Mattarella in campo per evitare Salvini

Claudio Cerasa

I messaggi felpati, morbidi e senza spigoli mandati da Sergio Mattarella nel corso dei cinquantadue giorni postelettorali hanno contribuito ad alimentare una leggenda che riguarda il profilo del presidente della Repubblica: il suo essersi posto di fronte alle consultazioni come un semplice notaio politico.

 

Il capo dello stato ha sempre fatto di tutto per dare l’impressione di essere neutrale ed equidistante rispetto ai principali player del Parlamento. Ma i molti colloqui avuti con i leader dei principali partiti nelle ultime settimane lo hanno portato a maturare una consapevolezza importante, forse decisiva, che ha costretto almeno su un punto Mattarella a mettere da parte gli abiti del notaio e a lavorare in modo discreto per non correre un rischio considerato dal Quirinale il pericolo numero uno per il paese: un governo formato da soli populisti. In altre parole: un governo formato solo da Luigi Di Maio e da Matteo Salvini.

 

Nella testa di Mattarella i due populisti non sono però equivalenti e la ragione per cui il presidente della Repubblica ha accolto con soddisfazione la nascita, ieri, di un filo tra il Pd e il M5s è legata a una consapevolezza chiara maturata nelle ultime settimane: a differenza di Luigi Di Maio, che per non apparire ostile al presidente della Repubblica ha persino cambiato il suo programma elettorale, la Lega anti atlantista, assadista e putiniana di Matteo Salvini si è rifiutata di offrire al capo dello stato le rassicurazioni minime circa la collocazione del nostro paese all’interno del contesto internazionale. Se non è un affronto è qualcosa che gli somiglia. Sergio Mattarella non potrebbe mai dirlo in modo così esplicito ma il motivo per cui farà di tutto per evitare la nascita di un governo formato dal 5 stelle e dalla Lega non è legata alla figura di Di Maio ma è legata prima di tutto alla figura di Salvini.

 

Il presidente della Repubblica, naturalmente, non ha gli strumenti per impedire la nascita di un governo ma ha la possibilità di rendere più o meno facile la formazione di una maggioranza. E le mosse degli ultimi giorni, se vogliamo, ci dicono che il presidente ha scelto di agevolare per quanto possibile l’incontro tra il Pd e il M5s. Nelle settimane precedenti, l’intervento discreto di Mattarella è stato decisivo nell’impedire al centrodestra di spaccarsi in due. Nelle ultime ore, invece, l’intervento, grazie all’esplorazione di Roberto Fico, ha avuto l’effetto di far avvicinare il Pd e il M5s.

 

Capiremo presto – dipende tutto da Matteo Renzi – se l’effetto è reale o è solo un’illusione ottica ma intanto la giornata di ieri è stata la più importante dal dopo elezioni. Il segretario reggente del Pd, Maurizio Martina, insieme a Dario Franceschini, tessere numero uno e numero due del PdM (il Partito di Mattarella), ha detto di essere disponibile “a valutare il fatto nuovo, la fine di qualsiasi tentativo di un accordo tra M5s, Lega e centrodestra” e ha affermato che “se questo fatto nuovo verrà confermato solennemente, questo rappresenta un elemento di novità da valutare”.

 

Pochi minuti dopo, il capo politico del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio, ha ringraziato il reggente del Pd, ha detto che il discorso con la Lega finisce qui, ha annunciato di essere pronto a chiedere agli iscritti a Rousseau di esprimersi rispetto al possibile accordo con il Pd e ha offerto al quadro politico un tassello in più: se salta l’accordo con il Pd, il Movimento 5 stelle non è disponibile a dare fiducia a nessuno governo tecnico, a nessun governo del presidente, a nessun governo di garanzia. Vista dal Quirinale, dunque, la giornata di ieri costituisce un successo importante.

 

L’asse di governo tra Di Maio e Salvini, salvo sorprese successive alle elezioni in Friuli-Venezia Giulia, non esiste più. La possibilità che Lega e Movimento 5 stelle diano vita a un governo populista sono ridotte all’osso. E l’avvicinamento tra Pd e M5s – che secondo alcuni osservatori sarebbe all’origine del leggero calo registrato ieri sullo spread tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi, calato a 115 punti, ai minimi dal 2016 – darà al Quirinale la possibilità di offrire al presidente della Camera, Roberto Fico, tempo ulteriore per svolgere la sua esplorazione tra grillini e democratici. La triangolazione con il Pd potrebbe aiutare dunque Mattarella a evitare un governo formato da soli populisti (bene) ma l’accelerazione improvvisa delle trattative di governo pone il Parlamento di fronte a un rischio: se Renzi dovesse decidere di non dare il suo sostegno a un governo con il 5 stelle l’alternativa oggi non sarebbe né il governo del presidente né il governo Di Maio-Salvini. L’alternativa sarebbe quella di riandare alle elezioni. E andare presto alle elezioni probabilmente significherebbe aumentare le possibilità di avere al prossimo giro un governo tra Di Maio e Salvini (e se fosse questo il vero patto tra i due?). E dopo aver evitato di ritrovarsi con un Matteo non atlantista a Palazzo Chigi c’è da scommettere che il Quirinale farà di tutto per dimostrare all’altro Matteo che il suo #senzadime oggi non è più solo una scelta di campo ma rischia di essere una minaccia per il paese. Lo schema è questo. Finora ha impedito di evitare un incubo del Quirinale, il governo dei populisti, ma non è detto che riesca a evitare l’altro incubo: nessun governo ed elezioni a ottobre. E non è detto che riandare a votare presto sia poi un’idea più malvagia del governo truffa, tra Pd e M5s.

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