E ora Di Maio teme la svolta del Pd. Operazione sabotaggio

Valerio Valentini

Roma. Mancava solo il ribaltamento dei ruoli, in questa estenuata trattativa per la formazione del governo. Poi, ieri, è arrivato anche quello. Sì, perché nel giorno in cui Roberto Fico riceve dal Capo dello stato il mandato esplorativo per verificare la possibile convergenza tra M5s e Pd, succede che a mostrarsi improvvisamente riluttanti all’idea di un accordo siano proprio i grillini. Specie quelli che più sono vicini a Luigi Di Maio e a Davide Casaleggio. I due capi pentastellati restano infatti convinti della loro idea: e cioè che l’ipotesi preferibile, per formare un esecutivo, sia quella di un patto con la Lega. E non è un caso che, sin dalla mattinata di ieri, a fronte della conferma dell’assegnazione dell’incarico ufficiale a Fico, nel gruppo che attornia stabilmente Di Maio sia cominciata a circolare una certa preoccupazione, camuffata con un post di circostanza per il doveroso in bocca al lupo all’amico “Roberto”.

 

Il quale, dal canto suo, dopo aver parlato a telefono col capo politico, si è anche confidato coi “suoi” parlamentari. E sono stati proprio loro, per tutta la mattinata, a dare conto di una certa ansia del presidente della Camera, che non vedeva buone prospettive all’orizzonte. Il motivo lo riferiva una sua amica deputata: “I nostri vertici si sono premurati di mettere tutti i paletti possibili, in vista di questo mandato”. Soprattutto uno: la premiership di Di Maio, considerata ancora indiscutibile. “E con questa premessa non si aprono grandi scenari”, si sfogava la deputata. Di Maio, intanto, cercava di capire quale sarebbe stato “il perimetro del mandato”: e alla fine lo scenario s’è rivelato il peggiore possibile. Sperava, il leader pentastellato, che quello affidato a Fico sarebbe stato un incarico a sondare i partiti a tutto campo, così da mantenere i contatti diretti, e privilegiati, con Matteo Salvini. E invece Sergio Mattarella ha chiesto a Fico di verificare l’esistenza di una maggioranza parlamentare tra M5s e Pd: una mossa che costringerà Di Maio a riaprire i contatti col Nazareno, esponendosi agli attacchi del Carroccio. Ma ancor più di questo, a preoccupare il quartier generale pentastellato è l’improvvisa apertura di una buona parte dei dem renziani, che in modo un po’ contraddittorio, un po’ sibillino, hanno comunque lasciato intendere che che il tempo del #senzadime potrebbe essere finito. “Segnali di distensione”, dicono i Di Maio boys. E lo dicono con fastidio, quasi fiutando la trappola in cui potrebbero finire. Si è capovolto tutto: era il Pd che temeva di dover cedere alle pressioni del Quirinale, e invece ora sono i grillini a sentirsi con le spalle al muro.

 

Ed è così che, interrogato sull’inatteso disgelo promosso dal Nazareno, uno dei deputati più vicini a Di Maio si lascia scappare un mezzo sbuffo: “Quando il diavolo ti accarezza è perché vuole l’anima”. Segno che i grillini non si fidano, di Renzi. E provano a giustificare il loro scetticismo con l’aritmetica: “Al Senato, sommando i nostro voti con quelli del Pd, arriveremmo a 161. Appena uno sopra la soglia di maggioranza”. Poi, certo, nel M5s c’è anche chi esulta, da ieri, o quantomeno ci spera. E’ proprio la pattuglia di parlamentari “di sinistra” vicina a Fico. “Con loro sarebbe più logico firmare un patto alla tedesca”, dicono. E c’è addirittura chi ipotizza una soluzione ancor più favorevole: un “monocolore del M5s”. A prospettarla è il deputato Luigi Gallo, che parla di quella avanzata dalla prodiana Sandra Zampa – un’astensione o un appoggio esterno del Pd per “lasciare nascere un governo a 5 Stelle” – come di una proposta “finalmente interessante”. Chi ne ha discusso con lo stesso Fico, dice che l’idea risulta “bella e augurabile, ma abbastanza inverosimile”.

 

Questione di numeri, di nuovo. La stessa questione che, dall’altro lato della barricata, Di Maio usa per spiegare la preferenza verso l’accordo con la Lega. E dunque l’obiettivo, ora, è sabotare la trattativa col Pd, e far passare ancora un po’ di tempo. Almeno fino a domenica 29. “E dopo il voto in Friuli, speriamo che chi di dovere trovi il coraggio necessario”, dicono i grillini governisti. Il riferimento è a Salvini, e infatti in un video pubblicato in serata Di Maio si rivolge con toni sprezzanti al segretario del Carroccio, tantando di stanarlo o quantomeno di addossargli la responsabilità della rottura del dialogo: “Ho capito che non vuole assumersi responsabilità di governo. Perché sinceramente non riesco proprio a capire come mai preferisca stare all'opposizione per il bene dei suoi alleati, invece che al Governo per il bene degli italiani”. Non è detto, comunque, che Salvini torni sui suoi passi. Ma a quel punto, piuttosto che benedire un accordo col Pd che lo vedrebbe comunque impossibilitato ad andare a Palazzo Chigi, Di Maio opterebbe per la soluzione estrema: il governo del presidente. Rinunciando a qualcosa, certo, ma evitando almeno di farsi rubare l’anima dal diavolo.

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