Urge “lotta di idee”

Marianna Rizzini

Roma. I giorni di incertezza pre-consultazioni, la nomina dei capigruppo, i populismi a confronto, le cosiddette “aperture di credito” di Matteo Salvini al M5s e i non-populismi attoniti che non sanno da che parte andare. C’è una mappa possibile? Il filosofo Biagio De Giovanni, professore emerito di Filosofia politica all’Orientale di Napoli, ex europarlamentare ed esponente del Pci-Pds-Ds (poi Pd), dice che, “al di là delle dichiarazioni d’intenti”, l’unione dei due populismi Lega-M5s non gli pare “cosa effettiva”: “L’orizzonte è indecifrabile. Intanto c’è la questione Berlusconi: non è così scontato che si approfondisca la guerra interna al centrodestra e si è visto che la presenza di Berlusconi è un problema in sé per i Cinque stelle. Se Matteo Salvini rompesse davvero con Forza Italia, avrebbe sì comunque i numeri per un accordo con Di Maio, ma da una posizione penalizzante: 17 per cento, con il M5s al 31, e con tutto quello che ciò comporta a livello di rapporti di forza. Salvini ha già dimostrato di essere animale politico scaltro: chiediamoci che cosa gli conviene”. Ma la questione è più profonda: “Risiede nella natura del populismo della Lega e nella natura del populismo a Cinque stelle”, dice De Giovanni: “La Lega di Salvini si inserisce nel quadro dei populismi ‘consolidati’ che abbiamo visto già in azione in molti paesi europei. Qualcosa di cui si conoscono ormai i contorni. Il M5s, invece, non è incasellabile, è ambiguo. Resta per molti aspetti un mistero, inquietante proprio per la sua natura ibrida. Tanto più che è primo partito”. Inquietante è per esempio, per De Giovanni, “il carattere robotico della figura di Luigi Di Maio, candidato premier che sembra sempre perfettamente programmato secondo algoritmo, e sempre intento a parlare senza toni e sfumature. E poi: il ruolo di Davide Casaleggio, non-eletto onnipotente nel microcosmo a cinque stelle. Diciamo che si configura una democrazia diversamente strutturata rispetto a come l’abbiamo conosciuta finora. La presenza contemporanea di questi due populismi così diversi può influenzare il carattere della democrazia italiana”. Altro aspetto “che fa riflettere e preoccupare”, secondo il professore, “è il fatto che il programma dei Cinque Stelle sia praticamente inesistente, anche quello volutamente ambiguo: reddito di cittadinanza, magari irrealizzabile, e poi? Che cosa davvero vogliono fare i Cinque Stelle, per esempio, in tema di immigrazione?”. Può essere, dice De Giovanni, “che la contingenza costringa Salvini e Di Maio a trovare un’intesa oltre le presidenze delle Camere, ma di fondo la Lega e il M5s restano poco conciliabili”.

 

Sull’altro fronte, quello dei non-populisti, “si sente l’esigenza”, dice De Giovanni, “che la parte del paese che si oppone allo schema populista trovi una via comune per esprimere la propria opposizione e riscopra dentro di sé la forza per farlo”, ma al momento “non si riscontrano gli estremi per una sorta di unione dei non-populisti”. “Sono in difficoltà ovunque”, i non-populisti: “Non c’è una leadership politica. Basti guardare il Pd, ridotto a un’ameba. Ma non c’è neppure una leadership culturale. Sembra quasi che si stenti a dire forte e chiaro perché bisogna stare lontano da un’eventuale intesa con i Cinque stelle. Sembra mancare, per così dire, anche soltanto la volontà di combattere la battaglia delle idee”.

 

Da dove si riparte? “Bisogna intanto dirsi e dire, senza esitazione, senza complessi e senza dubbio, che il M5s è un avversario politico. A partire dalla concezione dell’Europa. Che cosa vogliono i non-populisti? Perché non ribadiscono che bisogna tendere a un’Europa sovranazionale comunque forte, anche se ‘corretta’? Dove si collocano, nel dibattito che da tempo ferve in altri paesi, i non populisti dell’uno e dell’altro polo?”. Secondo: “Non essere timidi nella lotta per la riaffermazione dei princìpi della nostra democrazia parlamentare, oggi a rischio stravolgimento”. Terzo: “Si deve trovare un modo per comunicare con il tessuto sociale che avverte profondo malessere. E’ evidente, visti i risultati del voto: i non-populisti sono stati percepiti come élite, non sono riusciti a connettersi con i settori più deboli e meno ascoltati. L’ondata pro Cinque stelle viene in gran parte dagli strati sociali sofferenti. Ma il Pd, che in questo momento è ridotto a nulla, dovrebbe inventarsi qualcosa di più efficace della massima di Nicola Zingaretti, quel ‘parlare agli ultimi’ ormai percepito come formula astratta”.

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