Porca Italia, mondo cane

Giuliano Ferrara

Il nuovo potere italiano ha già dato prova di sé da Ischia con una dichiarazione unilaterale di guerra (diplomatica) alla Francia per un discusso sconfinamento di doganieri a Bardonecchia, che dista dalla città savoiarda di Modane come piazza Duomo dalla Stazione centrale di Milano, e con una corrispondente apertura unilaterale a Putin sulle sanzioni nel mezzo della guerra delle spie. Salvini è decisamente trumpesco, sebbene abbia meno soldi da spendere, un esercito a dimensione iporegionale, e soprattutto patti, scritti e no, da rispettare, patti che fanno parte dell’orizzonte strategico di questo paese fondatore dal 1957, i Trattati di Roma. Cominciamo bene le consultazioni.

  

Nel frattempo, però, detto porca Italia, bisogna aggiungere Mondo cane. E le due bestemmie si collegano benissimo, si rispondono l’una all’altra alla perfezione. La Gran Bretagna è in fase autistica, con la classe dirigente Tory divisa, i laburisti al seguito di un bonhomme di successo come Corbyn, predicatore della lotta di classe del XXI secolo, Londra a quanto pare non è solo ridiventata la capitale del crimine politico con lo sconfinamento dalla Russia di veleni e spie, ci sono anche le baby gang come a Scampia. In Spagna la regione più ricca, e secessionista, ha la testa politica e istituzionale regolarmente eletta quasi tutta in galera per ribellione allo stato, con serie complicazioni di giustizia internazionale nel caso di Carles Puigdemont. L’Olanda e altri paesi del nord hanno deciso di coltivare i loro tulipani e di fare da freno a qualsiasi idea di riforma dell’Europa su basi democratiche sovranazionali e mutualistiche, cioè solidali e anticrisi, basta e avanza l’austerità. Il gruppo di Visegrad, cioè il nucleo forte dei paesi dell’est, si barcamena tra neoautoritarismo e orbita russa. L’Austria è partita per un viaggio avventuroso, nelle mani della destra estrema e di un ragazzino centrista, avventuroso demagogo. In Grecia il rivoluzionario assalito dalla realtà, Tsipras che ha ripristinato un minimo di normalità politica e riforme necessarie, è dato per perduto alle prossime elezioni, con brutti ceffi che girano nei suoi dintorni.

  

Non volendo estendere il campo alle Americhe che sono diventate un circo dal Brasile al Messico agli Stati Uniti, alla Cina marmorizzata del potere a vita di Xi, e rampante, al Giappone e alle Coree, all’India con il suo induismo di mercato, al vicino oriente con le sue stragi e i suoi infami rivolgimenti di fronte e le nuove egemonie turco-russe, a Israele con un primo ministro muro a muro con la galera come si dice a Palermo, all’Africa dalla demografia scattante e dalle migrazioni pronte, il troppo è troppo, e non volendo pensare alle complicazioni del prenucleare iraniano, che non bastano i favolosi progressi sauditi da Mille e una notte a compensare, resterebbero Germania e Francia, cioè il cuore pulsante della vecchia Europa.

  

Della Germania si sa che è lenta, e come diceva Jean Genet negli anni Settanta ha “una carne troppo grassa”: ma la socialdemocrazia, appena reimbarcata in una GroKo, sta ai livelli elettorali del Pd, scadenti, e la Merkel, parecchio affaticata, deve vedersela con i colleghi popolari bavaresi in periodo elettorale e con cento deputati al Bundestag dell’AfD. Quanto alla Francia, che sarebbe l’ultimo rifugio di noi canaglie liberali, ecco, ieri dopo un inizio deludente in autunno sulla riforma del mercato del lavoro, a sindacati divisi, è scattata la “convergence des luttes”, una specie di insurrezione su scala nazionale, a sindacati uniti, intorno a uno sciopero molto aggressivo dei ferrovieri, che non sono un arcaismo come i minatori britannici d’antan, ma il nerbo del paese, dei collegamenti tra le sue città e campagne, del funzionamento dell’economia nella rete europea interrotta dai treni fermi, e hanno deciso di scioperare distribuendo 36 giorni di astensione su tre mesi, fino al 28 giugno, la grève perlée, a macchia di leopardo, in modo da ottenere il massimo effetto paralizzante con la minore perdita di salario possibile, garanzia di durata e resistenza contro la riforma del loro vecchio statuto corporativo e l’attacco allo stato sociale del presidente Macron, così dicono. Si aggiungono le rivendicazioni salariali di AirFrance, sciopero; il semiblocco della raccolta rifiuti e degli inceneritori da parte dei netturbini; agitazioni diffuse nel settore dell’energia; le turbolenze nelle università e nei licei, a cinquant’anni dal Maggio 1968, dove fattori diversi ma con il fronte unificante della lotta alla riforma della selezione negli accessi all’istruzione superiore, Parcoursup, più filamenti vari tra i quali la grogne dei pensionati che rifiutano lo scambio ineguale tra un lieve aumento dell’imposta a favore di imprese e giovani e la fine triennale della tassazione sulla prima casa per le fasce deboli. La convergenza delle riforme sta trovando una sua risposta dall’estensione imbarazzante. Il quinquennato macroniano era partito in tromba con la riforma dell’Europa, i discorsi del Partenone e della Sorbona, l’articolo 18, un nuovo stile presidenziale, una politica estera ambiziosa a ogni latitudine e longitudine, il cui cuore era il cambiamento dell’Unione europea con i tedeschi (e gli italiani e gli spagnoli, magari). Ora si osserva la convergenza delle lotte contro un potere forte e orgoglioso ma sempre più isolato nel Mondo cane già citato, in cui alle altre destabilizzazioni si aggiungono le guerre commerciali che non promettono gran che di buono. A Parigi e in Francia è cominciata la Fronda. O la va o la spacca. Se la spacca, altro che Salvini e Di Maio, sono guai seri.

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