Montanari ci crede ancora

Valerio Valentini

Roma. Ripartire dalle base, certo: dal popolo degli attivisti. Ma anche dalle basi: quelle, cioè, della democrazia parlamentare. Dice Tomaso Montanari: “Siamo in un sistema proporzionale, in cui gli atti d’imperio sono inconcepibili, a meno che qualcuno non conquisti da solo più del 50 per cento dei voti”. Le basi, appunto. Dice di rivolgersi a tutti, lo storico dell’arte, di non avere moniti da rivolgere a nessuno in particolare. Anche se, in verità, al Pd un appello già lo ha lanciato. Un “atto di dignità”: questo chiese Montanari ai democratici, esortandoli a provare a fare un governo col M5s, un mese fa. E crede ancora che quella sia la soluzione preferibile. Ma accanto a questa, un’altra convinzione è maturata, nelle ultime settimane. “Sì, perché se è inaccettabile la via dell’Aventino, altrettanto lo sono le imposizioni di Luigi Di Maio”, spiega il presidente di “Libertà e Giustizia”, affermando che, a suo avviso, dal primo giro di consultazioni al Quirinale le aspirazioni del capo politico dei grillini, irremovibile nella sua volontà di insediarsi a Palazzo Chigi, escono di fatto ridimensionate.

   

A vederla con gli occhi del docente fiorentino, quello di Di Maio è un errore: “E’ assurdo dire ‘io sono il premier’”. Tanto più che una simile ostinazione finirebbe per impedire eventuali alleanze: “Sarebbe gravissimo se le ambizioni di un singolo pregiudicassero il raggiungimento di un accordo di governo: ci è bastato l’egotismo irresponsabile di Renzi”. E stando al parere di Montanari, quell’accordo il M5s dovrebbe stringerlo col Pd. “Al Nazareno dovrebbero decidersi a sedersi al tavolo convocato da Di Maio, innanzitutto per non concedergli un facile alibi per andare poi a cercare l’abbraccio della Lega”. Cosa che, per quello che è stato il padre della mai nata sinistra del Brancaccio, sarebbe “un pessimo servizio reso al paese”. Poi certo, Montanari conviene che “non è confortante osservare la leggerezza con cui Di Maio considera il Pd e il Carroccio come alleati equivalenti: quale Italia ha in mente Salvini?”. C’è, insomma, una sorta di proprietà transitiva nelle pregiudiziali? Uno che non andrebbe mai con la Lega, considerandola una moderna espressione del fascismo, può accettare di sedersi accanto a chi ammicca al leader del Carroccio? “Proprio per questo – rilancia Montanari – il Pd dovrebbe andare a vedere le carte di Di Maio. Inducendolo così a riscrivere insieme un programma, e obbligandolo a fare un passo indietro, scegliendo un nuovo premier e una squadra da affiancargli”. Nella quale, comunque, Montanari non sembra interessato a entrare. “D’altronde – sorride – mi era già stato chiesto di essere incluso in quel fantomatico elenco di ministri”. Disse di no, senza troppi indugi. Ed è qui che il discorso dello storico dell’arte vira dalle “regole del gioco” alla base pentastellata, proprio nel giorno in cui Davide Casaleggio sbandiera l’assenza di interferenza tra la sua azienda, l’associazione Rousseau e il Movimento.

  

“La democrazia interna è un problema comune a tanti partiti, a partire dal Pd. Ma mi pare evidente che nel M5s vadano chiarite le dinamiche”. Anche per questo ha rifiutato l’offerta di Di Maio? “Il mio nome – risponde Montanari – è apprezzato da migliaia di attivisti. Ma il problema, per me, è stabilire il rapporto tra quella base e i vertici del M5s. Dove finisce la forza sincera del popolo e dove comincia la diplomazia di Palazzo? Credo che ora il problema si ponga”. E l’esempio emblematico è financo scontato per uno che tante volte ha contestato a viso aperto l’ormai ex ministro dei Beni culturali: “Sentire Di Maio che loda Franceschini è stato sconfortante”. Certo, l’arte della politica. “Ma i Cinque stelle – conclude Montanari – se passano dall’ingenuità della purezza alla spregiudicatezza della realpolitik con un entusiasmo eccessivo, rischiano di impararla sin troppo, la tattica, e alla fine di morirne”.

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