Il Quirinale sogna la svolta di Renzi

Claudio Cerasa

La scelta di Sergio Mattarella di affidare il primo incarico esplorativo al presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati difficilmente contribuirà a far diminuire la distanza che esiste oggi tra il centrodestra e il Movimento 5 stelle, ma con ogni probabilità aiuterà a mettere a fuoco quello che è oggi il principale tappo della XVIII legislatura: non Silvio Berlusconi, ma più semplicemente Luigi Di Maio. Alla fine del suo mandato esplorativo, la seconda carica dello stato riferirà al Quirinale che il 5 stelle non intende fare un passo in avanti senza un passo indietro di Forza Italia e allo stesso modo Forza Italia ricorderà al suo presidente che senza un passo indietro del 5 stelle su Berlusconi il governo con Di Maio il centrodestra lo potrà fare solo nel caso in cui Salvini dovesse decidere di rompere l’alleanza con il Cav. Se l’incarico a Casellati – che velocizza molto i tempi – fosse arrivato dopo le elezioni regionali una rottura tra Salvini e Berlusconi sarebbe stata forse meno difficile rispetto a oggi. Ma per quanto possa sembrare surreale le due campagne elettorali sconsigliano al leader del centrodestra di tentare mosse azzardate e per questo una frattura tra Forza Italia e Lega per il momento non ci sarà. Concentrarsi però solo sui veti che ciascun partito pone verso gli altri è un modo pigro di fotografare la realtà e il vero dato che giorno dopo giorno risulterà sempre più chiaro anche agli occhi del Quirinale è che una delle ragioni per cui ogni maggioranza sembra essere impossibile è legata prima di tutto alla retorica grillina di cui è ostaggio anche Luigi Di Maio. E per quanto negli ultimi mesi il M5s abbia dimostrato di essere disinvolto nell’utilizzare la scolorina – sia per taroccare i propri bonifici, sia per taroccare il proprio programma – ci sono alcune cose che persino un campione del bianchetto come Luigi Di Maio difficilmente riuscirà a cancellare.

 

Se ci si pensa bene, il M5s ha fatto di tutto per creare le condizioni per rendere quasi impossibile la nascita di un governo grillino. Ha scelto di rendere innaturali gli accordi politici con altri partiti definendoli “inciuci”. Ha scelto di demonizzare un partito con il quale oggi deve fare i conti per formare un governo (Forza Italia). Ha scelto di diffamare un partito con il quale deve allearsi per evitare di formare un governo con l’altro partito demonizzato (il Pd). E, dato cruciale in queste ore, ha scelto di ingannare i suoi elettori raccontando loro che l’unico governo degno di non essere considerato un golpe di stato è quello “eletto dal popolo” e che permette cioè di portare a Palazzo Chigi “il candidato premier del partito vincitore”. Il motivo per cui Luigi Di Maio è diventato il vero tappo di questa legislatura – il candidato premier con il proporzionale non esiste e nelle repubbliche parlamentari il presidente del Consiglio lo decide il presidente della Repubblica: è l’abc della democrazia – è che la demagogia grillina prevede che non possa esserci altro premier all’infuori di Di Maio. Quando invece è chiaro che un passo indietro di Di Maio per un premier terzo renderebbe più semplice la nascita di un governo con il centrodestra. E quando è chiaro che un passo indietro di Di Maio a favore di un’altra figura, anche grillina, renderebbe più semplice la nascita di un governo dei Cinque stelle con il Pd. Lo stallo vero in fondo nasce da qui e il risultato paradossale è che oggi il futuro del M5s al governo dipenda dai suoi peggiori avversari: la sua retorica vuota e i suoi veti ideologici.

 

Senza l’aiuto di Berlusconi, i M5s non avrà possibilità di guidare il paese. Senza l’aiuto di Renzi, non avrà possibilità di guidare il paese. E senza un passo indietro del “candidato premier”, sarà difficile avere un governo grillino. E se si vuole giocare con il pallottoliere, il dato politico vero da studiare nei prossimi giorni è fino a che punto si spingerà la moral suasion del capo dello stato per evitare, in caso di fallimento dell’iter di Casellati, di dover dar vita a un governo del presidente – che metterebbe il Quirinale nella posizione non invidiabile di diventare l’epicentro di ogni malumore del paese. E per questo, inevitabilmente, nei prossimi giorni le misurate attenzioni di Mattarella saranno rivolte al Pd e in particolare a colui che ha il controllo sulla maggioranza dei gruppi parlamentari democratici: Matteo Renzi. L’ex segretario del Pd e il capo dello stato non si parlano da ottobre, più o meno dai tempi della rottura su Banca d’Italia. Ma se l’incaricato successivo al presidente del Senato dovesse essere, per esempio, il presidente della Camera Roberto Fico (del M5s) per il Pd i giochi si potrebbero riaprire. Ci sarebbe un premier diverso rispetto a Di Maio e per Renzi (e per il Pd) ci sarebbe la possibilità di rientrare in gioco proponendo un contratto di governo europeista finalizzato a non toccare le principali riforme realizzate in questi anni dal Pd e, come si sente dire in queste ore tra i dirigenti del Pd e come si augura buona parte dell’establishment italiano e internazionale, “a salvare il paese dal governo dei populisti”.

 

E’ una partita rischiosa, spericolata, difficile, non scontata, che probabilmente non si dovrebbe neppure giocare, ma dopo l’incarico a Casellati il Pd tornerà in campo e Renzi – con mille paletti – potrebbe accettare di giocare la sua partita per tentare quello che fino a qualche giorno fa sembrava impossibile: provare a costruire un pazzo “governo macronista” con il Movimento 5 stelle senza Di Maio premier. Il Quirinale ci spera e, a certe condizioni, Renzi non è detto che alla fine non trasformi il suo “no” in un improvviso “sì”.

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