Alla Camera si rinnova l’asse Lega-M5s. La delusione di Boccia

Valerio Valentini

Roma. L’ufficialità arriverà solo domani. Ma già da ieri, la certezza c’è: la presidenza della commissione speciale della Camera andrà a un esponente del Carroccio: alla vigilia sembrava dovesse essere Giancarlo Giorgetti, e invece sarà un altro deputato lombardo: Nicola Molteni. L’accordo tra il Carroccio e il Movimento 5 Stelle tiene, insomma. Tiene e si rinnova. Tant’è che l’ordine di scuderia per i deputati grillini, ufficializzato già ieri in mattinata, suonava così: “Restiamo sullo schema Casellati”. Quello, cioè, che ha portato all’accordo per le presidenze delle due Camere, con la berlusconiana eletta sulla poltrona più alta di Palazzo Madama e il pentastellato Roberto Fico finito a dirigere l’aula di Montecitorio.

 

“Quello che è valso in questo passaggio non è detto che varrà anche per la formazione del governo”, s’erano subito affrettati a precisare, quasi all’unisono, i leader dei due partiti usciti vincitori dalle urne. E infatti sono seguite settimane di tatticismi e finte scaramucce, con nel mezzo il primo giro di consultazioni al Quirinale.

 

Lunedì lo scontro sembrava arrivato al culmine, con battute e repliche al vetriolo tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. E invece ecco che, tra i corridoi della Camera, ieri l’intesa s’è ritrovata. O forse, semplicemente, non s’è mai persa. Così, se la guida della commissione speciale al Senato era andata a Vito Crimi, esponente di spicco del M5S, per quella della Camera è stato designato un il leghista Molteni, di Cantù, già alla sua terza legislatura. Tagliato fuori, dunque, Francesco Boccia. Lui, che da presidente uscente della commissione Bilancio e da teorico del dialogo tra Pd e M5S, si riteneva l’uomo giusto per andare a guidare l’organismo cui verranno demandate le questioni più importanti rimaste in sospeso dalla scorsa legislatura, ora mastica amaro. “Non ne faccio – dice – una questione personale. Ma mi pare evidente che, se giovedì la nomina di Giorgetti venisse formalizzata, a quel punto si dimostrerebbe in modo incontrovertibile che tra Lega e M5S c’è un accordo saldo, che li ha portati a spartirsi qualsiasi poltrona in questo primo mese”. E fanno un certo effetto, queste parole, pronunciate da colui che più di tutti, insieme al suo capocorrente Michele Emiliano, si è speso nelle ultime settimane per costruire un’alleanza tra il suo partito e il M5S. “Resto convinto che quella sarebbe la soluzione migliore per il paese”, insiste Boccia, col piglio di chi non demorde.

 

“Non festeggio – aggiunge – ma prendo atto dell’intesa che c’è. Se è così, Di Maio e Salvini si sbrighino a formare un governo. E voglio proprio vederli, a trovare la quadra sul programma”. Che fare? “Io non posso fare nulla – spiega Boccia – se non aspettare di vedere saltare fuori tutte le contraddizioni di un esecutivo a guida Lega e M5S. Senza contare, poi, l’ingombro di Berlusconi”. E qui si arriva al nodo principale, dello stallo. La scomoda presenza di Forza Italia e del suo leader: Salvini giura di non voler fare a meno del Cav., Di Maio non accetta neppure di rispondergli al telefono. Vista così, sembrerebbe irrisolvibile. Non fosse, però, che anche su questa apparente divergenza le strade dei due leader potrebbero incontrarsi. L’ipotesi che circola, infatti, in Transatlantico, è che proprio la pregiudiziale antiberlusconiana dei Cinquestelle possa finire col fare il gioco di Salvini, offrendo al capo del Carroccio un giusto alibi per scaricare, a tempo debito, il suo alleato. Sacrificarlo sull’altare della responsabilità, con la giustificazione che un governo pure ci vuole. “E’ un’ipotesi non peregrina”, sorrideva ieri un deputato del M5S molto vicino a Di Maio, quando lo si interrogava sulla faccenda. Aggiungendo: “Mettiamola così: fossi in Salvini, non sarei dispiaciuto della nostra intransigenza”. Insomma, “un assist” che, se vorrà, il leader leghista saprà sfruttare. E a quel punto l’intesa tra il Carroccio e il M5S sarà definitiva.

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