Oltre l’èra Renzi

Francesco Cundari

Roma. Il rapporto tra Matteo Renzi e i suoi oppositori all’interno del Pd (compresi buona parte dei fuoriusciti e di quelli rimasti a metà strada), ha assunto ormai tutti i caratteri di una relazione disfunzionale tra ex coniugi, tanto incapaci di separarsi davvero quanto di continuare a vivere insieme. Il battibecco tra Renzi e la minoranza è diventato un format per tutte le stagioni, impermeabile a qualunque evento esterno: con lui che continua a rivendicare i suoi spazi e a far sentire la sua presenza come se fosse ancora il padrone di casa, e con lei che si accanisce in continue ripicche e infinite polemiche, mentre attorno amici e conoscenti si lanciano occhiate imbarazzate. E senza che né l’uno né l’altra mostrino mai un minimo di comprensione per quelle che sono poi le vere vittime di ogni separazione: gli elettori.

 

Perché non è sempre vero, purtroppo, che i grandi amori, come le epoche, si chiudono all’improvviso. Molto più spesso, almeno in Italia, si trascinano invece attraverso interminabili fasi di transizione, talmente lunghe che i libri dedicati ad analizzarne le origini fanno in tempo ad andare fuori catalogo prima che se ne veda l’approdo. Tanto da sfibrare e sfigurare entrambe le parti in un’eterna guerra dei Roses di cui non saprebbero più ricordare il motivo scatenante.

 

In compenso, nei commenti del dopo-voto, non mancano i fanatici dell’uno e dell’altro campo. Chi va su tutti i giornali a far capire che lui glielo aveva detto da anni, a Matteo, che con quella minoranza non avrebbe mai combinato niente, che non era utile a nessuno e non era nemmeno giusto che sacrificasse per lei i suoi sogni di giovane rottamatore, le sue legittime ambizioni da Partito della Nazione o la sua carriera da leader europeo; perché il mondo è una prateria di infinite possibilità che finalmente gli si aprono davanti: non è forse vero che Emmanuel Macron lo aspetta a braccia aperte, da mesi, a Parigi? E pazienza se nel frattempo En Marche! ha già cominciato a flirtare con Di Maio.

 

Ma non è che gli altri siano da meno. Anche nella minoranza, per non parlare dei fuoriusciti, sono in molti a ripetere che l’avevano detto sin dall’inizio che quel Matteo era un poco di buono, che non poteva non finire in questo modo, che hai voglia a dire che era stato proprio lui a portare il Pd nel Pse, a ridare alle feste dell’Unità il loro nome e a riaprire pure il giornale, perché era chiaro che alla fine la sinistra si sarebbe ritrovata così: sedotta, abbandonata e senza un soldo. Proprio come l’Unità. Che infatti ha richiuso.

 

I battibecchi infantili

 

C’è qualcosa di infantile nel modo in cui gli uni e gli altri si rinfacciano torti evidentemente molto più grandi e molto più antichi del loro rapporto, come le divisioni di corrente, che sono ben più vecchie del partito che le contiene, o la perdita delle periferie, che non votano più a sinistra dagli anni Ottanta, e mica solo in Italia (segnaliamo in proposito, agli appassionati di analisi aggiornate sul divorzio tra una sinistra diventata establishment e ceti popolari spinti verso la destra lepenista dai disagi dell’immigrazione, un film francese di Coline Serrau, La crisi!, uscito appena ventisei anni fa).

 

Viene il sospetto che anche oggi, come tante altre volte in passato, i dirigenti della sinistra preferiscano rinfacciarsi l’un l’altro accuse insincere e insinuazioni infondate, piuttosto che riconoscersi in un fallimento collettivo. O almeno nei successi precedenti.

 

E così, quelli che avrebbero avuto buon gioco a rimproverare a Renzi i tanti cedimenti a una retorica populista, come nella campagna referendaria in cui invitava a tagliare le poltrone dei politici, senza rendersi conto che sulla poltrona principale era seduto lui (e valeva ben più di quelle occupate da consiglieri del Cnel di cui gli elettori non sapevano neanche il nome), si guardano bene dal farlo, perché la fiera avversione al populismo renziano non impedisce loro di considerare con attenzione il dialogo con il Movimento 5 stelle. Mentre quelli che avrebbero buon gioco a rivendicare le scelte di maggiore discontinuità compiute in questi anni, anzitutto nella politica economica e nel rapporto con l’Europa, non lo possono fare perché non hanno ancora deciso se devono dirsi orgogliosi di avere rovesciato un atteggiamento troppo remissivo tenuto dalla sinistra in passato, e semmai fare autocritica per non essere andati più a fondo (nella battaglia per la flessibilità, per il piano Juncker e contro l’austerità), o se devono invece rivendicare la posizione di partito più europeista di tutti, e fare quindi autocritica per essere andati troppo a fondo nei toni e nel merito di quelle stesse battaglie. E si potrebbe dire altrettanto per il Jobs Act, le tasse, l’immigrazione.

 

Così la discussione si trascina in modo sempre più scontroso ma anche sconnesso: tra chi esulta per la fine del renzismo, evidentemente convinto, come nella scenetta di Totò che se la rideva dei cazzotti presi in conto terzi, di non chiamarsi Pasquale (o Renzi), e chi invoca espulsioni in nome della fedeltà alla linea di non si sa più quale maggioranza. Ma anche il ritornello dell’unità, della collegialità e delle buone maniere, ormai, suona decisamente stonato. Perché arrivati a questo punto è ragionevole pensare che elettori e militanti del Pd non passino le loro giornate a domandarsi se Renzi e Cuperlo abbiano ancora un futuro insieme, ma piuttosto se tutto il partito, o più semplicemente la sinistra, abbia ancora un futuro in Italia.

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