Ecco perché Di Maio rimane diffidente sul dialogo col Pd

Valerio Valentini

Cautela e diffidenza. Sono questi i sentimenti con cui Luigi Di Maio ha assistito all'apertura del Pd su un possibile accordo di governo. Quando il reggente dei Democratici Maurizio Martina, al termine del colloquio a Montecitorio con Roberto Fico, sancisce la disponibilità del suo partito "a un possibile percorso con il M5s", il capo politico dei Cinquestelle si affretta a predicare calma. E subito, insieme a chi gli sta intorno, afferma la necessità di capire quale sia la posizione dell'intero Pd. Le parole di Martina hanno fatto effetto, d'accordo, ma per il leader non valgono come rassicurazione. E basta poco, per confermare i suoi dubbi: poche decine di minuti, e la buriana su Twitter, coi vari esponenti - più o meno illustri del Pd - che rinnovano il loro #senzadime arriva a indebolire, ancor più, la fiducia di Di Maio e soci. Prima ancora che la delegazione pentastellata si presenti davanti al presidente della Camera, nella Sala della Lupa, dall'inner circle pentastellato comincia a fuoriuscire qualche battuta: "Martina? E da quando Martina controlla i gruppi parlamentari?".

 

In ogni caso, l'apparente distensione del Pd viene subito vista come una minaccia: "Lo fanno per metterci in difficoltà", sbuffa un deputato molto vicino a Di Maio. Intende dire, cioè, che il rischio nel seguire il richiamo di Martina è quello di alimentare le tensioni interne al Movimento, esasperando la latente conflittualità tra il capo politico e l'altro protagonista di queste trattative, il redivivo Fico. Trapela anche, dalla ristretta cerchia dei Di Maio boys, una certa insofferenza nei confronti del Quirinale, per la discreta insistenza con cui Sergio Mattarella continua a caldeggiare l'ipotesi di una convergenza tra i grillini e i dem. E non è un caso che, per la prima volta dal 4 marzo, di lì a poco Di Maio azzarda una neanche troppo timida fuga in avanti, affermando in modo perentorio che "se fallisce questo percorso col Pd, per noi si deve tornare al voto". Un avvertimento, il sintomo di un malessere. "Non sosterremo nessun altro governo, tecnico, di scopo o del presidente", ribadisce Di Maio. 

 

C'è poi l'altra questione da affrontare: la sospensione del dialogo con la Lega. Il leader grillino capisce subito che non può non dare seguito alla richiesta avanzata, come precondizione ad una eventuale trattativa col Pd, da Martina. La chiusura nei confronti di Matteo Salvini dev'essere solenne. E lo sarà: "Voglio dire qui ufficialmente che per me qualsiasi discorso con la Lega si chiude qui". Ma è pur sempre tattica. "Per ora, in mancanza di presupposti, giusto sospendere tutto", dice un fedelissimo di Di Maio. Insomma: "Noi il forno l'abbiamo chiuso e non possiamo certo riaprirlo. Semmai, dopo il voto in Friuli, dovrà essere Salvini...".

 

Prima, però, ci sarà l'assemblea dei gruppi parlamentari dei Cinquestelle, fissata per giovedì pomeriggio. Appuntamento importante, anche per placare le tensioni che in questi giorni di trattative convulse si sono accumulate. C'è una parte non irrilevante del Movimento, quella più vicina a Fico, che auspica da tempo l'intesa col Pd. Oggi lo ha ribadito anche Carlo Sibilia. Ma Di Maio non è troppo convinto di questa soluzione: non gli piace l'idea di lasciare a Salvini il monopolio dell'opposizione, dargli la possibilità di infierire contro "i grillini che prima insultavano Renzi, e ora ci fanno gli accordi"; e per di più teme una rivolta della base, specie nelle regioni del nord. Anche per questo - altra novità assoluta, in questi 51 giorni - annuncia che, prima di ratificare eventuali accordi di governo col Pd, ci dovrà comunque essere la ratifica degli iscritti su Rousseau, la piattaforma digitale del Movimento. Ipotesi mai prospettata, fintantoché il dialogo andava avanti con la Lega (anzi, in quelle fase era l'ala vicina a Fico, a invocare la votazione online). 

 

Solo in serata i vertici grillini tirano il fiato. "Il Pd puntava a metterci nell'angolo, noi abbiamo rispedito la palla nel loro campo", sospira un deputato influente. Starà ai dem, infatti, decidere cosa fare e come procedere. Di Maio attende che siano loro, adesso, a pronunciarsi, e a esprimersi in vista della direzione. E soprattutto, spera di capire ciò che tutti si affannano a indovinare: cosa passa per la testa di Matteo Renzi

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