Il Partito democratico e l’opposizione

David Allegranti

Roma. L’opposizione è un mestiere duro e bisogna saperlo fare. Per il Pd però è necessario, diceva ieri al Foglio il sindaco di Firenze Dario Nardella. Qualcuno però tra i Democratici ha qualche tentazione: un governo insieme a Luigi Di Maio. “Non vedo che vantaggio ci sarebbe, per lo stesso partito e per il paese, se il Pd avesse colloqui più stretti con i Cinque stelle”, ci dice il politologo Michele Salvati. Quindi il Pd fa bene a stare all’opposizione “se riesce a evitare ulteriori spaccature”. “Nel Pd c’è l’idea o l’illusione – anche per un fatto vero, perché effettivamente parte degli elettori sono andati al M5s – che quei voti siano recuperabili. Io penso invece che siano difficilmente recuperabili nel breve periodo, e soprattutto se il Pd corre in aiuto del vincitore, così come difficilmente lo sono quelli che hanno abbandonato Berlusconi e sono finiti nella Lega. Fondamentalmente, quell’elettorato è stato attratto da un messaggio radicale. Peraltro il Pd era già condannato alla sconfitta per essere stato un partito di governo e Berlusconi oggi è percepito come una sezione più moderata e meno radicale della Lega”. Insomma, aggiunge Salvati, per qualcuno “c’è invece l’idea di ritornare alla belle époque degli anni successivi alla Seconda Guerra mondiale e ai trent’anni gloriosi, quando il capitalismo internazionale consentiva un moderato benessere dei ceti popolari.

 

“Ma quelli sono stati anni eccezionali, la vera natura del capitalismo non è questa; solo se è ben regolato lo può fare”. Nell’elettorato oggi dunque ci si divide fra “radicali e pazienti, fra radicali e gente che si accomoda ad assistere al grande evento internazionale”, cioè la globalizzazione. Per questo, dice Salvati, questi elettori “sono difficilmente recuperabili”. Professore, nel Pd ci sono però varie posizioni. C’è chi ritiene che sia opportuno un dialogo proprio con queste forze radicali, come il M5s. Secondo lei come finirà? “Spero che il Pd tenga una posizione dura. Ma c’è il rischio, specie se il Pd si divide ancora, di finire cornuto e mazziato. Cornuto perché è stato sconfitto. Mazziato se i populisti riescono a far passere l’idea che è colpa del Pd se non si riesce a fare un governo decente in Italia. Purtroppo un elettorato così polarizzato si beve tutto, e ogni conflitto interno aiuta a far passare anche le idee più stravaganti”.

 

Anche il politologo Mauro Calise concorda, però stare all’opposizione non è sufficiente. “Il Pd non tocca palla, dice che vuole stare all’opposizione. Va benissimo, ma dipende uno che ci fa. Il Pd ha uno svantaggio competitivo nei confronti degli altri partiti che è anzitutto organizzativo. In Italia ci sono stati due straordinari modelli di organizzazione, uno di Berlusconi e l’altro di Grillo, che si sono inventati due partiti personali diversi. Anche Salvini non è messo male, ha un vecchio partito e ha innescato una macchina della propaganda – tra la profilatura su Facebook e la copertura televisiva – eccezionale. Renzi invece che cosa ha fatto? Zero. Ha fatto un’operazione di palazzo, si è preso il Pd così com’era, con la struttura di portatori di voti e micronotabili nel sud, ha continuato a puntare sulle sue capacità comunicative, che peraltro erano solo televisive e puntavano solo sulla narrazione positiva. Dal punto di vista organizzativo nel Pd è rimasta quella melassa di micronotabili, da una parte, e di oligarchie defenestrate, dall’altra. C’è chi si lamenta perché i circoli sono stati chiusi? Si vede che non ha uno smartphone…”. Il Pd, insomma, “ha pagato il prezzo di non essersi inventato qualcosa. Berlusconi invece sì, così come se l’è inventato Grillo e se l’è inventata la Lega. Il Pd che vuole fare? Dice di voler tornare al popolo, come ha spiegato Veltroni in un’intervista al Corriere della Sera. Ma il popolo che cos’è? C’è una categoria sociologica che risponde al nome di popolo? Sarebbe la notizia del secolo! C’è piuttosto una dissoluzione individualistica che è tipica società del XXI secolo. Magari non ci piacerà, ma è così”.

 

Serve una struttura

Al Pd che vuole stare all’opposizione, dice Calise, serve una “struttura organizzativa all’altezza del ventunesimo secolo; stare all’opposizione va bene se però si ragiona su cosa fare. In cinque anni i Cinque stelle hanno sviluppato un modello di centralismo cybercratico, a partire dalla successione da Beppe Grillo a Luigi Di Maio. La Lega ha perfezionato il modello organizzativo. E il Pd che cosa intende fare? All’opposizione farà quello che non ha fatto finora?”. Prendiamo alcuni casi del Mezzogiorno, che Calise conosce bene. “I napoletani hanno dovuto votare al proporzionale la candidatura finta di Renzi e al secondo posto c’era Valeria Valente, la candidata che alle primarie a sindaco era stata imposta contro Antonio Bassolino e che è arrivata quarta. Ne potrei fare tanti di esempi così. Ora hanno vinto i grillini, ma scusi che cosa avrebbero dovuto fare gli elettori?”. Se non si capisce che c’è un problema di modello organizzativo, “non si va da nessuna parte”. Quindi, un governo Cinque stelle-Pd potrebbe solo far male al Pd, argomenta Calise. “Gli scenari sono due. Il primo, le cose vanno male, e il M5s ne approfitta per dire che il Pd non gli ha consentito di prendere alcuni provvedimenti. E siccome loro sanno comunicare, alla fine il Pd perde altri cinque punti. Secondo scenario, le cose vanno bene: chi è che miete risultati? I Cinque stelle, naturalmente. Eppoi, anche se facessero un governo, il Pd dovrebbe essere compatto e anche se fosse compatto avrebbe una posizione debole dal punto di visto strategico. Dal punto di vista dell’organizzazione, su cui il Pd è debole, non servirebbe a nulla. Guardi, per quanto riguarda la linea, il Pd non poteva fare meglio di così. Il problema è come veicoli i contenuti. Fra il Pd e i Cinque stelle ci corrono 30 anni di dinamiche organizzative. Uno si deve immaginare come saranno le elezioni fra dieci anni. Cambridge Analytica è solo l’inizio”.

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