Come ondeggiano i grillozzi

Giuliano Ferrara

Montaigne sosteneva che “l’uomo è un essere meravigliosamente vano, vario e ondeggiante”. Se ne intendeva, ma non aveva visto i molisani all’opera. Inutile prendersela con i fatti, i grillozzi (meno quindici) sono i nuovi beniamini, ma up to a point, come s’è visto. Alla buona occasione per loro la resa dei conti sarà durissima e imprescrittibile. Non hanno ancora tradito l’insieme delle impossibili promesse e dei ricatti con i quali hanno vinto le elezioni politiche, ed ecco che la volubilità li colpisce, un piccolo saggio, uno scampolo foriero di ben altro. Gli sbarchi sono quintuplicati per via del tempo e delle cattive notizie sulla salute del generale Haftar. Spareranno sui gommoni? Sapranno fare una politica estera e mediterranea? Dovranno dare il reddito di cittadinanza ai nuovi venuti? Non si capisce davvero con quali carte dovrebbe iniziare, se si iniziasse, la partita di carte del nuovo esecutivo senza congiuntivo. In quest’aura di finta tragedia, con i tragidiaturi dell’antimafia che si sentono vendicati da una sentenza cervellotica, incapace di resistere a un qualunque vaglio serio, e mentre il bardo dei pm d’assalto se la prende con il sindacato dei magistrati e il loro organo di autogoverno, misuriamo tutta l’impotenza farsesca del nuovo regime. Jon Stewart disse che a paragone di Trump Berlusconi è una specie di Adlai Stevenson, la famosa testa d’uovo, l’integerrimo intellettuale con la suola delle scarpe bucate e una infinita competenza che si infranse nel 1952 contro la candidatura del generale Eisenhower. Ma non ci sono paragoni possibili per Di Maio, che avanza tra i selfie verso Palazzo Chigi e rincula a Campobasso, con il suo uomo che avendo perso dichiara il Molise “una terra senza speranza”.

 

Comunque vadano le cose, non faremo lo stesso errore. Siamo pieni di speranza per l’Italia, è Di Maio stesso che ce la garantisce. In poche settimane ha talmente mostrato la corda, la sete di piccolo potere esornativo, mettendo tutto e tutti sullo stesso piano, cambiando con un clic i programmi maestosi del movimento che ha per simbolo un qualche hotel malfamato, abbracciando tutte le cause perse della sua fazione dopo aver sposato le cause vinte in campagna elettorale, che nuove consultazioni, nuovi giri di tavolo, nuovi incarichi non possono che virare sul grottesco, con quella quantità di ministri proposti alla Lega e quella ciurma di sottosegretari che vorrebbe trattare col Pd, pur di mettersi finalmente a sedere da qualche parte. Nuove elezioni potrebbero essere un disastro incommensurabile, un governo con il centrodestra un’apocalissi, e un governo del presidente una jattura cinque stelle. Incartarsi per gola, infognarsi per lieta incoscienza, mangiarsi tutte le unghie per una rabbiosa tensione di potere, una Wille zur Macht da bassifondi, una propensione alle alte cariche da sberleffo. Ancora non ha capito quanto gli diciamo da oltre un mese, che la sua unica speranza di cavarsela è l’indicazione di un presidente del Consiglio terzo e un patto argomentato e senza veti con il partner naturale. Dopodiché comincerebbe il ballo che porta il paese in una balera e la sua coalizione allo sfascio. Così ora dovrà trattare con Renzi, avendo Berlusconi con il fiato sul collo, la signora Meloni che lo stuzzica, e Salvini, che si rivela prudente e non cingolato come aveva ingenuamente e furbescamente promesso, pronto a rilevare il suo fallimento. Ben scavato, vecchia talpa.

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