L’ora del silenzio. Il dissenso sedato nella sinistra del M5s

Valerio Valentini

Roma. Il dietrofront è suonato poco dopo le due del pomeriggio. E’ stato a quel punto che nel fronte non allineato del Movimento, quello che tendenzialmente guarda a sinistra, si è diffuso l’ordine del silenzio. “In verità – corregge subito un esponente della fronda – è bastato guardare il telegiornale”. E insomma c’è voluto poco per capire che lo scenario da molti auspicato, nell’ala che un tempo si diceva “ortodossa”, si andava rapidamente sgretolando. Il dialogo col Pd, che dopo l’elaborazione delle tre proposte di Maurizio Martina e qualche esternazione di dirigenti dem di peso che lasciavano presagire un avvicinamento repentino, si era improvvisamente interrotto. La telefonata di Luigi Di Maio con Matteo Salvini ne era – o ne veniva considerata – la prova; e la reticenza del capo politico pentastellato su quel colloquio aggiungeva, agli occhi dei più scettici, ancor più gravità all’episodio. Perfino gli uomini più vicini al leader, interpellati dai loro colleghi delle seconde file, si stringevano nelle spalle: “Non possiamo mica intercettare Luigi”. Poco dopo, le dichiarazioni sibilline del segretario del Carroccio, che alludeva a un accordo di nuovo possibile, se non imminente, arrivavano come una conferma. E allora tutti silenti, tutti ritrosi. Chi al mattino si era lasciato andare a qualche confessione di troppo, quasi esultando per la rinnovata sintonia con una parte del Pd, si affanna a richiamare: “Togliete il mio nome, non vi autorizzo l’intervista”. Il tutto con un’enfasi eccessiva. “Rischiamo cose più grandi di noi, qui può succedere un casino”, urlava nel telefono una senatrice campana. La stessa che, qualche ora prima, tratteneva a stento il suo sollievo: “Il Pd ha fatto molti errori, certo, in questi anni, e depurarlo di alcuni tratti del renzismo non sarà facile. Ma sui principi di fondo, di sicuro c’è maggiore consonanza”. Non era l’unica. In parecchi vedevano con favore la ripresa delle trattative tra Di Maio e i vertici del Nazareno. E si sforzavano a tal punto, per sbloccare l’impasse perdurante, che per la prima volta senza la maschera dell’anonimato azzardavano la tanto meditata dichiarazione: “Luigi sbaglia a insistere sulla sua premiership come condizione indispensabile. E’ da irresponsabili precludere questo accordo per un’ambizione personale”.

 

Il non detto, ovviamente, era che nel frattempo salivano le quotazioni di Roberto Fico. Sembrava scontato, infatti, che dopo il fallimento definitivo del mandato esplorativo a Elisabetti Casellati, Sergio Mattarella avrebbe incarico il presidente della Camera. E i primi sondaggi tra gli esponenti dem più vicini al Movimento davano per molto probabile, se non per fatta, l’intesa sul suo nome. “L’importante non è scervellarsi sul chi: l’importante è semmai capire il cosa e il come”, dicevano i frondisti. “Di Maio è sfilabile”, sottolineavano. Poi, la svolta.

 

Dopo pranzo diventa chiaro che il capo politico, forse anche per la paura di vedersi scalzato dall’amico rivale, ha ripreso i contatti con Salvini. Ipotesi da scongiurare, e non solo per motivi ideologici. C’è chi dice, anche tra parlamentari di spicco, che sulle proposte identitarie e sovraniste della Lega, il Movimento finirebbe davvero per spaccarsi. “Ma se noi ora dicessimo che Luigi deve farsi da parte – dicono i parlamentari recalcitranti – verremmo accusati di essere stati noi a bruciarlo, e ad aver mandato a monte il dialogo col Pd”. Dunque, silenzio. Silenzio e attesa per vedere Di Maio uscire dal colloquio con la Casellati. L’unico a parlare apertamente, dopo, è Nicola Morra. Uno di quelli che di certo non gioisce, di fronte all’ipotesi di un governo con la Lega. E infatti, ai microfoni di La7, indica i punti irrinunciabili di un eventuale governo col centrodestra: “Lotta all’evasione fiscale e al conflitto d’interessi, riforma della giustizia e abolizione della prescrizione”. Un modo, a giudizio di qualcuno, per farlo abortire prima ancora di vederlo nascere, questo governo.

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