storiche". E dunque tutto rimandato, di nuovo, a data da destinarsi. O meglio: qualche scadenza c'è già.

 

La prima, immediata, è arrivata alle 16:30 di oggi, quando il presidente della Camera si è recato al Quirinale per riferire l'esito del suo mandato esplorativo a Sergio Mattarella. Mandato che si conclude qui, ha spiegato Fico ai giornalisti: "Tra M5s e Pd il dialogo è avviato. Credo sia importante, ragionevole e responsabile rimanere sui temi e sui programmi. Il mandato esplorativo che mi ha affidato il presidente della Repubblica ha avuto esito positivo ed è concluso". Mattarella, salvo ripensamenti, potrebbe concedere a Fico un supplemento di tempo: qualche altro giorno per far maturare i primi, timidi segnali d'intesa tra Pd e M5s che pure si sono ravvisati, in queste ultime ore. Nelle prossime ore dovrebbero arrivare dei segnali da parte del presidente della Repubblica. 

La seconda scadenza è fissata al 3 di maggio: è quello il giorno scelto da Martina e dal presidente del Pd, Matteo Orfini, per la direzione nazionale, chiamata a "decidere - queste le parole di Orfina - se e come accedere a questo confronto con i Cinque stelle da comunità collettiva". Anche i grillini aspettano questa data per capire come muoversi: "In questi giorni ci sarà dialogo in seno alle due forze politiche – ha detto Roberto Fico – aspettando la direzione del Pd della settimana prossima".

    

E in mancanza di novità concrete, è alle modifiche dei toni utilizzati dai protagonisti che ci si aggrappa per intravedere qualche novità. Soprattutto a quelli scelti del capo politico pentastellato. "Per la prima volta in una sede ufficiale - fanno notare i parlamentare M5s - Luigi ha parlato chiaramente di conflitto d'interessi". Vero: lo ha fatto, manco a dirlo, in riferimento a Silvio Berlusconi e alle sue televisioni private. Ma lo ha fatto anche per offrire un assist a Salvini, dal quale comunque Di Maio è tornato, a parole, a prendere le distanze: "Fa un po' specie che Berlusconi stia tuttora utilizzando i suoi giornali e le sue televisioni per mandare delle velate minacce a Salvini qualora decidesse di sganciarsi dal centrodestra". Ambiguo, certo: come in fondo ambiguo - "necessariamente ambiguo", correggono i grillini intorno al leader - Di Maio è stato sul rapporto con gli alleati di governo. Ha messo le mani avanti, dicendo che l'eventuale accordo "non prevede alcuna alleanza", "non annulla le differenze" e "non è un compromesso al ribasso", quasi a voler sedare gli umori di attivisti e militanti. Ha detto di voler partire, col Pd, dai punti in comune senza concentrarsi sugli insulti del (recente, recentissimi) passato; ma al contempo ha lanciato un segnale chiaro: "Non è il caso di fossilizzarsi sull'idea di difendere per partito preso tutto l'operato del governo degli ultimi anni. Io credo - ha proseguito Di Maio - che dal voto del 4 marzo siano uscite fuori delle richieste". E dunque attacchi alla legge Fornero, al Jobs Act, alla Buona Scuola, alle "grandi opere inutili". E tuttavia, l'invito è a far "prevalere il buon senso", dice. 

  

E se Di Maio si esibisce in equilibrismi retorico, anche Martina resta assai prudente. Il reggente del Pd, finito sotto il fuoco renziano per le eccessive aperture ai grillini negli scorsi giorni, afferma di nuovo di essere "convinto che il Pd possa fare un prezioso lavoro unitario. Ci credo e mi impegno per questo. Ho grande rispetto per tutte le posizioni e so che possiamo trovare una sintesi". Poi, l'attacco al centrodestra: "Se siamo arrivati qui - prosegue Martina - è perché altri hanno fallito. Siamo una comunità politica che sa confrontarsi e prendere insieme la giusta via nell’interesse dell’Italia". Con quale programma, e su quali presupposti politici, non è dato sapere. Ma insomma, "ci interessa provare a contribuire, dare una mano a questo Paese", continua Martina. E lo fa utilizzando, sempre, la prima persona plurale. Ma la sensazione è che il suo entusiasmo sia tutt'altro che condiviso. E non a caso, subito dopo le dichiarazioni di Di Maio, a ribadire la linea del fronte renziano - che è quello che detiene la maggioranza sia in direzione, sia tra i gruppi parlamentari - ci pensa Orfini: "Io sono contrario ad un accordo con M5s, per me Di Maio è come Salvini". Eccoli, dunque, i "passi avanti".

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