"Siamo la prima lista". Anche in Molise il M5s festeggia la sconfitta con il solito slogan

Valerio Valentini

In Molise non abbiamo vinto. Ma siamo arrivati primi. E dunque evviva, evviva lo stesso. Svanito anche stavolta il sogno di conquistare la prima Regione, puntuale e immancabile è stato rispolverato il ritornello grillino d'ordinanza: quello secondo cui il Movimento 5 stelle, pur non guadagnando il governo, si bea di essere la prima lista votata. Una retorica ormai frusta, a metà tra il training autogeno e l'autoconsolazione. Luigi Di Maio, a inizio aprile, era stato categorico: “Il Molise sarà la prima Regione in assoluto con un nostro presidente. Vinciamo e torno qui da premier”.

 

Poi invece a vincere è stato il centrodestra, ma il capo politico del M5s ha subito ripiegato sulla litania di riserva: “Il MoVimento 5 Stelle si conferma anche in Molise prima forza politica della Regione”. Peccato, però, che quel 31,6 per cento ottenuto dalla lista (alle Politiche erano arrivati al 44 per cento) non sia valso a granché. Né è servito ad Andrea Greco, il portacolori pentastellato, raccogliere - come candidato presidente - il 38,5 per cento. Il nuovo presidente sarà Donato Toma, che arriva al 43,5 per cento. Eppure, come già aveva fatto in Sicilia, Di Maio rivendica la supposta purezza del Movimento: “Toma era sostenuto da una coalizione composta da 9 liste, di queste nemmeno una è riuscita a raggiungere il 10% dei voti. I partiti che insieme rappresentano il centrodestra a livello nazionale - Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia - insieme superano appena il 22%. Il nostro Andrea Greco, da solo, supera il 38%”. Allegria. Parla di “ammucchiata”, Di Maio. E di ammucchiata parla pure Manlio Di Stefano, uno dei suoi fedelissimi.

 

 

Un altro esponente del cerchio magico di Di Maio, Stefano Buffagni, propone un confronto ancor più risoluto: “1 lista contro 9. 20 candidati contro 180. Siamo orgogliosi di questi numeri, con il 31,5% il MoVimento 5 Stelle si conferma la prima forza politica della Regione in maniera netta. Lega, Forza Italia e Pd non raggiungono nemmeno il 10%”. Non solo. Tra i vertici pentastellati è subito iniziata a circolare, tra le varie chat e sui social, una card assai poco lusinghiera per quello che pure dovrebbe essere il prossimo alleato di governo: Matteo Salvini. 

 

 

 

Insomma, il leitmotiv è chiaro: abbiamo perso, ma siamo andati da soli e dunque siamo i migliori. Bene, bravi, bis. Peccato che continuando di questo passo, oltre alla propria beata solitudine, il M5s avrà ben poco da poter guadagnare nelle elezioni regionali: dove, è bene ricordarlo, non è previsto il ballottaggio e chi prende un voto più, sia pure nell'ambito di una ampia coalizione, governa. Finirà, forse, com'è finita per le politiche: di fronte all'ansia di conquistare Palazzo Chigi, Di Maio & Co. hanno smesso da un pezzo di puntare al 51 per cento per guidare il paese con un monocolore grillino, e si sono piegati alla logica delle alleanze. Facendolo, peraltro, con un entusiasmo perfino eccessivo, proprio di chi si è privato troppo a lungo di un beneficio, e alla fine lo rivendica in modo sbracato. Viene da scommettere, insomma, che magari per la primavera del 2019, quando si tornerà al voto in varie importanti regioni, le ampie convergenze elettorali oggi tanto condannate verranno rivalutate. Ma, ovviamente, a quel punto non si chiameranno più “ammucchiate”. 

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