Dalle città all’Europa. Un piano per far ripartire il Pd

Virginio Merola*

Al direttore 

Anche in queste elezioni nazionali sono scomparse le città, la loro vita quotidiana e le politiche urbane. Il dato che ci consegnano, così nuovo e negativo per le forze riformiste, deve aprire una nuova fase, fondata sulle città, sulle esperienze e sugli obiettivi che nelle città possono emergere per contribuire ad un rilancio delle politiche riformiste nel paese, soprattutto verso l’Europa. L’Italia che esce da queste elezioni è una nazione divisa in modo drammatico tra il Nord, il Sud e un Centro sotto assedio. Dopo tanto parlare di sovranismo e di democrazia diretta del web, sono le città, dove è forte l’apertura all’esterno e salde le dinamiche di internazionalizzazione, ad avere difeso il varco verso l’Europa. E’ questo il campo principale dove attestare oggi il conflitto, non più l’antico paradigma tra destra e sinistra, ma tra l’idea di una democrazia aperta e l’idea di una democrazia autoritaria e chiusa, arroccata nel protezionismo. La lotta per l’eguaglianza e la libertà oggi è per redistribuire ricchezza e opportunità di mobilità sociale alle nuove generazioni. Allo stesso tempo è lotta per redistribuire potere, inteso come capacità e mezzi per fare. Non si tratta solo di fare pagare di più ai ricchi, agli evasori e alla rendita, ma di dare vita a nuove forme di produzione della ricchezza non affidate esclusivamente all’impresa privata. Penso a nuove esperienze di impresa cooperativa o di terzo settore collegati a investimenti sulla ricerca e sulla formazione attuati direttamente dalle città e dal governo in ambiti nei quali oggi i privati non hanno convenienza a investire.

 

La sinistra si rinnova se oltre ai diritti sociali e al lavoro rivendica più democrazia, più potere democratico: non solo a ciascuno secondo i suoi bisogni ma da ciascuno secondo le sue capacità. Credo quindi sia necessario un nuovo paradigma per quello che mi piace definire il conflitto democratico e la dialettica politica: alto/basso, gerarchia/democrazia. società chiusa/società aperta. E’ necessario dare potere alle persone per non ridurre il welfare ad assistenza. Questo significa avere un’idea di comunità aperta. E’ necessaria un’idea di comunità che intende il pubblico non solo come stato, ma come azione collettiva organizzata per la tutela dei beni comuni, attraverso la collaborazione e la condivisione di progetti concreti.

 

E’ necessaria un’idea di comunità intesa come autonomia organizzata non come privilegio chiuso ai non residenti o recinzione nei propri quartieri-fortino. Per alto intendo: il sovranismo populista che lavora per gerarchie e segmentazioni dei ceti sociali, la democrazia del web che usa i dati delle persone per condizionare le loro scelte, uno stato centrale e un regionalismo non riformato, un neocentralismo che distribuisce proroghe o condoni, ripianando dissesti finanziari, gestendo servizi e mai utilizzando il decentramento come strumento per l’efficacia delle scelte. Per alto intendo: non avere un’agenda urbana nazionale condivisa con i sindaci per le priorità di investimento per lo sviluppo sostenibile, dire che il debito pubblico si può aumentare scaricando i costi sulle nuove generazioni e con tagli lineari sui Comuni: ridurre le tasse a Roma e spiegare a noi sindaci che siamo autonomi nell’aumentare o meno le tasse prendendo in giro il buon senso. Renzi ha certo sbagliato nel personalizzare il referendum. Ma si continua a non guardare la trave che resta infissa nell’occhio di un paese frammentato in venti regioni diverse titolari di materie concorrenti quasi su tutto. L’ Europa è nata con queste promesse: pace e diritti sociali. Queste sono le promesse da rigenerare, il varco da allargare nella prospettiva di un nucleo forte che vada avanti nella integrazione politica, con una comune difesa, un bilancio comune e una politica estera comune, un parco di investimenti infrastrutturali e una comune politica per l’immigrazione.

 

Serve un campo democratico che costruisca un progetto di società a cui fa corrispondere un progetto di sistema politico e istituzionale. Il Pd se vuole essere all’altezza dell’eredità riformista non si deve dividere sulla definizione di chi è più a sinistra o meno, ma deve lavorare per un’alleanza, un blocco sociale per l’Europa. Oggi si deve scegliere nel campo progressista e riformatore se si vuole essere ciò che si fa o se si vuole fare ciò che si è. Essere ciò che si fa significa lavorare per condividere progetti, significa lavorare per cooperare sulla base di opportunità e non per imporre una egemonia. L’esperienza di governo delle città ci dice che le città che ce la fanno sono quelle dove si lavora insieme. Si lavora bene perché si lavora insieme. Non servono più nostalgie dell’Ulivo o le pratiche che hanno assicurato diritti nel passato. Non si salva l’eredità riformatrice della sinistra logorandosi su chi riesce a essere il vero ereditiere ma cambiando il paradigma per non finire come dei sinistrati. Questa crisi democratica richiede una risposta aperta, di aumento della democrazia. Richiede un partito non autosufficiente ma plurale e promotore di coalizioni, non tra il ceto politico ma con il corpo vivo delle associazioni e delle realtà organizzate, ovvero con i corpi intermedi.

 

A Bologna abbiamo approvato un regolamento per i beni comuni con il quale sosteniamo gruppi di cittadini e associazioni a dare secondo le proprie capacità: dal verniciare una panchina, a ristrutturare un edificio fino ad erogare servizi di interesse generale come abbiamo fatto con le associazioni LGBT.

Nel paese che brucia leader a ripetizione e salta veloce sul carro del nuovo vincitore, lavoriamo per dare finalmente all’Italia quello che le manca da troppo tempo: un’alleanza democratica e civica per l’Europa, un moderno partito d’azione di massa.

 

*sindaco di Bologna

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