Modello Paragone (uomo e metodo) al confine tra M5s e Lega

Marianna Rizzini

Roma. “Ribelle per Costituzione” e “in piedi con l’altoparlante” per autodefinizione, a Roma con l’orecchino ma pure con la cravatta per forza di cose, e cioè in qualità di senatore m5s oltreché di giornalista: è Gianluigi Paragone da Varese, l’uomo cui neanche più tanto scherzosamente si guarda nella ricerca di un facilitatore di dialogo tra vincitori e forse anche tra perdenti post-elettorali “in stallo”, per usare la definizione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma anche nell’eventualità di uno sblocco che veda i vincitori costretti a lasciare sul tavolo qualche pretesa. Si dà il caso, infatti, che Paragone si trovi – e non da oggi – a camminare lungo il confine tra mondo a Cinque stelle e Lega, e non soltanto in qualità di varesotto, da un lato, e di esponente del pensiero antisistema, dall’altro, e che abbia anche lunga consuetudine nei mondi berlusconiani e post-berlusconiani, e persino frequentazioni cordiali presso il centrosinistra. Neoeletto grillino, Paragone, infatti, ex scout come Matteo Renzi ed ex cronista imberbe alla Prealpina (dove non volevano farlo entrare con i bermuda, come ha raccontato a Vanity Fair), già nel 2005 era direttore della Padania (ma con simboliche porte chiuse tra il suo ufficio e le stanze politiche di Via Bellerio) e poi vicedirettore di Rai2, e poi conduttore de “L’Ultima parola” (sempre Rai2), talk-show in cui il medesimo Paragone, oltre a condurre, cantava e suonava, riprendendo l’antica consuetudine rockettara e le scarpe da ginnastica di colori improbabili. Infine, l’uomo ora considerato di confine, è stato a lungo mattatore e conduttore de “La Gabbia”, il talk-show de La7 a dir poco sui generis: trattavasi infatti di trasmissione in cui gli ospiti gareggiavano e si sbranavano retoricamente senza sedie né poltrone ad attutire i colpi, ma con scontro-incontro in piedi – garantito – tra opposti populismi e radicalismi (Lega, M5s, Fiom, filosofi e matematici assortiti) e con cordiale polemica verso tutti gli altri (Pd, intellettuali di area pd, moderati di centrodestra, moderati in generale).

 

Tuttavia Paragone, oggi, proprio in virtù dell’esperienza di precursore e creatore televisivo di affinità antisistema e in alcuni casi antivaccino tra questi e quelli, può essere visto come allenatore. Il suo programma, infatti, diventato cult presso il pubblico anche non grillino per via di alcuni personaggi ricorrenti e dall’eloquio stupefacente nel senso della non credibilità (ma Paragone dice sempre: non voglio essere credibile, voglio essere creduto), è stato chiuso nel giugno scorso dopo l’arrivo alla direzione de La7 di Andrea Salerno (con successivo sfogo di Paragone su Twitter). E però il metodo-Paragone è rodato: metti in cerchio un leghista (spesso, tra il 2016 e il 2017, era proprio Matteo Salvini) e un grillino (spesso, nello stesso periodo, erano proprio Luigi Di Maio o Danilo Toninelli, i due dioscuri delle consultazioni grilline) e metti un elemento apparentemente extra-politico (all’inizio il giovane e molto ricorrente filosofo Diego Fusaro, poi diventato iper-politico presso gli antisistema di ogni ordine e grado) e un esponente volenteroso del Pd (Alessia Rotta, Matteo Colaninno). Metti un imprenditore (anche di centrosinistra – di nuovo Colaninno) e un sindacalista (Maurizio Landini spesso e volentieri, alternato con un economista di area Lega, genere Claudio Borghi). E metti anche i giornalisti in lancio verso la politica (per esempio Francesca Barra). E uno guardava e diceva: mah, litigano tutti. Ma non era vero, ché già si potevano scorgere i prodromi delle piccole intese populiste anche governative di là da venire (nei nomi leghisti e grillini) e delle possibili medie intese di centrodestra con qualche sprazzo di dialogo a sinistra (non renziana). E insomma, a saperlo, si doveva capire che non era soltanto un caso la parallela intesa cordiale tra l’universo post leghista di Paragone, che infatti poi non con la Lega ma con i Cinque stelle si è candidato, e l’universo casaleggiano (compreso, tangenzialmente, quello che fa capo a Visverbi, agenzia di comunicazione al cui vertice siede Valentina Fontana, moglie del giornalista Gianluigi Nuzzi, e che con Davide Casaleggio ha frequenti contatti, a partire dall’organizzazione della kermesse-think tank Sum#1 e Sum#2). Ma è stato nel settembre scorso, vedendo Paragone alla festa a Cinque stelle di Rimini, che la svolta verso la candidatura è parsa definitivamente compiuta (anche se poi annunciata in gennaio). Tantopiù che il futuro senatore, proprio in concomitanza con la campagna elettorale, ha pubblicato “Noi no! - Viaggio nell’Italia ribelle” (edizioni Piemme). Praticamente un manifesto: “A forza di difendere a oltranza tutti i Sì istituzionali, siamo arrivati al paradosso di uno Stato democratico terrorizzato dal senso democratico dei suoi cittadini. Ogni NO che si leva da nuclei sempre più estesi di società, dal NO Salvabanche, ai NO Tax, NO Euro, NO Tav, NO Vax, fino al NO all’immigrazione incontrollata, viene tacciato di arretratezza, chiusura, ignoranza, antipolitica. L’assunto è che dalla parte dei Sì ci sia un consesso di menti illuminate, onniscenti e disinteressate, e dall’altra una massa indistinta di trogloditi selvaggi, opportunisti e antiscientifici”. E adesso però qualche “no” deve diventare sì, e Paragone non può più dire quel disse, in altre circostanze: “Ho un passato leghista e un presente di nulla”. Il presente è nel Palazzo. E nel Palazzo la piccola intesa deve assorbire il possibile nulla (d’altronde Paragone ha detto, sempre a Vanity fair: “Ma il nostro programma è davvero così lontano dalle opinioni degli altri partiti?”).

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